AgenPress. Svelare l’idea o svelare la creazione. Oltre la storia non può esserci la ragione. Storia e ragione possono diventare fenomenologia dello spirito. Certamente. Ma dietro non c’è Ruggero Bacone, (conosciuto come Mirabilis,1214 circa – 1294) frate francescano. C’è Hegel. Come ci si può accostare a Francesco d’Assisi con una visione egheliana? Non è possibile. L’itinerario deve essere un attraversamento. Il più delle non può reggere una forma sistematica. Gentile invece struttura un sistema.
Giovanni Gentile non dedica a San Francesco una monografia, ma gli riserva un saggio organico e tre riprese sistematiche. Il testo-base è “Il cristianesimo di S. Francesco d’Assisi”, incluso in “Discorsi di religione”, Firenze, Vallecchi, 1920, pp. 77-105. A questo si aggiungono: “Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia:, 1909, 2ª ed. 1921. “La filosofia dell’arte”, 1931. “Genesi e struttura della società”, 1946, postuma.
È su questi testi che va ricostruito il Francesco di Gentile, con citazioni letterali e contesto speculativo preciso.
“Discorsi di religione”, 1920: Francesco come “attualità del Vangelo”.
Gentile apre il saggio con una tesi: il cristianesimo non è dottrina, ma vita.
«Il cristianesimo di S. Francesco non è un’aggiunta al Vangelo, è il Vangelo stesso che si ripete, perché ogni vero cristiano è Cristo che rinasce».
Da qui due rifiuti espliciti: 1. Contro il Francesco naturalistico. «Si è fatto di Francesco un precursore di Rousseau, un cantore della natura. Ma il Cantico delle Creature non è panteismo. È l’universo che, entrando nella coscienza, si fa spirito. Il sole è fratello perché io lo penso come valore, non perché è massa ardente».
Per Gentile, la natura non è oggetto autonomo: è posta dall’atto spirituale. Francesco non ama le cose: le spiritualizza nominandole.
Contro il Francesco pauperista-sociologico. «La povertà francescana non è rinunzia economica. È la condizione trascendentale della libertà. Chi nulla possiede, possiede l’atto con cui tutto si crea».
La povertà è categoria logica: negazione dell’io empirico per affermare l’Io trascendentale. Spogliarsi davanti al vescovo di Assisi non è gesto ascetico, è l’atto con cui «lo spirito si libera dalla natura per farsi principio a sé».
Il rapporto con San Paolo è un riferimento importante. Gentile istituisce il parallelo esplicitamente: «S. Francesco è il più grande riformatore religioso dopo S. Paolo, perché come Paolo ha ridotto la Legge alla fede, così egli ha ridotto la Chiesa alla carità».
La conversione è la stessa struttura: «Non si entra nello spirito se non morendo alla natura. Paolo cade da cavallo, Francesco si denuda: è la morte dell’uomo vecchio».
La missione nasce da qui: «L’universalità cristiana non è geografia, ma volontà che si fa tutti senza cessare di essere sé. Perciò Francesco bacia il lebbroso e parla al Sultano: non per filantropia, ma perché nell’atto d’amore l’altro è già me».
«Il corpo di Francesco è la filosofia di Francesco. Lo spirito, quando è assoluto, si incarna. Le stimmate non sono simbolo: sono la verità del suo pensiero, che non resta pensiero, ma si fa carne».
Qui Gentile applica l’attualismo: non c’è dualismo tra interno ed esterno. L’atto spirituale, se è vero, è già realtà.
Ne “Il modernismo e i rapporti tra religione e filosofia”, 1909: Francesco contro il dualismo.
Nel capitolo III, polemizzando con Loisy, Gentile scrive: «La religione non è pensiero di Dio, ma Dio che si pensa nell’uomo. Francesco non adora: ama, e amando crea. Perciò il suo non è misticismo che fugge il mondo, ma religione che lo trasfigura».
