Mattarella: “Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo”

- Advertisement -
- Advertisement -

AgenPress. Si è svolta al Palazzo del Quirinale, alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la celebrazione del “Giorno della Memoria”.

La cerimonia, condotta dall’attore Stefano Santospago, è stata aperta da un filmato a cura di RaiTeche e dalla lettura del brano “Auschwitz, città tranquilla”.

Sono poi intervenuti la Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Noemi Di Segni, e il Ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara.

La Senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz-Birkenau, ha portato la sua testimonianza intervistata da quattro studenti.

Nel corso della cerimonia il conduttore ha dato lettura del brano “Elena” di Fabrizio Rondolino; sono stati inoltre proiettati il cortometraggio animato “Storia di Sergio” e il filmato “Storia di Nedo”.

Durante la manifestazione il Maestro Francesca Leonardi, al pianoforte, e il Maestro Andrea Oliva, al flauto, hanno eseguito i brani musicali “Summertime”, “Maria”, “La Suite Modale” e “Schindler’s List”.

La cerimonia si è conclusa con il discorso del Presidente della Repubblica.

Rivolgo un saluto cordiale ai Presidenti del Senato e della Camera, del Consiglio dei Ministri, a tutti quanti sono in questo Salone e a quanti seguono da remoto.

Ringrazio molto per la loro presenza Liliana Segre, Edith Bruck, Sami Modiano.

Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno contribuito a questo importante e irrinunziabile giorno di commemorazione e di riflessione, la cui intensità è sempre massima senza che possa essere scalfita dal trascorrere del tempo.

Un ringraziamento a Stefano Santospago che ci ha così ben condotto in questo percorso doloroso della memoria.

Ringrazio il Ministro Valditara per le sue importanti parole. Ringrazio la Presidente Noemi Di Segni, anche per il suo lungo, appassionato, efficace incarico alla guida delle Comunità ebraiche italiane.

Ringrazio gli autori dei filmati e dei testi; ringrazio i musicisti – Francesca Leonardi e Andrea Oliva – che ci hanno fatto apprezzare la bellezza della musica di compositori ebrei.  Ascoltandola e venendone coinvolto, pensavo che, nella cupa stagione del nazismo, sarebbe stata proibita come “arte degenerata”.

Complimenti e auguri a Ludovica, Eleonora, Federico, Edoardo, che hanno intervistato, con efficacia e con puntualità di domande, la Senatrice Segre alla quale rinnovo la riconoscenza della Repubblica per la sua preziosa testimonianza degli orrori vissuti e per il suo messaggio, sempre contrassegnato dal rigetto dell’odio, della vendetta, della violenza.

Cara Senatrice, in questa occasione solenne desidero esprimerle, a nome della Repubblica, la solidarietà, la stima e l’affetto a fronte di attacchi colmi, a un tempo, di volgarità e di imbecillità. Volgarità e imbecillità: come lo sono da sempre le manifestazioni di razzismo e di antisemitismo, del resto configurati dalla legge come reati.

Volgarità e imbecillità che non ne riducono la gravità: il loro riproporsi e diffondersi è indice di alta pericolosità e interpella un’azione rigorosa da parte delle autorità di tutta l’Unione Europea.

Abbiamo appena ascoltato le storie tragiche -particolarmente atroci – di due piccoli italiani, Sergio ed Elena. Tutte le violenze sono inaccettabili, spregevoli, ma quelle contro i bambini, in ogni parte del mondo, addolorano, scuotono le coscienze e le interpellano ancora più in profondità.

Ogni volta che ci accostiamo al tema della Giornata della Memoria, ogni volta che assistiamo alla rievocazione di quell’inferno sulla terra, ogni volta che sentiamo narrare le storie delle vittime e dei loro aguzzini, veniamo colti, nonostante i tanti decenni che ormai ci separano da quella tragica catena di mostruosità, da angoscioso sbigottimento.

Come se quella discesa dolorosa – ricordata, studiata, analizzata – al punto più oscuro della storia dell’umanità, riservasse sempre la scoperta di nuovi episodi, di nuove pagine, di un orrore che sembra non avere mai fine. Perché, in realtà, non ha mai fine.

