Dpcm. Giachetti, da Conte sono mancate parole di scuse al popolo italiano per i tanti ritardi

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AgenPress – “C’è una parola che ancora non ho sentito dire al Presidente del Consiglio: scusate, a nome mio e di tutto il Governo. Sarebbe stata doverosa in luogo di tante dichiarazioni nelle quali, più o meno esplicitamente, si rimanda ai cittadini e ai loro comportamenti la responsabilità della ripresa del contagio.
Penso invece che siamo noi, classe dirigente, a diverso titolo impegnata in politica e nelle istituzioni, centrali e locali, che dobbiamo chiedere scusa per esserci fatti trovare ingiustificatamente (a differenza della prima ondata) impreparati a una seconda ondata che tutti, ma proprio tutti, sapevano sarebbe arrivata”.
Così Roberto Giachetti sulla pagina facebook.
“Per le tante cose che non abbiamo fatto e per i ritardi impiegati in quelle che abbiamo fatto. Trasporti, scuola, Rsa, assistenza domiciliare, terapie intensive, tracciamento, tamponi; abbiamo avuto 6 mesi per organizzarci e non farci trovare impreparati ma non siamo stati all’altezza, così come siamo in ritardo ed inadeguati rispetto ad un preciso e credibile piano di interventi per l’utilizzo del recovery fund. Non voglio infierire sulla politica degli effetti: i comitati, le taskforce, gli esperti, gli stati generali di cui ormai da tempo si sono perse le tracce, che non hanno prodotto praticamente nulla o che, se hanno prodotto, non ce n’è importato nulla.
Ma c’è di più e forse è la cosa più grave: l’assenza di dati. Tutti coloro che si occupano di fare scenari, sia in termini di evoluzione del contagio ma anche di strategia per contenerlo, mettono in risalto la mancanza di conoscenza dei dati e non è irrilevante sapere se questa mancanza dipende dal fatto che non li abbiamo o che non vengano resi pubblici. Perché è del tutto evidente che qualsiasi strategia di contenimento se non è basata sullo studio dei dati non solo rischia di fallire ma può danneggiare pesantemente, oltre che a livello sanitario ed economico, anche – e direi soprattutto – la fiducia da parte delle persone verso le istituzioni alle quali si dovrebbero affidare per avere una guida sicura nel combattere la pandemia.
In molti in queste ore si domandano in base a quali dati si sia deciso di chiudere i ristoranti, le piscine, le palestre, i cinema, i teatri. A noi comuni mortali non risulta (né i media ne hanno mai parlato) che in questi luoghi vi siano stati focolai tali da farli ritenere ‘pericolosi’ e quindi da chiudere, dopo che i proprietari e i gestori hanno investito ingenti somme per adeguarsi ai protocolli che noi gli abbiamo chiesto per garantire il massimo di sicurezza. Qualcuno ha delle risultanze in questo senso? Allora ha il dovere di tirarle fuori perché altrimenti si da’ la sensazione che ci si muova senza meta, a caso, in preda al panico. E la scuola? Si è chiesto uno sforzo enorme, seppur con colpevole ritardo, a tutto il personale docente e non docente per predisporre al meglio il rientro a scuola degli studenti di ogni ordine e grado. La ministra Azzolina ci ha detto fino allo sfinimento che il piano funzionava perfettamente e che i contagi all’interno delle scuole erano sostanzialmente marginali e la didattica doveva continuare in presenza. Sono d’accordo; ma allora perché si è deciso di chiuderle (sembra su pressante richiesta delle regioni che poi dicono però che il governo non le ha consultate.. sic!). Chi ha ragione? Ci sono dei dati? Non abbiamo il diritto di conoscerli? E per quanto riguarda le terapie intensive perché non si forniscono i dati degli ingressi nelle terapie intensive nelle 24 ore, come lamenta il porfessor Giorgio Parisi dell’accademia dei Lincei, che aiuterebbero molto a capire se le misure di contenimento adottate producono effetti o meno? Mi sono convinto che quello dei dati sia il nodo principale e penso che la loro indisponibilità per l’opinione pubblica sia una delle responsabilità più gravi delle istituzioni.
Ci hanno poi spiegato che gli effetti delle misure prese non si manifestano prima di 10-15 giorni dalla loro adozione. E allora come è possibile che nel giro di 12 giorni si emanano tre DPCM con una escalation di restrizioni e parole terrorizzanti, senza avere neanche aspettato i risultati delle norme previste nel primo?
Potrei continuare con molti altri esempi ma credo che quelli citati siano più che sufficienti a spiegare quanto sia necessario un immediato e deciso cambio di rotta. Dobbiamo conoscere i dati, tutti e subito, perché in questa fase nessuno può pretendere che la gente abbia fiducia in noi a prescindere. E non solo perché in questi sei mesi abbiamo dimostrato di non essere stati all’altezza ma anche perché giustamente abbiamo il dovere di essere giudicati per le nostre scelte in relazione alla realtà dei fatti. E la realtà dei fatti non ce la danno gli appelli o le raccomandazioni (forti o deboli che siano) ma i dati.
Certo, che c’è chi soffia sul fuoco delle proteste; ma liquidare lo stato di ansia, di angoscia, di disperazione delle tante persone che a seguito delle recenti misure si vedono perse, come qualcosa di ‘organizzato’ da altri è un errore clamoroso. Sta crescendo un sentimento diffuso di sfiducia nelle istituzioni, anche perché le persone non conoscono la realtà e non possono quindi giudicare l’appropriatezza delle misure che si adottano.
È certamente vero che una parte di questa battaglia si vince con il senso di responsabilità e la collaborazione di tutti, ma allora è doveroso cambiare approccio e metodo con i quali ci si rapporta agli italiani.
A partire dalle scuse. D’obbligo”.