AgenPress. L’accordo firmato dal presidente Donald Trump a Versailles a giugno fissava un’ambiziosa scadenza di 60 giorni per porre fine alla guerra con l’Iran e raggiungere un’intesa sul suo programma nucleare.
La scadenza era lunedì, e le due parti sono più distanti di quanto non lo fossero allora.
I colloqui, per quanto limitati, si sono concentrati sulla riapertura dello Stretto di Hormuz e sulla revoca del blocco statunitense contro l’Iran, entrambi obiettivi che avrebbero dovuto essere raggiunti nell’ambito dell’accordo provvisorio. Non vi è stato alcun segnale di un possibile compromesso sullo Stretto, né che siano iniziati negoziati dettagliati sul nucleare.
Gli Stati Uniti, nel frattempo, non hanno valide alternative per uscire dalla guerra che hanno iniziato al fianco di Israele.
Accogliere le ultime richieste dell’Iran significherebbe cedergli il controllo di una via navigabile internazionale cruciale, che prima della guerra trasportava un quinto del petrolio e del gas commercializzati a livello mondiale, e equivarrebbe ad ammettere la sconfitta. Un’escalation di questa guerra profondamente impopolare ridurrebbe ulteriormente le forniture statunitensi di missili intercettori avanzati, scuoterebbe l’economia mondiale e farebbe aumentare i prezzi del gas in vista delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti.
Entrambe le parti si sono trincerate, sperando che l’altra ceda per prima. Finora, nessuna delle due ha ceduto.
L’accordo di giugno, noto come Memorandum d’intesa, prevedeva la cessazione di tutte le operazioni militari e fissava un termine di 60 giorni per raggiungere un accordo che ponesse fine definitivamente alla guerra e risolvesse la lunga controversia sulle attività nucleari dell’Iran.
Il documento chiedeva la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma attribuiva all’Iran un ruolo vagamente definito nel facilitare il traffico, lasciando aperta la possibilità che potesse imporre tariffe dopo la scadenza dei 60 giorni. L’Iran ha sfruttato questa clausola per rivendicare il controllo sulla via navigabile.
Una settimana dopo la firma dell’accordo, l’Iran ha iniziato a sparare contro le imbarcazioni che utilizzavano una rotta lungo la costa dell’Oman, sull’altro lato dello stretto, una rotta controllata dall’esercito statunitense e concepita per aggirare il controllo di Teheran.
Gli Stati Uniti hanno risposto colpendo l’Iran, che a sua volta ha reagito attaccando i paesi arabi che ospitavano forze americane, come Giordania, Kuwait e Bahrein. Gli Stati Uniti hanno revocato le deroghe concesse nell’ambito dell’accordo che avevano permesso all’Iran di vendere il proprio petrolio a livello internazionale e Trump ha ripristinato il blocco dei porti iraniani.
Ciascuna parte ha accusato l’altra di aver violato l’accordo di giugno, di cui ormai non rimane quasi nulla.
Gli scontri si sono infine placati. La relativa tregua in Libano tra Israele e Hezbollah, sostenuto dall’Iran, ha retto in gran parte, nonostante le truppe israeliane occupino vaste aree nel sud del Paese. L’accordo di giugno avrebbe dovuto garantire “l’integrità territoriale e la sovranità” del Libano.
