Il dipinto restaurato e quel volto “troppo somigliante”. Rimosso il volto raffigurante Giorgia Meloni

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AgenPress. Un restauro artistico nato con l’obiettivo di riportare alla luce i colori e le forme originarie di un dipinto storico si è trasformato, inaspettatamente, in un caso mediatico. Al centro della vicenda, un volto riaffiorato durante l’intervento conservativo che, secondo molti osservatori, ricordava in modo sorprendente quello della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

L’immagine, diffusa inizialmente attraverso foto e social network, ha attirato l’attenzione del pubblico e acceso un dibattito che ha rapidamente superato i confini del mondo dell’arte. C’è chi ha parlato di semplice suggestione, chi di coincidenza fisiognomica e chi, più polemicamente, ha letto nel volto restaurato un riferimento simbolico o addirittura politico del tutto fuori luogo.

La somiglianza, ritenuta “involontaria” dai restauratori, è però bastata a generare imbarazzo e discussioni. Proprio per questo, si è deciso di intervenire nuovamente sull’opera. Una scelta che ha portato, di fatto, alla “rimozione” di quell’immagine così discussa.

E’ stato «rimosso, ho sempre detto che se fosse stato divisivo lo avremmo fatto». Così il parroco di San Lorenzo in Lucina, monsignor Daniele Micheletti. «E poi c’era una processione di persone che venivano per vederlo – ha proseguito il sacerdote – non per ascoltare la messa o pregare…non era possibile».

L’operazione è avvenuta per mano dello stesso autore e restauratore dell’affresco, Bruno Valentinetti, che ha affermato: «L’ho coperto perché me lo ha detto il Vaticano». «Ieri sera – ha spiegato – l’ho cancellato. A me non interessa, continuo a dire che non era la premier, ma la Curia ha voluto così e io l’ho cancellato».

La decisione non ha spento le polemiche. Da un lato, alcuni storici dell’arte e commentatori hanno difeso la necessità di mantenere il restauro su un piano rigorosamente tecnico, evitando qualsiasi lettura contemporanea o politica. Dall’altro, c’è chi ha criticato l’intervento correttivo, parlando di un atto di autocensura che finirebbe per alterare il risultato del lavoro di recupero.

Il caso riaccende una questione più ampia: fino a che punto un restauro deve limitarsi a ricostruire l’opera e quando, invece, entra in gioco la sensibilità del presente? E quanto il contesto politico e mediatico può influenzare la percezione – e le scelte – nel campo della tutela artistica?

Domande aperte, mentre il dipinto torna a essere osservato per ciò che dovrebbe essere: un’opera d’arte, ora segnata anche da una storia contemporanea che nessuno, probabilmente, aveva previsto.

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