Il modernismo separa storia e dogma. Francesco li unifica: «In lui l’eterno si fa tempo, non accanto al tempo. Per questo il suo cristianesimo non invecchia: perché è atto, e l’atto è sempre presente».
Ne “La filosofia dell’arte”, 1931: il Cantico come creazione.
Trattando del rapporto arte-religione, Gentile torna al Cantico: «Il Cantico non descrive la natura: la istituisce. L’arte è religione quando, come in Francesco, la parola non copia il mondo, ma lo genera. Perciò il suo dire è preghiera: perché dire e fare, in lui, coincidono».
Si pongono delle attente riflessioni proprio nei suoi saggi sulla Scolastica. Si pensi al suo scritto su Bonaventura. Ovvero nel saggio: “I problemi della Scolastica e il pensiero italiano” del 1923 sostiene: «L’ideale di Bonaventura è questo: non Paolo, sto per dire, non Francesco né Cristo: ma Paolo o Francesco che si fa Cristo: non l’uomo né Dio, ma l’uomo che si fa Dio: il fondamentale problema cristiano, e l’ideale che scava un abisso tra lo spirito greco o antico in generale e il moderno». Il Bonaventura filosofo infatti interroga il problema cristiano.
La bellezza francescana non è estetica aggiunta alla fede. È la fede stessa nella sua forma. «Lode a Dio attraverso le cose, non accanto alle cose»: formula che sintetizza l’immanentismo dell’atto.
In “Genesi e struttura della società”, 1946: la “fraternitas” come società in atto.
Nell’opera postuma, Gentile analizza la Regola: «La vera società non nasce dal contratto, ma dalla comunione degli spiriti. La “fraternitas” francescana è società in atto, perché ogni frate non obbedisce a una regola esterna, ma è la regola in quanto la vuole».
Ancora il parallelo paolino: «Come Paolo fonda la Chiesa sulla fede e non sulla Legge, così Francesco fonda l’Ordine sulla carità e non sul diritto».
La riforma non è contro l’istituzione: è l’istituzione che si fa vita. «I Mendicanti non distruggono la Chiesa: la realizzano».
Ecco dunque i tre concetti gentiliani su Francesco.
- Conversione come logica dell’atto. Non mutamento psicologico, ma «morte della natura immediata» per porre l’Io. Francesco = Paolo perché ripete la struttura: caduta-negazione-ricostruzione.
- Povertà come trascendentale. Non avere nulla è condizione per porre tutto. «Chi nulla possiede, possiede l’atto con cui tutto si crea». È la libertà come categoria.
- Creazione come nominazione. Il Cantico istituisce il mondo perché lo spirito, nominando, lo fa essere valore. La natura è «spirito oggettivato». Perciò Francesco è “ecologico” ante litteram non per rispetto, ma per creazione.
Gentile non cerca nel Poverello un alleato politico né un santo popolare. Cerca la prova storica dell’attualismo: un uomo in cui pensiero, volontà e realtà coincidono.
«S. Francesco non imita Cristo: lo attua. È alter Christus perché, nell’atto, non c’è più alterità».
Perciò Francesco è decisivo per l’attualismo. O meglio diventa il “pensiero che pensa”. Dunque. Dimostra che lo spirito non è sostanza, ma atto; che la religione non è dogma, ma vita; che la povertà non è privazione, ma potenza. In lui, scrive Gentile, «il Vangelo non è libro: è uomo». E l’uomo, quando è atto, è già Vangelo. Ovvero il mistero supera il tempo dell’infinito. Si fa finalità dell’eterno. Proprio per questo l’uomo non ha modernità. Francesco è non la percezione. Ma l’atto attuale. Ovvero il sempre. Francesco, in Gentile, è e resta figura mistica. In misticismo che diventa azione con un Francesco che afferma: «Comincia col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso ti sorprenderai a fare l’impossibile».
Pierfranco Bruni
