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Il 5 dicembre del 1870 anni fa moriva Alessandro Dumas. 150 anni dalla morte. Il moschettiere che divenne conte

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AgenPress. Siamo a 150 anni dalla morte di Alessandro Dumas. Padre. “Tu sei giovane, ed i tuoi più amari ricordi hanno tempo di trasformarsi nelle più tenere memorie”. Si legge nei “Tre moschettieri”. Anche se uno dei libri importanti di Alessandro Dumas resta “Ascanio”, la cui prima pubblicazione risale al 1843, in cui si raccontano le avventure, gli amori e la storia di Benvenuto Cellini. In cui l’amore diventa il capriccio di un giorno: “Che cos’è, per lo più, l’amore? Il capriccio d’un giorno, un’allegra unione, mediante la quale due esseri s’ingannano reciprocamente e spesso in buona fede”. Dumas padre dunque. Era nato a Villers-Cotterêts il 24 luglio del 1802 e morto a Neuville-lès-Dieppe il 5 dicembre 1870.

Giocò molto sul concetto di segreto e maschera: “Ogni falsità è una maschera, e per quanto la maschera sia ben fatta, si arriva sempre, con un po’ di attenzione, a distinguerla dal volto”. Furono non pochi i libri scritti da Dumas. Il romanzo “Il tulipano nero” del 1950 resta un grande romanzo, con un suo profondo immaginario, dopo “Il Montecristo” del 1844 e il ciclo dei Moschettieri dal 1844 al 1848: “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo” e “Il visconte di Bragelonnne”.

Fu uno scrittore che narrò ma ebbe anche la forza di raccontarsi: “Polvere quale sono, rientro nella polvere. La vita è piena d’umiliazioni e di dolori, tutti i fili che la legano alla felicità si rompono in mano all’uomo uno dopo l’altro, soprattutto i fili d’oro. Mio caro d’Artagnan, credetemi, nascondete bene le vostre ferite quando ne avrete. Il silenzio è l’ultima gioia degli infelici; guardatevi bene dal mettere chicchessia sulla traccia dei vostri dolori: i curiosi succhiano le nostre lacrime come le mosche il sangue d’un daino ferito”.
I Moschettieri sono l’immaginario della sua pacata inquietudine.
Con le tante aggiunte che ebbero un senso letterario notevole come la stagione partenopea e e il ciclo dei Valois e il ciclo di Maria Antonietta e la rivoluzione. Forse fu un garibaldino nel pensiero e un “turista” del tour per sete di conoscenza e avventura con i suoi scritti di viaggio reale e metaforico come “I mohicani di Parigi” del 1855 – 1859 e “Il Caucaso”  del 1859. Scritti a volte di Appendice in quel pieno Ottocento che trasformava la vita vera e la letteratura in geografia dell’immaginario e dei tanti volti dei personaggi di mare e di terra come il postumo “Robin Hood” che dirà: “Ribellarsi e ribellarsi ancora, finché gli agnelli diverranno leoni”.

Il personaggio e il doppio di sé.  “Gli uomini veramente generosi sono sempre pronti a diventare misericordiosi quando la disgrazia del loro nemico oltrepassa la loro collera”. Un concetto che accompagnò sempre il suo modo d’essere: “A meno che non muoia, sarò sempre ciò che sono”.

Fu il romanziere che siglò gli appuntamenti a puntate a collocare la forma e il raccontare sulla linea della leggenda che si narrò con il fatalismo come “L’assassino di due Saint Roch” che uscì tra il dicembre del 1860 e gennaio del ª puntate su “L’indipendente”, così come “La sfinge rossa”  che lo si trovò su “Les Nouvelles” nel 1866.
Dumas ragionava per cicli. Alcuni già menzionati e altri pensati e altri realizzati con decisa pazienza e studo come il ciclo di “Sainte – Hermine che contiene il testo del 1857 “I compagni di Jehu” del 1857 e “I Bianchi e i Blu” del 1867 con le opere varie come il discutibile “I Borgia” del 1837 come la “Giovanna d’Arco” del 1842 e la “Storia della donna pallida” del 1849. Scrisse su Garibaldi. Nei suoi viaggi e scrisse della Calabria: “La Calabria è una magnifica regione; d’estate ci si arrostisce come a Tambouctou, d’inverno vi si gela come a San Pietroburgo; inoltre non vi si conta punto ad anni, a lustri o a secoli come negli altri paesi, ma a terremoti”.

