AgenPress. Buongiorno, colleghi, e grazie mille, Primo Ministro Pashinyan, per questa fantastica organizzazione.
Oggi parliamo di una «policrisi», ma che cosa significa esattamente «policrisi»? Credo che non si tratti semplicemente del fatto che ci troviamo ad affrontare contemporaneamente molte crisi e basta. Il problema è che tutte queste crisi sono collegate tra loro e si alimentano a vicenda. E penso che sia molto importante capirlo, anche per affrontare il fatto che non possiamo limitarci a occuparci di uno o due aspetti di questa crisi, ma dobbiamo affrontarli tutti. E userò proprio – dato che Nikos lo ha chiesto – l’esempio della migrazione.
Sappiamo, ovviamente, che i flussi migratori incontrollati mettono sotto pressione la sicurezza dei cittadini e, quando vengono utilizzati come minaccia ibrida, anche la stabilità degli Stati. Ma non finisce qui. Ciò incide anche sull’economia, mettendo a dura prova le risorse pubbliche e impattando sui mercati del lavoro, il che indebolisce la competitività, aumentando l’incertezza e le tensioni sociali. Vi sono inoltre legami con il settore energetico, poiché dobbiamo anche fare i conti con il fatto che molti flussi provengono da regioni instabili che sono fondamentali per il nostro approvvigionamento.
Infine, tutto ciò incide sulla qualità delle nostre democrazie, poiché quando i cittadini hanno l’impressione che le sfide importanti non vengano governate, perdono fiducia nelle istituzioni. E quando la fiducia viene meno, le persone diventano più vulnerabili alla manipolazione, compreso l’uso malevolo dell’intelligenza artificiale. Quindi, non è solo questione di migrazione: è migrazione, è economia, è democrazia, è competitività, è energia, è sicurezza. E se prendo uno qualsiasi degli altri argomenti, posso collegarli tutti allo stesso modo.
Quindi, innanzitutto, non possiamo affrontare solo un tassello di questa policrisi. In secondo luogo, la migrazione è parte integrante di questa policrisi. In terzo luogo, nessuno può affrontarla da solo. Pertanto, la cooperazione in questo ambito è un presupposto fondamentale.
Negli ultimi anni abbiamo compiuto passi avanti molto importanti a livello di Unione europea: ora disponiamo di un nuovo Patto sull’asilo; abbiamo una nuova definizione dei Paesi terzi sicuri; ci stiamo avviando verso un nuovo regolamento sui rimpatri che ci aiuterà anche per quanto riguarda le soluzioni innovative, come quelle che l’Italia sta cercando di mettere in atto.
Abbiamo compiuto progressi a livello del Consiglio d’Europa, dove stiamo lavorando per dare un’interpretazione più moderna delle convenzioni in vigore, che però risalgono a molti anni fa.
Inoltre, a livello della CPE, insieme a Keir stiamo promuovendo un’altra dichiarazione. Negli ultimi giorni, i Paesi firmatari sono già saliti a 31. Stiamo quindi facendo un ottimo lavoro. E nella proposta che abbiamo elaborato insieme a Keir, la posizione è piuttosto chiara: dobbiamo combattere i trafficanti; dobbiamo evitare che si ripeta una nuova crisi come quella che abbiamo avuto nel 2015; dobbiamo cooperare con i Paesi di origine e di transito.
E questo mi riporta al punto di partenza e alla seconda parte della domanda posta da Nikos. Insomma, il problema è: se ci troviamo di fronte a questa «policrisi», siamo in grado di affrontarla nel modo giusto? La mia opinione è che, a livello dell’Unione europea, ad esempio, negli ultimi anni abbiamo dimostrato la nostra capacità di reagire alle emergenze. Lo abbiamo fatto con la crisi pandemica. L’abbiamo fatto con l’Ucraina. Ma penso anche che ora dobbiamo fare un salto di qualità. Ciò significa passare dalla nostra capacità di reagire alla nostra capacità di anticipare. Ciò significa che dobbiamo concentrarci molto di più sulla nostra strategia a lungo termine. E questo tipo di discussioni sono molto utili a tal fine.
E la strategia, a mio avviso, dovrebbe concentrarsi maggiormente non solo sui Paesi che hanno le stesse vedute – cosa molto, molto importante – ma anche sui nostri vicini geografici. Ovviamente, ciò che stiamo facendo ora con i Paesi che hanno le stesse vedute, nell’ambito della CPE, è molto importante, e dobbiamo migliorarlo; sono molto lieta che Mark sia qui. Ma penso che dovremmo concentrarci anche – dal punto di vista dell’Italia – e molto di più, ad esempio, sui nostri vicini del Mediterraneo. Penso che dovremmo lavorare anche su un forum come la CPE – che è fondamentale per noi, ovviamente, in questi tempi – concentrandoci sullo spazio geografico del “Mediterraneo allargato”. In passato, con Ursula, con altri Stati Membri, con l’Unione europea, abbiamo cercato di affrontare la migrazione. Siamo stati spinti a prestare molta più attenzione ai Paesi dell’area mediterranea. Ora, a mio avviso, la sfida consiste nell’ampliare questo approccio per integrare sicurezza, sviluppo ed energia nella nostra cooperazione con i Paesi vicini, poiché questo è il modo migliore che abbiamo per rispondere a una crisi che non è solo una crisi, ma è un insieme di molte crisi che, purtroppo, fanno parte della stessa crisi e che dobbiamo affrontare nel loro insieme.
