AgenPress. “Uno scrittore è essenzialmente un uomo che non si rassegna alla solitudine”. François Mauriac moriva a Parigi il 1° settembre del 1970. Era nato a Bordeaux nel 1885. Il suo passato è un tracciato di intermittenze spirituali nelle quali la poesia e la vita si intrecciano con l’uomo filosofico. Ecco perché si intrecciano anche i dubbi, la sua passione politica, amico di De Gaulle, il suo attivismo nella cultura del quotidiano. François Mauriac non è lo scrittore soltanto del tempo o della “devastante” memoria che si intreccia all’avventura dei personaggi. È lo scrittore che recupera, attraverso i personaggi, quell’impegno cristiano che diventa identità esistenziale e non solo esistenzialismo. I personaggi diventano destino. La tradizione cattolica fa parte della sua formazione. Come fa parte della sua formazione il conflitto tra Natura e Grazia che vive tutto all’interno dei suoi scritti. Una pagina di inquietudini che si trasporterà sia nella sua ricerca letteraria sia nella sua attività politica.
Il suo primo incontro sul piano letterario lo fa con la poesia. Un libro di versi che pubblica nel 1909 dal titolo Les mains jointes. Poi verrà una seconda raccolta di versi nel 1911. Ma c’è una costante che accompagnerà Mauriac sino ai suoi ultimi scritti. Si tratta del rapporto tra cultura letteratura e filosofia. Qui sta anche per politica. Un cristiano, si considerava, il cui cammino è dettato dalla speranza e dalla Redenzione. Parlò di “cristianesimo politico”. Ma era convinto che “non tutti i democratici sono cristiani, non tutti i cristiani sono democratici”.
Proprio per questo Mauriac consacra un rapporto tra la letteratura e il cuore. Ha scritto bene recentemente Carlo Bo sostenendo “mi sembra più recuperabile François Mauriac di Jean Paul Sartre. Mauriac parla al cuore, Sartre all’intelligenza”. Mauriac ha sempre parlato al cuore, non solo nelle poesie, non solo nei romanzi ma anche nei saggi critici e in modo particolare in quelle pagine in cui si teorizza un modello di romanzo. Ovvero in Le Roman del 1928 e in Le Romancier et ses personnages del 1933.
Comunque Jean Paul Sartre scagliò contro Mauriac un attacco atroce affermando che Mauriac assassinava i personaggi dei suoi romanzi e che la letteratura cattolica non aveva più senso in quanto soltanto l’esistenzialismo poteva dare corpo al destino e all’avventura dei personaggi. Tesi che è stata smentita in più occasioni perché i romanzi non si costruiscono con la ragione ma con il sentimento. Ed è proprio in Le Romancier et ses personnages che Mauriac sottolinea “Il romanzo non può fare a meno delle convenzioni, bisogna accettarne l’artificio per far passare attraverso questo una verità. I personaggi dei romanzi nascono dal matrimonio che il romanziere contrae con la realtà”. Una forte base teorica per precisare il lavoro compiuto e quello sul quale si cimenterà subito dopo. Aveva già pubblicato Thérèse Desqueyroux, Commencements d’une vie e pubblicherà Le Chemin de la mer, La Pharisienne, L’Agneau, Un adolescent d’autrefois. Quest’ultimo pubblicato un anno prima della morte. Sottolinea ancora Mauriac nel saggio del 1933 “L’artista nella sua infanzia fa provvista di volti, di figure, di parole. Nessun dramma può cominciare a vivere nella mia mente, se non lo colloco nei luoghi dove ho sempre vissuto”. Il rapporto tra realtà e fantasia, si potrebbe dire mistero, è fondamentale. Si parte dalla realtà ma la si supera immediatamente.
È Mauriac che afferma “Con ciò che la realtà mi fornisce, comincio a costruire un personaggio completamente differente e più complesso”. La ricerca autobiografica è dentro la capacità introspettiva di risposta che ha la pagina. La devastante memoria è il Tempo che si affianca alla Natura e alla Grazia. Componenti essenziali che si ritrovano insieme in quella straordinaria Vie de Jésus che risale al 1936. Perché Mauriac avverte incessante il bisogno di confrontarsi con Gesù. Quell’attesa cristiana va verso una richiesta di rivelazione. La realtà si assenta e il mistero è partecipazione alla vita. Qui c’è esistenza in senso di vissuto esistenziale e di tensione esistenziale ma c’è un costante bisogno di sacro in una stagione drammatica della storia degli uomini. Paola Ricciulli in un saggio dedicato a Mauriac ha scritto che “amò di un amore profano lo splendore della creazione e delle creature, pur restando legato da qualcosa di invisibile a Dio crocifisso che esige tutto da coloro che lo amano”. Questa visione dell’invisibile è dentro la Natura della Vie de Jésus.
Mauriac è un po’ siloniano o forse sarebbe meglio dire che ci riporta a certi frammenti cari ad Ernesto Buonaiuti. In Mémoires politiques del 1967 si legge “Mi sembra di aver avuto a partire da quel momento una certa idea che ho ancora della Chiesa invisibile, della Chiesa dei Santi, le cui frontiere sono conosciute soltanto dal Cristo e che non si confonde con la Chiesa politica, Chiesa di cui facciamo parte anche noi, alla quale apparteniamo per nascita e che, del resto, amiamo”. Ecco allora il suo “cristianesimo politico”. Quel cristianesimo che lo ha accompagnato sin dai primi scritti e che ha permeato la sua vita e la sua pagina. In Vie de Jésus “Il Figlio dell’uomo si sforza di contenersi, ma è colpito nel mistero del suo essere. Risponde senza violenza dapprima ‘Come Satana caccerebbe Satana? Ogni regno diviso contro se medesimo perirà'”. “Esiste dunque un peccato eterno. In questo momento il pensiero di Cristo si rivolge a colui al quale è stato paragonato. Questo Dio irritato sembra più formidabile forse quando rimane freddo, i miserabili, egli pensa, parlano assai leggermente di Belzebù che chiamano ‘dio del letame’. Ma se lo conoscessero non sorriderebbero”.
Si tratta di un romanzo che si fa sentire e si raccoglie nel mistero ma anche nelle lunghe attese metaforiche. Quel cristianesimo che è fatto di angoscia e dolore si riscopre o si rivela nell’inquieto vivere. Mauriac in fondo è lo scrittore di una inquietudine che si intreccia nel dolore della storia e nell’indefinibilità dell’essere. La tentazione è il non conoscibile. Ma i romanzi di Mauriac sono la tentazione e sono il mistero che chiede comunque rivelazione. Anche per questo non può che essere considerato, tra il destino e l’avventura del personaggio, un punto di sicuro riferimento nel contesto del romanzo contemporaneo. “E quando qualche settimana più tardi Gesù si toglie dal gruppo dei discepoli, sale e si dissolve nella luce, non si tratta di una partenza definitiva. Già egli è imboscato alla svolta della strada che va da Gerusalemme a Damasco e spia Saul, il suo diletto persecutore. D’ora innanzi nel destino di ciascun uomo vi sarà questo Dio in agguato”. È la chiusa finale di Vie de Jésus di François Mauriac. Il capitolo dedicato alla Resurrezione. Una pennellata che si lascia leggere con l’intensità del cuore e della speranza. Questo Dio in agguato di Mauriac è il Dio in fondo che si cerca non solo nella vita ma anche in una letteratura fatta di vita e quindi in una letteratura che ha la limpidezza della speranza. Dalla letteratura del mito a quella della speranza. Un viaggio che ha caratterizzato nella solitudine della parola un Secolo che non c’è più cronologicamente ma che c’è tutto invece culturalmente, storicamente, antropologicamente. La letteratura della speranza è quella che si è impossessata del sentiero mitico e si è sublimata come identità del sacro. E in questo nostro millennio nuovo che si è aperto ci sono scrittori che hanno tracciato un percorso sicuro.
Si è parlato anche del rapporto tra letteratura e religiosità. Ma credo che occorra ormai stabilire un dialogo più forte tra il riscatto della parola come rivelazione dei linguaggi e il sentire non storico ma salvifico. La letteratura del sacro è letteratura che ci parla della salvezza. Mi riferisco in modo particolare a quella letteratura laica ma che si incontra con il sacro. Laica perché viene da scrittori che non hanno abbracciato teologicamente la fede ma la vivono sul proprio costato e ne fanno un sentiero letterario in cui però letteratura e vita è un rapporto inscindibile. Mauriac è scrittore che ha legato il fatto dello scrivere, o meglio la parola come decantazione della cronaca, alla sua forte fede cattolica con uno sguardo attento alla filosofia. Da Le Désert de l’amour a La Fin de la nuit, da Destins a Thérèse Desqueyroux. Un percorso i cui segni sono tangibili in quella letteratura che ha riscoperto l’uomo. Mauriac è anche lo scrittore della straordinaria Vie de Jésus. Un documento di fede e di poesia. Mauriac è lo scrittore ma è anche il poeta, non vanno dimenticate le sue origini poetiche, delle origini, dei sentimenti, della centralità dell’essere e della parola come preghiera. È lo scrittore che sa parlare ancora al cuore. E perché Mauriac parla al cuore. Perché non ha mai smarrito il senso e i sentieri dell’amore, perché ha sempre contrapposto alla ragione il sentire, sì ha contrapposto alla logica il cuore.
Ha scritto bene Mario Luzi “Essere cristiani non è essere in pace, è essere anzi al colmo della consapevolezza del male. La coscienza del male è tanto più forte nel cristiano e questo è ciò che Gesù è venuto ad insegnarci. La Vie de Jésus di Mauriac è secondo me un capolavoro. E però un Gesù particolare, un Gesù che sbaraglia la morale quotidiana, la morale dei benpensanti, la morale della sufficienza. Esige tutto e chi non risponde è perduto. Quindi è un Jésus ravageur che porta appunto a un combattimento estremo. Non è tanto la lotta male bene che è una premessa intemporale, per tutti i cattolici alla Mauriac, agostiniano, pascaliano, raciniano questa è la discendenza, quanto la sofferenza. Sapere di essere peccatori ma sentire nel cuore questa lima profonda e incessante dell’agonia in senso cristiano che è anche in tanti casi agonia biografica e biologica. L’inquieto destino dello scrittore cristiano è tutto qui”. Il dolore che manifesta nel raccontare Giuda è tutto dentro la tragedia di una esistenza che si fa tragedia. Si pone l’interrogativo. “Pochissimo è mancato che le lacrime di Giuda non venissero confuse nella memoria degli uomini con quelle di Pietro. Egli avrebbe potuto divenire un santo, il patrono di noi tutti che non ci stancheremo di tradire. Il rimorso lo soffocava. Che gli importava di questi trenta denari. Forse non avrebbe consegnato Gesù se non lo avesse amato, se non si fosse sentito meno amato degli altri”. È una metafora che ha permeato la tragedia e il dolore degli uomini e diventa la solitudine di questo nostro tempo in cui Dio pur essendo stato definito un rischio resta la certezza di un riferimento.
Con Mauriac si riscoprono, infatti, i sentimenti del cuore perché ci si è resi conto che la ragione anche in letteratura non ha consistenza, perde e si perde, lacera e disperde. Ma con Mauriac si apre un altro capitolo di grande significato critico. Non è soltanto il cristianesimo letterario che riavanza. Non è soltanto un cristianesimo che si sottolinea con la sua speranza e con il suo dolore. È una letteratura della tradizione, nel filosofico, che viene ad essere riscoperta e con essa non può non rileggersi tutto quel processo letterario che ruota intorno al romanzo. Al romanzo contemporaneo. Con Mauriac il romanzo ritorna alla centralità dei personaggi e non alla dispersione degli ambienti. Con Mauriac si ritorna alla centralità dell’uomo e non ai modelli di una proposta letteraria di denuncia. Con Mauriac si riprende il discorso sulla letteratura come destino e non come realtà. Sono ormai trent’anni che Mauriac è morto. Nasce nel 1885 e muore appunto nel 1970.
Ma non è solo un testimone che lascia testimonianze. È uno scrittore che sottolinea eredità. E sottolineando eredità sigla dei conflitti. Si pensi al rapporto che Diego Fabbri aveva stabilito con le sue opere. Coscienze che avevano ben acquisito la consapevolezza del bene male che è sempre alla base di una esistenza ed è alla base in questo caso di un raccordo tra letteratura e vita. La vita è sempre più della letteratura stessa. Per scrivere il suo Cristo Mauriac stabilisce un confronto con il mistero. Con quel mistero che è appunto nella vita.
Argomenta ancora Carlo Bo riferendosi a questo libro di Mauriac “Il suo Cristo non viene né dai libri di indagine storica che pure tenevano il campo negli anni della sua gioventù né dai manuali di pietà, insomma non nasce da sangue letterario, viene dalla vita ed è il personaggio del mistero che d’improvviso ci troviamo accanto nei momenti di maggiore abbandono, di desolazione e disperata solitudine. Quindi è tutta un’esistenza giocata attraverso la confessione letteraria per ritrovare il suo senso e i suoi orizzonti”.
Ma chi è stato Jean Paul Sartre. Un solo esempio e una sola testimonianza che comunque resta non trascurabile. L’interrogativo riguardante la letteratura era un interrogativo che partiva da una matrice prettamente marxista. Alla riflessione “Che cos’è la letteratura” poteva addirittura trasformarsi in “Che cosa fare della letteratura”. Che cosa ne facciamo della letteratura. Sartre ha scritto dei romanzi e quindi non solo ha teorizzato il fare letterario ma si è trovato immerso dentro la pagina creativa della realizzazione della pagina. Un percorso ben tracciato dai suoi personaggi che mettono in mostra la crisi dell’uomo. Anzi mettono in mostra la dissoluzione dei valori. L’età della ragione era il titolo di un suo libro, scritto bene pur non condivisibile sul piano del contenuto, in cui il laicismo e l’ateismo formavano un perfetto incrocio. E questo dire si intreccia con il comunismo di Sartre. Non ha soltanto lodato il comunismo. È stato comunista. E l’intellettuale non poteva essere che tale. Ma la sua letteratura ha segnato un percorso. Bisogna con onestà riconoscerlo. Ci siamo dimenticati di ciò. Si parla dell’impegno o del disimpegno dell’intellettuale. Invece sarebbe opportuno ritornare ad un intellettuale impegnato. Un impegno non cantato sulla corda delle ideologie ma sulla dimensione della vita e quindi dell’esistere. Chissà se Sartre sarebbe d’accordo. Si pone la questione se è stato un maestro del pensiero o un cattivo maestro. Non ci sono interrogativi che tengono. Questa domanda la si potrebbe adattare al clima che viviamo oggi. Il comunismo è fallito. E Sartre chi era. Il fallimento del comunismo ha portato con sé i suoi maestri e i suoi discepoli. C’è in Mauriac una filosofia del cristiano, ovvero: “Non è possibile che lo spirito che pensa non sia stato pensato, che il cuore che ama non sia stato amato”. Anzi:”Quel che vi è di più orrendo al mondo è la giustizia separata dalla carità”. Il filosofo che nasce da Pascal e da Agostino è dentro questi segni. Impareggiabile.
Pierfranco Bruni