Dumas, che si sofferma su le memorabili ”Memoires de Garibaldi” risalente al 1860 e poi “I garibaldini” (Les Garibaldiens, 1861) scritto proprio al seguito della spedizione dei Mille usa delle pennellate non soltanto letterarie o incise in una particolare angolatura storica ma si serve soprattutto di una penetrazione antropologica ponendo accanto alle “imprese” la descrizione dei luoghi, del paesaggio, della realtà che si racconta all’interno di un vissuto che è dato dalla vicinanza tra lo scrittore e Garibaldi stesso.

Si tratta di un percorso narrante che scava nei fatti e che riporta sulla scena anche degli aneddoti che permettono, oltre la retorica, di scavare nel vivo, l’impresa garibaldina. Uno spaccato interessantissimo perché attraverso Dumas si ricrea una atmosfera particolare che è quella che vede protagonista certamente Garibaldi ma emerge il bisogno di credere di poter cambiare un mondo che andava in sfacelo.

Ma cosa fa Dumas? Vive in prima persona le avventure garibaldine all’interno di una partecipazione che non è propriamente politica ma culturale ed è qui che le sfaccettature antropologiche prendono il sopravvento. Viaggia in quel Regno di Napoli attraversando paesi e comunità. Garibaldi lo nomina direttore dei musei e a seguito dei garibaldini commenta e annota imprese e paesaggi.

Viene stimato e considerato tanto che in Calabria il Comune di San Marco Argentano lo storicizza con queste parole: “L’illustre Alesandro Doumas è dichiarato cittadino di Sammarco Argentano, considerando che si devono raccomandare alla gratitudine dei posteri italiani quegli egreggi [sic] uomini che a qualunque nazione appartengono si adoperano a rendere opportuni servigi all’Italia; considerando che i due periodi di tempo abbisognanti di ajuto sono stati per l’Italia la splendida rivoluzione del ’60 ed i giorni nefasti del brigantaggio, considerando che l’illustre Alesandro [sic] Dumas fu appunto uno di quei egreggi [sic], che resero all’Italia il nobile uffizio di aiutare la rivoluzione con ogni sorte di mezzi e d’illuminare la pubblica opinione sulle cagioni del brigantaggio e sui rimedi d’esso”. Si trova scritto così su una delibera del Consiglio Comunale di San Marco Argentano alla data del 22 novembre del 1863.

Insomma imbattersi in Dumas significa percorrere un viaggio labirintico la cui via d’uscita è sempre certa pur nel dubbio di una fantasiosa capacità onirica e a volte surreale. La storia è fatta dalle storie come la sua letteratura intermezzata tra romanzi, racconti e resoconti di viaggi o frammentazione di vissuto. Un grande scrittore certamente ma anche un adulatore di se stesso conoscendolo come profondità dell’arte letteraria che ben aveva superato il vademecum dello scrittore nella sua visione tradizionale innovativa.

Se i Moschettieri e il Montecristo segnano un’epica del misterioso, il resto dello scrivere, narrando sempre, sigilla il modello nuovo dello scrittore aggredito dalla necessità di non assentarsi mai dalla pagina nonostante la consapevolezza che la vita si vive oltre la pagina. La letteratura comunque ha sempre qualcosa di divino. Chiaro. “V’è una sola cosa al mondo eternamente bella, giovane e feconda: l’arte divina”. A questa arte ha dedicato tutta la sua vita. Così fu: “Non possiamo fermarci: gli oggetti non ci arrestano con il loro volume, e i personaggi sembrano (e non sono) formati di una sola dimensione. Tutto quello che, nella vita, ci sbarra il passo, viene trascinato dal volo velocissimo della fantasia”.

Morì a 68 anni. Proprio da Montecristo giunge una lezione significativa: “Fino al giorno in cui Dio si degnerà di svelare all’uomo i segreti dell’avvenire, tutta la più alta sapienza d’un uomo consisterà in queste due parole: ‘Attendere e sperare’.” L’attesa e la speranza diventano così, in Dumas, il vero viatico di una esistenza e di una letteratura.

 

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