Iran. Si proclama innocente. Impiccagione del medico Djalali rinviata di alcuni giorni

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AgenPress – Le autorità iraniane hanno posticipato, ma non annullato, l’esecuzione capitale di Ahmadreza Djalali, il medico e ricercatore con doppia nazionalità iraniana e svedese, esperto in medicina dei disastri, che aveva lavorato anche con l’Università del Piemonte Orientale, a Novara. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia, citando fonti iraniane, dice che Djalali “non è stato trasferito nel luogo dell’esecuzione”.

“L’ufficio per l’attuazione delle sentenze ha detto che è arrivato un ordine superiore secondo il quale per i prossimi giorni l’esecuzione è sospesa”, riferisce ancora Noury, sottolineando che la mobilitazione per salvare Djalali va avanti.

Anche la moglie del ricercatore iraniano, Vida Mehrannia, ha confermato la notizia appresa dall’avvocato del marito Haleh Mousavian.

Ieri l’avvocatessa di Djalali, Halaleh Musavian, aveva detto che il suo assistito doveva essere trasferito dal carcere di Evin a Teheran a quello di Rajai Shahr nella città di Karaj, una trentina di chilometri ad ovest della capitale, per essere impiccato. L’esecuzione sembrava dunque questione di ore. Arrestato nel 2016, Djalali è stato condannato a morte l’anno successivo per spionaggio in favore di Israele, ma ha sempre respinto l’accusa.

Nelle scorse ore il caso era di nuovo tornato al centro delle cronache, a seguito del suo trasferimento da Evin alla prigione di Rajai Shahr, dove era a rischio imminente di esecuzione.  Trasferimento poi smentito. Secondo Radio Farda, Djalali si trova ancora nel carcere di Evin, a Teheran, e non nella prigione Rajai Shahr, a Karaj, la struttura penitenziaria dove di solito si eseguono le condanne capitali il mercoledì all’alba.  Djalali, 49 anni, era stato arrestato in Iran dove si trovava per partecipare a una conferenza scientifica; l’anno dopo, è stato condannato per “corruzione”.

Dichiaratosi sempre innocente, ha poi raccontato di essere stato costretto a confessare, sotto tortura, di essere colpevole di “spionaggio” a favore di Israele, un reato attribuito anche ad altri cittadini iraniani con doppia cittadinanza. Secondo Djalali, la sua colpa è stata quella di aver rifiutato di lavorare come spia per le autorità iraniane. Per il suo caso si sono mosse le principali organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, che hanno condannato il processo arbitrario e iniquo a cui è stato sottoposto. Anche l’Ue si è mossa per la sua salvezza, mentre – a quanto si apprende da fonti locali – anche l’ambasciata italiana a Teheran si è unita all’iniziativa diplomatica guidata dalla Svezia per far pressioni sulle autorità iraniane.

La situazione si è complicata dopo l’uccisione, lo scorso 27 novembre vicino Teheran, del capo del programma nucleare iraniano, Mohsen Fakhrizadeh, in un attentato che per la Repubblica islamica porta la firma di Israele. I difensori dei diritti umani temono che sul caso di Djalali possa consumarsi una “rappresaglia interna”. L’ambasciata iraniana a Roma, in un recente tweet di risposta a un utente, ha messo in relazione i due casi: “Chi ha martirizzato Fakhrizadeh, un grande scienziato, sicuramente si reputa innocente come Djalali, le cui mani sono macchiate del sangue dei suoi connazionali ed è stato condannato per spionaggio in tribunale, con prove sufficienti e quindi deve essere punito. Stop ai doppi standard”.