Benedetto Croce e San Francesco d’Assisi. La santità non nasce dalla storia ma dal Mistero

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AgenPress. In una visione complessivamente hegheliana Benedetto Croce cerca di affrontare la santità di Francesco d’Assisi sul piano storicista. Deve fare i conti però con il religioso. Non è una questione di estetica della storia. Molto di più. È mistica. È cristiana. È ontologica infatti quando Benedetto Croce guarda a Francesco d’Assisi, non cerca il taumaturgo delle leggende né il ribelle delle agiografie romantiche. Cerca l’uomo. E l’uomo, per Croce, è sempre storia. «La storia nostra è storia della nostra anima; e storia dell’anima umana è la storia del mondo».

Francesco entra dunque nel laboratorio crociano non come mito, ma come esempio di un “fatto spirituale”. È il fatto di un’anima che, spogliandosi, ha edificato un mondo. Deve necessariamente distaccarsi dalla fenomenologia di Hegel. C’è da dire che Croce non fu mai devoto in senso confessionale. Eppure nel 1942 scrive: «Perché non possiamo non dirci “cristiani”», intendendo che il cristianesimo è «rivolgimento spirituale» che ha mutato la storia europea.

Francesco è il punto incandescente di quel rivolgimento. Non teologo, non filosofo. Ma «il Poverello di Assisi aveva compreso che ogni carisma donato dallo Spirito Santo va posto a servizio del Corpo di Cristo, che è la Chiesa». Croce vede in lui l’obbedienza che non è sottomissione, ma creazione. Francesco «agì sempre in piena comunione con l’autorità ecclesiastica», eppure rinnovò. Perché la vera rivoluzione, per Croce, non distrugge: integra. «Le verità definite dai filosofi non si abbattono a vicenda, ma si sommano e si integrano le une con le altre». Francesco somma Vangelo e storia, povertà e civiltà, croce e gioia.

Manca in Croce un significativo progetto che parte dal Crocifisso. Perché senza di esso non può si conprendere la santità di Francesco. Nel saggio “San Francesco”, pubblicato su «La Critica» nel 1920 e poi raccolto in “Poesia e non poesia”, Croce pronuncia la tesi che scandalizza i devoti: «Il santo di Assisi non fu poeta». E spiega: «La poesia solo in piccola parte si trova negli innumeri libri detti di poesia». Il Cantico delle creature non è “poesia d’arte”, è “poesia popolare”, cioè espressione immediata di una condizione spirituale.

Ma l’estetica del linguaggio poetico può integrarsi con il mistero? La distinzione è capitale. Per Croce, poesia d’arte è creazione individuale e forma consapevole. Poesia popolare è effusione collettiva, religiosa, morale. Francesco non “fa” poesia: È poesia. Perché «dare forma artistica a un contenuto di sentimento significa imprimervi il carattere di totalità, infondergli il soffio del cosmo». E il Cantico è cosmo. «Altissimu, onnipotente bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria e l’honore». Non è metrica, è respiro. Non è letteratura, è liturgia.

La liturgia cosa ha a che fare con l’estetica, Così Croce, seconda la sua visione storicista e hegeliana, salva Francesco dall’estetismo. Lo restituisce alla santità. Il santo non cerca la parola bella: cerca la parola vera. E la parola vera, quando nasce dalla «povertà interiore ed esteriore», diventa involontariamente bella. «In ogni autentica rappresentazione artistica è se stessa ed è l’universo». Il Cantico è universo perché Francesco è diventato universo spogliandosi. La nudità è la sua metrica. Una metrica che non cerca la poesia pura. Bensi il senso della devozione.

Croce, hegeliano critico, sa che la storia è «storia della libertà». Ma la libertà di Francesco non è quella del filosofo. È quella, appunto, del Crocifisso. La Croce di San Damiano, «icona a forma di croce dinanzi a cui Francesco d’Assisi stava pregando quando ricevette la richiesta del Signore di riparare la sua casa», non è dolore. È trionfo. «Cristo Glorioso: a differenza di molti crocifissi medievali, Gesù non è rappresentato come sofferente. Il Cristo di San Damiano è raffigurato in piedi e trionfante, con gli occhi aperti». Siamo completamente dentro il mistero. Modello che Croce trova difficoltà a comprendere o ad accettare. Anche se Croce e Francesco si toccano. Per entrambi la bellezza non è ornamento, è struttura.

«Espressione e bellezza non sono due concetti distinti, ma un unico concetto». La Croce è bella perché è vera. È vera perché esprime la totalità: morte e risurrezione, kenosi e gloria. Francesco «portò nella sua carne le cinque piaghe di Cristo». La carne diventa estetica. Le stimmate sono l’ultima forma della poesia. Ovvero è il corpo che si fa verso. Ancora una volta si pone una domanda. Croce può accogliere ciò? Perché ciò non collima con lo storicismo. Si avverte infatti una contraddizione di fondo.  Davanti a quella Croce, Francesco prega: «O alto e glorioso Dio, illumina le tenebre del cuore mio. Dammi una fede retta, speranza certa, carità perfetta e umiltà profonda». Non chiede versi. Chiede luce. E la luce, quando arriva, detta il Cantico. È una visione ambigua per Croce storico. Anche se a volte considera Francesco uno snodo della storia europea. Dopo di lui, «la prima beatitudine del Discorso della Montagna – Beati i poveri in spirito – ha trovato una luminosa realizzazione».