La caccia agli ebrei, le deportazioni su carri bestiame, le selezioni, il freddo, le torture, la fame, gli esperimenti medici, le esecuzioni di massa, le camere a gas, le ciminiere dei crematori, le marce della morte. Famiglie smembrate e distrutte, omicidi brutali, violenze inaudite, condotte con sadismo o con burocratica impassibilità.

Non soltanto una barbara e improvvisa esplosione di odio e di violenza razziale, quanto una presunta ideologia, una cosiddetta politica, un vero e proprio sistema di morte costruito negli anni, con malvagia determinazione, fondato sull’odio razziale.

Mai nella storia dell’uomo uno sterminio era stato così lungamente progettato e così accuratamente programmato, nei minimi dettagli e con sconvolgente efficienza. In tutti i rami e le categorie dello stato nazista – giuristi, medici, economisti, scienziati, giornalisti, ingegneri, burocrati, militari, semplici cittadini trasformati in delatori – vi furono chiamati a dare – e fornirono – il loro attivo contributo per realizzare i deliri omicidi di un dittatore e dei suoi perfidi complici.

I volenterosi carnefici di Hitler, secondo la efficace definizione di Daniel Goldhagen.

Il sistema di sterminio, di morte, di depravazione, che ha il suo culmine nella spaventosa macchina di morte di Auschwitz, è stato il frutto avvelenato di una grande, rovinosa menzogna.

Una menzogna che si sviluppa lungo la storia e di cui la Shoah è stata la conseguenza più grave e mostruosa.

La menzogna che vi possano essere disuguaglianze, graduatorie, classificazioni di superiorità e inferiorità, tra gli esseri umani. Che la vita, la dignità, i diritti, inviolabili e inalienabili, di ciascuno di essi possano essere posti in dubbio, negati, calpestati, nel turpe nome di una supremazia razziale o biologica.

Ma la grande menzogna della Shoah, nata nel chiuso dei circoli fascisti e nazisti, nelle menti perverse di ideologi e di gerarchi, si diffuse e si sparse attraverso una infìda ma efficace campagna di propaganda e di manipolazione, che sfruttava l’antico pregiudizio antiebraico presente in larghi strati della popolazione europea.

Fu così che la pretesa inferiorità razziale, teorizzata, proclamata, insegnata e, infine, tradotta in legge, portò ineluttabilmente all’individuazione degli ebrei – una minoranza assai ridotta dal punto di vista numerico – come il pericolo per la sopravvivenza del popolo, della nazione.

Come notarono acutamente Adorno e Horkheimer, gli ebrei vennero bollati come male assoluto dagli adepti del male assoluto, e cioè dai nazisti. « Per i fascisti – scrivono i due filosofi – gli ebrei non sono una minoranza, ma l’altra razza, il principio negativo come tale ; la felicità del mondo intero dipende dalla loro distruzione. »

In questo «mondo capovolto», come l’ha definito Primo Levi, la conseguenza poteva essere una sola e terribile: la persecuzione, in tutti i suoi gradi, fino allo sterminio.

Di queste menzogne si sono nutriti i totalitarismi del Novecento. Se ne alimentano ancora oggi razzismo e antisemitismo. A queste menzogne attingono ai nostri giorni i despoti, gli aggressori.

In questo giorno siamo qui per ricordare la schiera di vittime incolpevoli – sei milioni di persone – soffocate nelle camere a gas, trucidate dai plotoni di esecuzione, perite per i maltrattamenti e per l’inedia dentro le cupe mura dei ghetti: anziani, giovani, donne, uomini, bambini, neonati.  Ebrei, in massima parte, rom e sinti, omosessuali, dissidenti politici, appartenenti a minoranze religiose, disabili, malati di mente. Tutti definiti appartenenti a categorie non degne di vivere.

