È morto Roberto Gervasio. Sapeva raccontare con la saggezza dell’ironia

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Agenpress. È moro Roberto Gervaso. Lo avevo conosciuto al tempo della pubblicazione e del suo studio su Claretta Petacci.
Ci eravamo visti più volte quando poi io scrissi e pubblicai “Claretta e Ben” con Pellegrini editore.

Non era un giornalista soltanto. Era un indagatore della storia e della cronaca delle storie che entravano nel quotidiano.
I suoi studi con Indro Montanelli restano una chiave di lettura fuori da ogni tipo di conformismo.
Diceva di sé: “Chi non è padrone di sé finisce servo degli altri”.
I fatti del presente entravano nel sempre. Una ironia che conosceva il riso e una verità mai sottaciuta.

Conosceva bene il lato sarcastico del linguaggio. Faceva parte della mostra antica compagnia con Francesco Grisi al sindacato Libero Scrittori. Alla Prezzolini scavava nelle ombre penetrando sempre il chiaro e i suoi tocchi di maestria negli ultimi anni dalla rubrica de “Il Messaggero” davano il segno tangibile di una eleganza in uno stile che ha caratterizzato una generazione, l’ultima, che sapeva come usare la parola.

Amico molto amico di Francesco Grisi insieme a Nantas Salvalaggio ha inciso un solco profondo nel dato narrativo del fare romanzo. Più volte insieme al Vinvitelli di Caserta, punto forte di una cerchia di intellettuali veramente forti e liberi. Conoscitore profondo di tutti i dettagli di Casanova ci ha sempre restituito quei dettagli che altri nascondevano. Con lui e con noi c’era Alberto Bevilacqua che ridisegnavano una letteratura al cui centro il dato onirico faceva la pari con il conto del reale. Il suo Casanova portava e porra non soltanto il fascino dell’avventura ma anche del segno di un’epoca e di un’epica.

I suoi aforismi restano vitali come le sue splendide biografie.
Da “Cagliostro” del1972 alla rivisitazione del  a “Casanova”, appunto, del 1974. Da “I Borgia” del 1976 allo splendido “Nerone” del 1978. Da “Claretta” del 1982 a “La bella Rosina. Amore e ragion di Stato in Casa Savoia” del 1991.

Biografie e ritratti. Lo rividi qualche anno fa per discutere di “Cagliostro” quando scrissi il mio libro sulla Inquisizione. Sempre disponibile ed elegante. Uno scrittore che faceva entrare in ogni libro il recitativo storico.

Ma sono tanti i suoi libri. Ho parlato di romanzi. Certo. Perché le sue biografie erano effettivamente romanzi. Poi. Al di la del genere, data al 1987 ciò che viene definito romanzo;
“Scandalo a corte. La collana della regina”. La saggistica è ricca come i libri “veri” di storia e gli aforismi che restano il dettato della vera saggezza ironica.

Voglio qui ricordare alcuni saggi. Da “La monaca di Monza. Venere in convento” del 1984 al “Di me, tutto. Lettera a mia madre”, del 1985. Ancora.  Da “Se vuoi che t’ami…. Galateo erotico”, del1986 a “Voglia di cuore. Il ritorno dei sentimenti nella vita di ogni giorno” del 1993 sino a “Appassionate. Storie d’amore e di potere” del 2000,  “Amanti. Storie di cuori e di potere” del 2002.

I suoi libri storici sono numerosi. Molti scritti con Montanelli. Dal Medioevo al Fascismo sino al nostro presente, fino alla attualità passando attraverso Garibaldi Mariù e testi sulla magia come “Dimensione magia. Storia, tradizione, scienze nuove, a cura di,  in 6 volumi del 1984 e al simpatico “Illusione dolce chimera. Storia, costume e malcostume dell’Italia in guerra, 1940-1945, sempre a cura di.

Uno scrittore comunque che ha sempre intrecciato storia saggistica prosa narrazioni. Uno degli ultimi volumi che ho letto e recensito è Le cose come stanno. “L’Italia spiegata alle persone di buon senso”, del 2016. Uno scrittore vero. Forse l’ultimo scrittore completo che ha saputo incarnare il narratore lo storico e l’intellettuale. Libro. Ripeto. Un intellettuale libero che non si è mai lasciato incastonate e incastrare dalle ideologie.

Perdo non solo uno scrittore con il quale ho dialogato con bellezza. Perdo anche un vero amico. Era nato il 2 luglio del 1937. È morto  il 2 giugno 2020. Vale ora proprio il suo pesante aforismo: “L’uomo è un condannato a morte che ha la fortuna di non conoscere la data della propria esecuzione”. Anticonformista sempre. Sino alla fine. Mi resta di lui la cifra di un epitaffio che reputo mio: “La solitudine ci dà il piacere d’una grande compagnia: la nostra“.

Pierfranco Bruni