Trump ribattezza lo Stretto di Hormuz. “Chiamatelo Trump Strait”

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AgenPress. Donald Trump rilancia una delle sue più controverse iniziative simboliche: lo Stretto di Hormuz, il corridoio marittimo strategico che separa l’Iran dalla penisola arabica, dovrebbe d’ora in poi chiamarsi “Trump Strait”, secondo quanto annunciato dal presidente statunitense.

L’idea era stata avanzata dallo stesso Trump il 2 settembre, quando aveva scritto sui social: «Ora che è sotto il controllo degli Stati Uniti, dovremmo cambiare il nome da Stretto di Hormuz a TRUMP STRAIT?». In un primo momento il presidente aveva lasciato intendere che si trattasse anche di una provocazione.

Ora, però, Trump sembra voler trasformare la provocazione in una vera e propria denominazione utilizzata dagli Stati Uniti. Durante un comizio repubblicano a Dallas, il presidente ha dichiarato che Washington controlla il traffico attraverso Hormuz e che lo stretto dovrebbe essere chiamato “Trump Strait”. «Dovrei ottenere qualcosa anch’io», ha detto, annunciando che avrebbe fatto un annuncio sul nuovo nome.

La scelta arriva in un momento particolarmente delicato. Lo Stretto di Hormuz è uno dei punti più importanti del commercio energetico mondiale e la sua sicurezza è diventata uno dei principali fronti dello scontro tra Stati Uniti e Iran.

Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano ormai il controllo del traffico nello stretto. Teheran, al contrario, continua a contestare questa ricostruzione e la situazione militare nella regione rimane estremamente tesa. Gli attacchi alle navi e le difficoltà del traffico marittimo hanno contribuito anche all’aumento dei prezzi dell’energia.

Il cambio di nome assume quindi un significato che va ben oltre la semplice toponomastica. Per Trump, chiamare il passaggio “Trump Strait” significa rivendicare simbolicamente la supremazia americana su una delle arterie strategiche del Medio Oriente.

Il presidente degli Stati Uniti può stabilire come le istituzioni federali americane debbano indicare determinati luoghi e può promuovere nuove denominazioni all’interno degli Stati Uniti. Ma uno stretto internazionale non diventa automaticamente “Trump Strait” perché lo decide Washington.

La proposta segue una serie di precedenti. Trump ha già promosso il nome “Gulf of America” al posto di Gulf of Mexico e ha sostenuto altri cambiamenti di denominazioni geografiche. In diversi casi, però, gli altri Paesi non hanno riconosciuto le nuove denominazioni.

Per questo, almeno per ora, “Trump Strait” è soprattutto il nome con cui l’amministrazione americana vuole indicare lo stretto, non necessariamente il nuovo nome universalmente riconosciuto sulle mappe del mondo.

La scelta è perfettamente in linea con lo stile politico di Trump, che negli ultimi mesi ha trasformato anche la geografia in uno strumento di comunicazione politica.

Dare il proprio nome a un luogo simbolicamente fondamentale significa trasformare una questione geopolitica complessa in un messaggio immediatamente riconoscibile: l’America è presente, l’America controlla, e soprattutto — nel linguaggio politico di Trump — Trump lascia il segno.

Ma Hormuz non è una proprietà americana. È uno stretto internazionale e la sua denominazione ha una lunga storia legata alla geografia e alla regione che lo circonda.

Per questo la nuova trovata del presidente americano rischia di produrre soprattutto una nuova disputa diplomatica: a Washington potrebbe essere “Trump Strait”, mentre sulle mappe internazionali potrebbe continuare a essere semplicemente lo Stretto di Hormuz.

E, almeno per il momento, è proprio questa la parte più significativa della vicenda: non è soltanto una guerra per il controllo di una rotta marittima. È anche una guerra sulle parole, sui simboli e su chi abbia il potere di dare un nome alla realtà.

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