Marina Berlusconi contro le accuse di Graviano: “Un boss feroce si è travestito da pubblico ministero”

- Advertisement -
- Advertisement -

AgenPress. Una nuova testimonianza di Giuseppe Graviano riporta al centro del dibattito giudiziario i presunti rapporti finanziari tra l’ambiente familiare del boss mafioso e Silvio Berlusconi agli inizi della sua carriera imprenditoriale. Le dichiarazioni, rese il 2 ottobre 2026 nel processo Baiardo a Firenze, hanno provocato una dura reazione di Marina Berlusconi.

Graviano, detenuto e condannato per gravi reati di mafia, ha raccontato ai pubblici ministeri che il nonno materno, Filippo Quartararo, avrebbe costituito una società con Silvio Berlusconi tra il 1969 e il 1970 per effettuare investimenti immobiliari. Secondo il suo racconto, Quartararo avrebbe investito personalmente 4-5 miliardi di lire, mentre l’operazione complessiva avrebbe raggiunto i 20 miliardi di lire dell’epoca.

Il racconto di Graviano, tuttavia, si basa su circostanze che egli sostiene di avere appreso successivamente dal nonno. Il boss ha riferito di essere venuto a conoscenza dell’investimento dopo la morte del padre, nel 1982, e ha parlato anche dell’esistenza di una presunta «carta privata» nella quale sarebbero stati indicati gli investitori. Nel corso della deposizione ha però precisato di non poter confermare con certezza alcuni dei nomi contenuti nel documento.

La testimonianza ha suscitato la reazione di Marina Berlusconi, presidente di Fininvest e del gruppo Mondadori. In una lettera pubblicata da Il Giornale, la figlia di Silvio Berlusconi ha contestato duramente il modo in cui le dichiarazioni sono state portate all’attenzione dell’opinione pubblica.

«Un boss feroce si è travestito da pubblico ministero per rilanciare le sue famigerate accuse senza il minimo controinterrogatorio, e gli è stato permesso di trascinare sul banco degli imputati chi non può nemmeno difendersi», è la frase attribuita a Marina Berlusconi.

La sua posizione si inserisce in una lunga serie di interventi con cui, negli ultimi anni, ha difeso pubblicamente la memoria del padre dalle ricostruzioni che hanno ipotizzato rapporti finanziari o politici con ambienti mafiosi. Nel giugno 2026, dopo l’archiviazione dell’inchiesta sulle stragi del 1993, Marina Berlusconi aveva sostenuto che decenni di sospetti e insinuazioni avessero gravato sulla figura dell’ex presidente del Consiglio.

Le affermazioni odierne di Graviano non rappresentano la prima volta in cui il boss parla di presunti rapporti economici tra la propria famiglia e Berlusconi. Già negli anni scorsi aveva raccontato agli inquirenti di investimenti riconducibili al nonno nel settore immobiliare milanese, parlando di una somma complessiva di 20 miliardi di lire e di una partecipazione ai profitti.

Nel 2021 L’Espresso aveva riportato una precedente versione del racconto, nella quale Graviano indicava in circa 4,5 miliardi di lire la somma investita dal nonno e attribuiva il resto dell’operazione ad altri soggetti. La stessa ricostruzione giornalistica sottolineava, però, che le dichiarazioni non erano state provate e che gli investigatori erano alla ricerca della documentazione alla quale Graviano faceva riferimento.

Anche nel 2020, durante il processo sulla cosiddetta ‘ndrangheta stragista, Graviano aveva parlato di incontri con Berlusconi e di investimenti della famiglia nel settore immobiliare. All’epoca le affermazioni furono contestate dalla difesa dell’ex premier.

Il punto centrale della nuova deposizione resta dunque l’origine di quei 20 miliardi di lire e il loro eventuale rapporto con le attività imprenditoriali di Berlusconi.

Graviano sostiene che una parte del denaro provenisse direttamente dal nonno Quartararo e che il resto fosse stato raccolto attraverso altre persone. Ha inoltre riferito che una quota dei profitti sarebbe dovuta essere restituita agli investitori e che la gestione delle restituzioni sarebbe stata affidata, per la sua famiglia, al cugino Salvatore.

La ricostruzione assume particolare rilievo perché si colloca nella fase iniziale dell’attività immobiliare di Berlusconi a Milano. Ma il fatto che una simile versione sia stata resa in tribunale non equivale, di per sé, alla prova dell’esistenza dell’operazione nei termini descritti da Graviano, né tantomeno dimostra che capitali mafiosi abbiano finanziato l’ascesa imprenditoriale dell’ex premier.

È proprio questo il punto sul quale occorre distinguere tra testimonianza, ipotesi investigativa e fatto giudiziariamente accertato. Le dichiarazioni di Graviano costituiscono una parte della documentazione acquisita nell’ambito di vicende giudiziarie che da anni esaminano i presunti rapporti tra Berlusconi, Marcello Dell’Utri e ambienti mafiosi.

Nel giugno 2026, inoltre, il Tribunale di Firenze aveva archiviato le accuse relative al coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri nella strategia delle stragi mafiose del 1993. Il Giornale riferì allora la posizione di Marina Berlusconi secondo cui l’archiviazione avrebbe chiuso un capitolo durato decenni.

La nuova deposizione di Graviano riapre così, sul piano mediatico e giudiziario, una questione già affrontata più volte negli anni: quella della provenienza dei capitali che accompagnarono i primi passi dell’imprenditore milanese.

Per ora, tuttavia, il racconto resta una dichiarazione resa da Graviano e oggetto di verifica, non una ricostruzione definitivamente accertata dei fatti. Il confronto tra la sua versione, eventuali documenti e gli altri elementi raccolti dagli inquirenti sarà determinante per stabilire quale peso attribuirle.

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -