Il presidente statunitense rilancia la sua ambizione di legare il proprio nome alla geografia americana. Durante un comizio in Tennessee, tra battute e sorrisi, parla di un oceano da ribattezzare e di un fiume da scegliere prima della fine del mandato
AgenPress. Donald Trump non sembra intenzionato ad accontentarsi dei confini della politica. Dopo le discussioni sulla denominazione del Golfo del Messico e il riferimento al cosiddetto “lago d’America”, il presidente degli Stati Uniti guarda ancora più lontano: questa volta, l’obiettivo sarebbe un intero oceano, tra il Pacifico e l’Atlantico.
A parlarne è stato lo stesso Trump durante un comizio a Clarksville, in Tennessee. Con il tono scherzoso e sorridente che ha accompagnato le sue dichiarazioni, il presidente ha lasciato intendere di voler portare a termine l’operazione prima della conclusione del suo mandato. «Dovremmo prendercelo prima», avrebbe detto, riferendosi al progetto di dare il proprio nome a una distesa d’acqua.
L’idea, almeno per ora, resta avvolta nell’ironia e nell’ambiguità. Trump non ha indicato quale dei due oceani potrebbe finire nel mirino, né ha illustrato un piano concreto per procedere a un eventuale cambio di denominazione. Ma il messaggio è chiaro: nella sua narrazione politica, anche i nomi sulle carte geografiche possono diventare strumenti per affermare l’identità e il peso degli Stati Uniti.
Il presidente ha allargato il discorso anche ai corsi d’acqua. Vorrebbe, a quanto raccontato durante il comizio, associare il proprio nome anche a un fiume, pur ammettendo di non aver ancora deciso quale.
Su due nomi storici della geografia statunitense, però, ha messo le mani avanti. «Non cambierò nome all’Hudson», il fiume che attraversa lo Stato di New York, e «non cambierò quello del Mississippi», ha assicurato.
Una precisazione che lascia aperta la domanda su quale altro corso d’acqua potrebbe essere preso in considerazione, ma che contribuisce soprattutto a mantenere la dichiarazione sul terreno della provocazione e dello spettacolo politico.
Le parole di Trump si inseriscono in una più ampia attenzione del presidente per i nomi dei luoghi e per il loro valore simbolico. La scelta di una denominazione geografica, infatti, non è soltanto una questione linguistica: può riflettere rapporti di forza, identità nazionali e rivendicazioni politiche.
È quanto emerso anche nel dibattito sul Golfo del Messico, quando l’amministrazione Trump ha promosso l’utilizzo del nome «Golfo d’America» negli Stati Uniti. Una scelta che ha riacceso le discussioni sul rapporto tra decisioni nazionali, uso internazionale dei nomi geografici e riconoscimento delle denominazioni tradizionali.
Ribattezzare un oceano, tuttavia, sarebbe una questione ben più complessa di una dichiarazione pronunciata davanti a una platea. Le denominazioni geografiche sono utilizzate da governi, istituzioni cartografiche e organismi internazionali, e una decisione statunitense non comporterebbe automaticamente l’adozione dello stesso nome nel resto del mondo.
Per ora, dunque, l’oceano immaginato da Trump non ha un nome nuovo e il fiume resta da scegliere. La battuta pronunciata in Tennessee, però, offre un’altra istantanea del suo stile comunicativo: provocare, attirare l’attenzione e trasformare persino la geografia in un palcoscenico politico.
