Il disastro dei beni culturali

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Il disastro dei beni culturali nel vuoto di personale in tutte le strutture mentre abbondano i laureati disoccupati e gli stranieri avanzano in incarichi …


AgenPress. In una società in transizione l’unica economia certa in grado di avere un marchio di italianità sono i beni culturali. Avremmo dovuto creare intorno alla mosaicizzazione dei beni culturali un progetto articolato di economia delle culture tra identità, territori e sviluppo nazionale. C’è l’idea ma la progettualità si è frantumata. Ci sono slogan ma le strutture del Ministero della Cultura sono completamente svuotate: da Milano a Matera, da Taranto a Cosenza. Questo è accaduto perché è  venuta meno proprio la progettualità. Nei primi tre anni dell’autonomia dei Musei e aree archeologiche ed altro si era intrapreso un cammino con una  visione di rinnovamento proprio del bene culturale. Ottima l’autonomia. Ho speso anni per far comprendere ciò. Ma gestita malissimo, organizzata peggio, continuata con difficoltà anche in termini di progettazione culturale tout court. Quella della autonomia è una percezione antica ma governata politicamente con una pratica contradditoria che ha creato non pochi problemi. Ma ora si vada avanti senza dimenticare la crisi in cui versa il settore cultura in Italia.

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Si cominci a ripercorrere un discorso maturo sui beni culturali in una fase complessa della cultura italiana che ha necessità di recuperare identità e storia tra radici e geografia dell’essere. In questo ultimo lustro di stagioni si è consumato il disastro dei beni culturali. Dai territori alla Nazione. Cominciamo dalla mancanza di personale delle varie strutture,  nonostante i numerosi laureati in beni culturali. Laureati, esperti, specializzati: dalla archeologia alle antropologie, dagli storici dell’arte alle biblioteche. Signori miei come si può inventare una Soprintendenza del Mare senza archeologi esperti in archeologia subacquea? Una ambiguità non solo culturale ma anche politica ed istituzionale.

Come si può trasformare una archeologia di terra in una di acque senza gli esperti e specializzati con alto profilo? Il caso della sovrintendenza (centrale) di Taranto. Per fare un solo esempio.  Come si fa a non pretendere una mappa aggiornata del personale dei vari uffici su tutto il territorio  nazionale nel momento in cui viene applicata la quota 100 e si svuotano gli uffici senza un artucilato modello di nuove assunzioni?

Ci sono strutture con personale ai limiti della chiusura. Si pensi alla Biblioteca Nazionale di Cosenza. Si pensi a Taranto, alla Basilicata, al Piemonte… Se l’idea è quella di chiudere gli uffici o accorparli  bisogna dirlo subito. È mai possibile pensare alla carenza di personale, personale specializzato che c’è, ripeto, e non creare un sistema di assunzioni immediato, dico immediato? Si aspettano i concorsi o il tramite di assunzioni attraverso le agenzie? Non è più pensabile ciò. In cultura. Basterebbe una assunzione triennale, attraverso una commissione seria non politicamente corretta, in grado di valutare sulla base di curriculum attrezzati  con pubblicazioni , esperienze, corsi. Si aboliscano i concorsi a lungo termine e si faccia una indagine di mercato sui vari campi e nei vari settori monitorano i vuoti drammatici sui territori.

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D’altronde come sono stati dati gli incarichi per le direzione dei Musei? Certo, grazie a un passaggio semi concorsuale partendo però dalla storia curriculare. Tutta da riconsiderare a mio avviso. È mai pensabile che molte di queste strutture devono ancora essere dirette da personale non italiano? È disperante questa idea. A questo punto si assumano anche i procuratori della repubblica, i dirigenti scolastici  i prefetti e i questori provenienti da paesi esteri.  Sarebbe una saggia idea. L’Italia dei beni culturali si è sgretolata. Basta dare una occhiata alle soprintendenze, molte delle quali sono in reggenza. In reggenza. Si pensi a un soprintendente in reggenza anche con regione diverse. Una storia antica che va avanti senza una logica.

Resto soltanto in superficie di un discorso sui beni culturali che andrebbero rivisitati con serenità,  attenzione e senza slogan. I beni culturali sono il patrimonio storico di una Nazione (più volte ribadito nei miei libri in argomento e in oltre 40 anni all’interno del ministero della cultura) ma non usiamo ciò come quarta di copertina della leggerezza nella quale sono siamo precipitati.

Storia e civiltà sono il perno intorno al quale ruota la valorizzazione che ha come incipit la tutela e la salvaguardia. Si è perso il senso e il valore della cultura dei beni culturali che restano identità tra modelli di tradizione ed economia attraverso la fruizione. Ma con la situazione di una gravità estrema come quella che si sta vivendo in questa temperie tutto diventa precario, provvisorio, incerto.

Si parta dal problema occupazionale e sul piano delle professionalità disoccupate. Come dicevo, abbiamo una garanzia di alto livello tra neo laureati ed esperti in età matura. Conosco molte di queste professionalità che non hanno trovato ancora un luogo e uno spazio nel campo delle culture. Non si rinnovi più il contratto ad esperti non italiani. Dopo due  mandati di presenza nei territori i responsabili incaricati (dai musei alle aree archeologiche alle strure di arte moderna e contemporanea) si trasferiscono, sempre nell’ambito delle loro professionalità, ma con articolazione tra costi e benefici  esperienze ed attività culturali. Si vada oltre il dato empirico.

Si faccia in modo che un museo di arte contemporanea possa essere retto da uno storico dell’arte con studi sull’arte contemporanea. La cosiddetta managerialità non ha senso, nella cultura, se non si ha una specializzazione sul campo. Insomma, riprendiamo in mano la questione dei beni culturali con grande capacità professionale di esperti italiani. Ripopoliamo le strutture periferiche di giovani con grande professionalità e pubblicazioni e apriamo tutte le aree archeologiche. Ridiamo vitalità alle scienze antropologiche. Si assumano bibliotecari e archivisti. Da qui bisogna partire altrimenti smettiamo di parlare di cultura. Non si gestisce la cultura come qualsiasi altro comparto. I beni culturali sono un unicum senza usare linguaggi e promesse sul turismo, sulle città, sui mari. La cultura è patrimonio nelle strutture e nel Pensiero.

Pierfranco Bruni

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