Da italiani, rievochiamo con angoscia la discriminazione, la persecuzione, la deportazione, la morte dei nostri concittadini ebrei, traditi dalle leggi razziali volute dal fascismo; e da tanti dei suoi adepti venduti ai carnefici nazisti, con la complicità della monarchia, di tanti che si ritenevano intellettuali, di parte della popolazione.

Non possiamo limitarci a questo sentimento, per quanto sincero e doveroso: sarebbe un’occasione mancata. Sarebbe un errore.

Elena Loewenthal, parlando della tragica concatenazione degli eventi che si ricorda nel «Giorno della Memoria», ha scritto che gli ebrei, che l’hanno subita, “ci sono precipitati dentro. Era buio”.

Il buio di cui parla Elena Loewenthal è quello della ragione, della morale, dei sentimenti di umanità e di pietà.

La notte, senza stelle e senza speranza, di Elie Wiesel, dove appaiono soltanto le fiamme dei forni crematori e dove il cielo disperde nel fumo corpi, identità, storie, affetti, sogni di migliaia e migliaia di vittime.

Il buio in cui si sviluppò la fitta nebbia di paura, di indifferenza, di opportunismo che pervase tanta parte della popolazione: anche padri e madri esemplari, rispettosi della propria religione, cittadini irreprensibili, educatori scrupolosi, militari e funzionari che ritenevano di avere un alto senso delll’onore.

Quella cupa oscurità che si scatenò come un ciclone spaventoso nel cuore della civile Europa, abbattendo secoli di conquiste, di istituzioni civili, di grandi scuole di diritto, supera il suo tempo e i suoi confini, perché si insinua nel profondo dell’animo umano.

Il tentativo, messo in atto dalla Germania nazista, di cancellare gli ebrei dalla faccia dell’Europa, racchiude in sé, in modo emblematico, tutto il male che l’uomo è in grado di commettere quando si lascia contagiare, per superficialità, per indifferenza, per viltà, per interesse, dal virus dell’odio, del razzismo, della sopraffazione.

Quando la ragione si offusca fino a spegnersi, quando gli innati sentimenti contrapposti di umanità – la solidarietà, la pietà, il senso della propria dignità e della responsabilità che ne consegue– si inaridiscono, la barbarie rinasce e il valore di libertà, di pace, di fratellanza, proprio di ogni donna e di ogni uomo, cede al suo contrario, generando guerra, schiavitù, violenza, sterminio.

Quest’anno celebriamo gli ottanta anni della Repubblica. Un evento decisivo della nostra storia.

Come ha scritto il Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, la riflessione sugli orrori vissuti e sulle leggi razziste «è stata uno dei motori che hanno portato alla fondazione di una nuova società italiana, nella quale è cambiata anche la forma di sovranità, da monarchia a Repubblica.»

La Repubblica Italiana e la sua Costituzione sono nate contro le ideologie disumane e sanguinarie che avevano avvelenato la prima metà del Novecento, lasciando dietro di sé lutti, devastazioni, memorie incancellabili di orrore. Sono sorte dal sangue innocente dei deportati nei campi di sterminio, dei combattenti per la libertà, delle donne e degli uomini annientati solo per ciò che erano, per quel che pensavano, per ciò in cui credevano.

Nella Repubblica non c’è posto per il veleno dell’odio razziale, per i germi della discriminazione, per l’antisemitismo che affiora ancora pericolosamente, per coloro che predicano la violenza, per chi coltiva ideologie di oppressione, di sopraffazione, per chi coltiva odio.

Far memoria della Shoah oggi, ricordare quegli orrori indicibili e le vittime innocenti, non è soltanto un dovere: significa rinnovare con forza il nostro patto civile che si fonda su fratellanza, rispetto, convivenza; significa ribadire con fermezza che non permetteremo mai più che indifferenza, paura, complicità possano aprire nuovamente le porte a quello o ad altro abisso.

Questa cerimonia è l’occasione per esprimere, con orgoglio e con responsabilità, il patriottismo italiano e repubblicano che ci rende custodi, in ogni circostanza e in ogni momento, della dignità, unica, incancellabile e inalienabile, della persona umana. Custodi della democrazia.

 

 

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -