I geometri e la manutenzione dell’Italia: compravendite, sicurezza e accesso ai dati pubblici

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 Ne parliamo con Marco Sibaldi, presidente del Collegio provinciale dei Geometri e Geometri Laureati di Pistoia


AgenPress. In Italia la casa continua a rappresentare il principale bene economico e sociale. Oltre 25 milioni di unità immobiliari occupate, un mercato delle compravendite che vale circa 120 miliardi di euro l’anno e un patrimonio edilizio mediamente anziano, spesso stratificato da interventi succedutisi nel tempo. In questo scenario complesso, il ruolo del geometra resta centrale, anche se raramente visibile, nella tutela dei cittadini e nel corretto funzionamento del mercato immobiliare.

Presidente Sibaldi, partiamo dalle compravendite. Perché oggi il geometra è così centrale nella tutela di venditori e acquirenti?

«Perché il trasferimento di un immobile non è mai un atto puramente economico. Dietro una compravendita c’è una storia tecnica e amministrativa: titoli edilizi, conformità urbanistica e catastale, condizioni di agibilità, trasformazioni avvenute nel tempo. Se questi elementi non sono correttamente ricostruiti, i problemi emergono dopo, spesso a distanza di anni. Il Codice civile tutela l’acquirente sui vizi occulti, ma la vera prevenzione avviene prima, con una verifica tecnica indipendente. In questo passaggio il geometra svolge una funzione di garanzia per entrambe le parti».

Eppure le irregolarità continuano a emergere. Dove si inceppa davvero il sistema?
«In più punti che, sommati, producono confusione. Il primo riguarda l’accesso alle informazioni. L’edilizia non è libera da tempo: lo Stato ha scelto un impianto fondato su concessioni, autorizzazioni, SCIA e CILA, affidando ai tecnici una parte sostanziale del sistema dei controlli, con responsabilità civili e penali rilevanti. Tuttavia, a questo ruolo non corrisponde un accesso pieno e proporzionato ai dati necessari per lavorare in modo efficace».

«C’è poi un secondo elemento strutturale: una normativa edilizia stratificata, distribuita tra Stato e Regioni, che nel tempo si è sovrapposta senza un vero riordino. Le regole, spesso, non sono tanto assenti quanto ambigue. Questo lascia spazio a interpretazioni differenti da parte delle amministrazioni, che finiscono per applicare criteri non sempre omogenei sul territorio. Per professionisti e cittadini significa incertezza, rallentamenti e difficoltà nel programmare interventi e operazioni immobiliari».

Questa incertezza si riflette anche sugli accessi agli atti?

«Sì, e li rende ancora più problematici. I fascicoli pregressi, i permessi storici, le varianti e le tavole depositate sono la memoria tecnica dell’immobile. Eppure, tra archivi cartacei, mancanza di digitalizzazione e interpretazioni prudenti della normativa sulla privacy, questi documenti diventano difficili da consultare in tempi congrui. È una contraddizione evidente: si chiede al professionista di certificare la correttezza e la sicurezza, ma lo si costringe spesso a operare senza una visione completa e immediata delle informazioni».

«In questo scenario, la semplificazione non può restare una dichiarazione di principio. Deve tradursi in regole più chiare, applicate in modo uniforme, e soprattutto in strumenti operativi adeguati. Qui entra in gioco la digitalizzazione: senza archivi ordinati, accessibili e condivisi, ogni tentativo di semplificare resta incompiuto. Digitalizzare non significa solo velocizzare, ma rendere il sistema più leggibile, coerente e affidabile per tutti».

Che tipo di riforma immagina?

«Un canale di accesso dedicato per i professionisti tecnici incaricati, identificati in modo certo, ad esempio tramite uno SPID professionale, con tracciabilità degli accessi e sanzioni severe in caso di abuso. Non una zona franca, ma un riconoscimento coerente con il ruolo che già oggi svolgiamo come esercenti una funzione di pubblica necessità. Così si garantirebbe maggiore correttezza degli immobili, sicurezza per le persone e stabilità per il mercato».

Quali sarebbero i benefici concreti di questo approccio?

«Tempi più certi nelle compravendite, minori incertezze operative, maggiore tutela per cittadini e imprese e un mercato più trasparente. Anche la pubblica amministrazione ne trarrebbe beneficio: quando l’informazione è accessibile e ordinata, si riducono le rigidità difensive e si lavora meglio, ciascuno nel proprio ruolo».

Guardando oltre le compravendite, qual è oggi il campo d’azione del geometra?

«È ampio, ed è una delle caratteristiche della professione. Oggi l’Italia non ha bisogno di essere ricostruita, ma di essere mantenuta e rigenerata. Recupero del patrimonio immobiliare, ristrutturazioni nelle proprie competenze, direzione lavori, sicurezza nei cantieri, successioni e divisioni patrimoniali, conciliazione e gestione delle controversie, gestione programmata degli edifici. Sono attività che incidono direttamente sulla qualità della vita quotidiana delle persone».

E il rapporto con la pubblica amministrazione?

«Deve evolvere verso una reale parità. I professionisti non sono antagonisti dello Stato, ma potenziali alleati. Serve però un salto culturale: rafforzare l’indipendenza economica attraverso l’equo compenso, valorizzare la qualità della prestazione e riconoscere il ruolo del tecnico come supporto al funzionamento del sistema pubblico, non come soggetto residuale o capro espiatorio».

In conclusione, quale visione vede per il futuro della professione?

«Un geometra consapevole, tecnologicamente attrezzato, indipendente e responsabile. Non una figura nuova per forza, ma la stessa professione inserita in un sistema finalmente coerente: accesso ai dati, digitalizzazione reale, collaborazione istituzionale. In questo orizzonte il nostro lavoro torna a essere ciò che deve essere: una funzione tecnica al servizio dell’interesse pubblico, capace di tenere insieme sicurezza, legalità e sviluppo. È prima di tutto una sfida culturale, e solo dopo normativa. Ma è una sfida che l’Italia non può più permettersi di rimandare».

Presidente Sibaldi, guardando avanti: perché oggi un giovane dovrebbe scegliere i CAT e investire su questa professione?

«Perché va chiarito un equivoco che ha fatto molti danni. La poliedricità del geometra non è tuttologia, ma capacità di lettura complessiva del bene immobile. Un edificio non è mai solo un progetto, né solo una pratica amministrativa, né soltanto un valore economico: è la sintesi di aspetti tecnici, giuridici, fiscali, energetici, strutturali, storici e sociali. Il geometra è formato per leggere questo insieme».

«Definire questa preparazione come “generalista” è un errore culturale. Sarebbe come sminuire una persona perché possiede più competenze e più strumenti di analisi. In un Paese complesso come l’Italia, con un patrimonio immobiliare stratificato, vincolato e spesso fragile, servono figure capaci di tenere insieme visione d’insieme e capacità operative».

«Chi oggi sceglie i CAT sceglie una porta d’ingresso concreta nel mondo dell’ambiente costruito. È una formazione che permette di capire come nasce, evolve e si trasforma un immobile, come si tutela, come si valorizza e come si rende sicuro. È una base solida che può condurre al lavoro, alla libera professione, all’università e alle specializzazioni più avanzate. Proprio questa visione ampia, concreta e responsabile rende la professione del geometra tutt’altro che superata e, anzi, sempre più necessaria nel futuro del Paese».

A cura di Ciuccio Devis

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