La povertà francescana non è sociologia. È spiritualità che diventa civiltà. Quindi fuori da ogni dimensione ontologica. «Francesco, dinanzi al Vescovo di Assisi, con un gesto simbolico si spogliò dei suoi abiti, intendendo così rinunciare all’eredità paterna: come nel momento della creazione, Francesco non ha niente, ma solo la vita che gli ha donato Dio». Croce legge in quel gesto l’atto fondativo della modernità etica. L’uomo che non possiede è l’uomo libero. E «la libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale». Francesco crea un ordine, i Minori, cioè crea una relazione. La sovranità «non è di nessuno dei componenti singolarmente preso, ma della relazione stessa».

La fraternità francescana è politica in senso crociano: vita che si fa istituzione senza pietrificarsi. Un paradosso incomprensibile. Ma questo mette in difficoltà tutta l’ermeneutica crociana dalle fondamenta. Perché nella vita dei santi non c’è contrasto tra carisma profetico e carisma di governo». Francesco riforma senza scisma. Obbedisce al Papa e cambia la Chiesa. È la dialettica che Croce ama ma può accettarla in senso di: conservazione e rivoluzione insieme? «La storia non è mai giustiziera, ma sempre giustificatrice». Francesco non giustifica il Vangelo vivendolo. Non lo commenta: lo incarna. Non c’è alcuna giustificatrice valenza in Francesco. C’è l’abitazione il Vangelo senza alcuna ermeneutica.

La grandezza di Francesco, comunque, per Croce, sta nel tenere insieme i contrari senza dialettica hegeliana, ma con la semplicità del santo. Però Hegel in Croce c’è. «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra madre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba». La terra è sorella, la morte è sorella: «Laudato si’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale». Non c’è opposizione, c’è circolarità. È la «totalità» che Croce vede nell’arte vera: «Nell’intuizione, il singolo pulsa con la vita del tutto, e il tutto è nella vita del singolo».

Francesco sta sulla soglia. Tra natura e grazia, tra gioia e croce, tra vita e morte. E la soglia, nell’estetica dell’edificazione, è il luogo dove si costruisce. «Va’ e ripara la mia casa, che come vedi, è tutta in rovina!». Riparare non è restaurare il passato. È edificare il futuro con le pietre del passato. È edificare la gioia e non la storia. Francesco prende la Croce e ne fa casa. Prende la povertà e ne fa regola. Prende il Cantico e ne fa lingua. Anzi Comunità. Per questo Croce può dire che Francesco non fu poeta e, insieme, che dopo di lui «inizia la letteratura italiana».

La santità, quando è totale, genera non cultura ma spiritualità. Non per intenzione, per eccedenza. «Dando, che si riceve; Perdonando, che si è perdonati; Morendo, che si risuscita a Vita Eterna». È la legge francescana. È la legge della storia. Ma è soprattutto il misterioso del Crocifisso.

Benedetto Croce incontra San Francesco e non si converte. Ma comprende. Comprende che «i santi sono i migliori interpreti della Bibbia; essi, incarnando nella loro vita la Parola di Dio, la rendono più che mai attraente». Francesco non scrisse trattati. Scrisse con la vita. E la vita, quando è «forma artistica», è più persuasiva di ogni sistema. Sistema di pensiero. In Francesco non c’è pensiero ma fede e mistero.

La Croce di San Damiano resta. «Il Crocifisso fu originariamente collocato nella Chiesa di San Damiano» e lì Francesco «sentì la voce di Gesù chiedergli di riparare la Chiesa». Croce non sentì voci. Ma sentì la storia. E nella storia vide che Francesco aveva riparato la casa d’Europa dandole un nuovo fondamento: la gioia della povertà. Un segnale? Può essere…

Tra il filosofo della storia e il santo della povertà, si compie un dialogo senza agiografia. Croce non fa di Francesco un poeta. Ne fa qualcosa di più alto: ovvero un fatto. Un fatto che, otto secoli dopo, ancora edifica. Perché la santità, quando è vera, è la più alta forma di poesia. Non quella che si scrive. Quella che si è. Però in Croce resta Hegel.

Non si può affrontare tutto il francescanesimo con la Fenomenologia o con la storia. Non si descrive Francesco. Si incontra. L’incontro deve essere edificante fino a scavare le strade dell’anima e le corde del cuore e non mi pare che Croce sia entrato sino a toccare il Mistero. La santità non nasce dalla storia o semplicemente dal sacro. Ma dalla Gioia edificata. Nel mio percorso in Francesco non ho individuato storia e fenomenologia. Bensì devozione e fede. Capisaldi per edificare la gioia che vive in Francesco per noi.

Pierfranco Bruni

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