AgenPress. In Cioran il tragico della conoscenza ha un vissuto greco le cui radici portano tra i fili il sentimento delle solitudini. Un tempo di metafisica tracciato lungo le rotte di un inquieto navigare tra mari e vento in burrasca. Restano sempre le macerie a mietere la vuotezza del perduto che, volente o nolente, non si riesce a ritrovare.
Si va alla ricerca non di quello che è possibile trovare, ma dell’impossibile. Si vorrebbe rendere l’impossibile possibile. Ma non siamo divini. Non siamo immortali. Siamo esseri finiti. Ovvero che finiscono.
Nessuna religione potrà salvarci. Eppure nonostante tutto siamo uomini religiosi che si portano dentro la storia di un vissuto. Siamo uomini smarriti. Perché siamo solo il presente. Un presente che sparisce nel momento in cui l’istante scompare e compare il ricordo dall’istinto.
Cioran è nel mio cammino come labirinto inafferrabile. Come cielo spalancato sulla notte inaffidabile. La notte è inaffidabile tranne quando si cattura una stella. In quella stella c’è un immenso ma se l’immenso cede all’orizzonte la linea del finito segna la conclusione della storia.
La storia non va a spasso con il tempo. Il tempo è un cerchio oppure una una retta. Per me resta un cerchio. Cioran lo ha percorso in forma labirintico come Mircea Eliade. Dandogli il viso del sacro e lo sguardo del mito.
Siamo uomini sconfitti e la sconfitta è la mancanza di eternità. Solo Dio non lo è. Può essere considerato morto (Nietzsche). Morto in un istante. Risorto per tutte le epoche del tempo reale e immaginario. Nietzsche lo ha fatto morire per farlo risorgere come salvezza dell’uomo smarrito. Lo ha fatto morire per fargli provare il senso della fine. Gli ha dato la forza la pazienza il coraggio di Sisifo per infliggergli la sopportazione e la disobbedienza.
Solo gli uomini in rivolta (Camus) conoscono la disobbedienza perché sono liberi. Cioran ha incarnato tutto ciò per nascondere il tedio del dolore il sacrificio del dolore la Croce della tragedia. Una via d’uscita è l’esilio. L’esilio è appunto la certezza della disobbedienza. Chi disubbidisce sarà condannato. L’esilio è la colpa da scontare proprio come “crepuscolo dei pensieri”.
La verità dell’esilio è la portata della libertà. Chi abita la vera libertà sa che l’esilio è già davanti. Mai dietro. L’uomo in rivolta è un uomo che ha conosciuto il passato e lo ha reso memoria ma sa anche che il suo destino è l’accettazione dell’esilio permanente. L’esilio non smetterà di accogliere i disubbidienti di ciò che si considera il reale. Si vive per restare nella debolezza o per disobbedire.
Chi accoglie la debolezza è condannato alla passività. Chi non accetta le regole e disobbedisce vivrà esiliato. Vivere è scegliere. Chi non sceglie da solo sarà scelto. La “tentazione di esistere” porta in dote l’attrazione e il destino. Quale percorso scegliere?
Cioran ha scelto l’esilio perché non si è lasciato attrarre dell’attrazione. Bensì dal destino. Il solo destino possibile per l’uomo libero è l’esilio. Nel viaggio il rischio è sempre incombente. Alla fine siamo tutti mortali o siamo già morti. L’universo è una geografia delle tentazioni la cui ragnatela è un cifrario della disperazione.
Il fatto stesso che siamo mortali è già una disperazione anche se siamo colpiti dalla negazione o meglio dalla illusione della accettazione che chiamiamo consapevolezza. La consapevolezza è l’illusione della accettazione. Il viaggio tenta di allontanarci da ciò ma è vano.
Tutto è vano se dobbiamo morire. Allora perché vivere? Per restare fedeli alla creazione? L’uomo è cosi banale da accettare la creazione non pensando alla morte che arriverà.
Siamo imprigionati tra l’aurora e il tramontare. Eppure restiamo imprigionati. Ecco perché ho scelto l’esilio senza mai firmare alcun condono. Cioran ci conduce verso un esercizio impossibile e ci sfida a raggiungere il possibile.
Siamo aurora nella nascita e tramonto nella morte. Tutto il resto è una incognita assurda. Tutto il resto è assurdo. Siamo appiccicati alla vita perché l’assurdo ci spaventa. Siamo uomini di paura. Prendimi per mano e portami con te Signore.
Ma dove?
Ci spaventa la morte. Ma perché non ci spaventa la creazione? Volontà della nascita. Impotenza della vita nel diventare morte. Brividi. Brutta faccenda. Comunque non smetto di credere che Dio c’è e che nonostante tutto siamo commedia nel tragico. La vera libertà resta l’esilio perché allontana da tutto.
Pierfranco Bruni