Aggressioni agli infermieri, il 36,2% degli episodi avviene nei servizi pschiatrici

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AgenPress. La Psichiatria emerge in assoluto come il fronte più delicato delle aggressioni agli infermieri, superando persino la realtà dell’emergenza-urgenza. Lo studio pubblicato nel 2025 sulla rivista scientifica Healthcare attribuisce infatti ai servizi psichiatrici il 36,2% degli episodi analizzati, contro il 33,4% del Pronto Soccorso. Nella stessa ricerca gli infermieri rappresentano il 76,6% dei professionisti coinvolti e la violenza verbale pesa per il 51,2%.

«Questi numeri rompono uno schema – afferma Antonio De Palma, presidente nazionale Nursing Up –. Quando parliamo di aggressioni pensiamo immediatamente ai Pronto Soccorso. E invece abbiamo una rilevazione autorevole nella quale la Psichiatria arriva davanti all’emergenza-urgenza, con gli infermieri coinvolti in oltre tre episodi su quattro. Non possiamo continuare a considerare questo rischio come una conseguenza inevitabile del lavoro nei servizi psichiatrici».

PSICHIATRIA, I DATI 2025: SPDC AD ALTISSIMO RISCHIO

Il segnale non arriva da una sola ricerca. Secondo il Rapporto Emilia-Romagna sugli episodi di aggressione nei servizi sanitari, nel 2025 i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura risultano l’area a più alto rischio, con 278,2 episodi ogni 100mila giornate di degenza. Nel complesso delle aggressioni registrate dalla Regione, nell’89,1% dei casi è presente violenza verbale, mentre nel 28,1% si registra violenza fisica; le tipologie possono sovrapporsi nello stesso episodio. Nel 68,3% dei casi l’aggressore è il paziente o utente.

Anche il Libro Bianco 2026 della Regione Veneto, relativo ai dati 2025, colloca gli SPDC tra i servizi ospedalieri maggiormente interessati dalle aggressioni e segnala criticità nei servizi psichiatrici territoriali, nelle REMS e nell’area delle dipendenze. Il dato dell’Emilia-Romagna evidenzia un punto decisivo: la violenza non coincide soltanto con l’aggressione che produce una lesione. Minacce, insulti e intimidazioni rappresentano una componente rilevante del fenomeno e sono proprio gli episodi senza conseguenze fisiche a rischiare più facilmente di non essere formalizzati.

«Gli infermieri nei reparti di psichiatria garantiscono assistenza 24 ore su 24, affrontano le fasi acute, l’agitazione e le crisi, e rimangono accanto al paziente anche dopo l’episodio aggressivo – prosegue De Palma –. Questa prossimità assistenziale non può trasformarsi in esposizione permanente al rischio».

CHI AGGREDISCE: NEL 41,1% DEI CASI DIAGNOSI PSICHIATRICA O DEFICIT NEUROCOGNITIVO

C’è poi un dato che aiuta a comprendere la particolare complessità del fenomeno. Lo studio epidemiologico italiano Behind the white coat, pubblicato nel 2025 su PLOS ONE e basato su 219 episodi di aggressione, rileva che il 41,1% degli aggressori presentava una diagnosi psichiatrica preesistente o un deficit neurocognitivo. Il dato riguarda gli aggressori degli episodi analizzati e non la popolazione generale delle persone con disturbi psichiatrici. Il punto non è associare la malattia mentale alla violenza, ma comprendere quanto la condizione clinica possa incidere sulla gestione del rischio.

«Non vogliamo alimentare alcun stigma – chiarisce De Palma –. Parliamo di persone fragili che devono essere curate e protette. Ma proprio questa fragilità rende necessario organizzare meglio i servizi. L’infermiere può essere aggredito dalla stessa persona che pochi minuti dopo deve tornare ad assistere, monitorare e accompagnare nel percorso terapeutico. È una complessità che richiede strumenti specifici».

IL GRANDE SOMMERSO: SOLO IL 7% DELLE MINACCE VIENE SEGNALATO

Ed è qui che emerge uno dei dati più preoccupanti. Lo studio Workplace violence towards healthcare workers in Norwegian psychiatric inpatient units: a cross-sectional study, pubblicato sul Nordic Journal of Psychiatry, condotto su 237 professionisti di dieci unità psichiatriche ospedaliere, rileva che nei dodici mesi considerati il 93% riferisce violenza da parte dei pazienti, il 91% minacce e l’80% episodi violenti. Ma soprattutto misura ciò che resta fuori dalle statistiche: il tasso mediano di segnalazione formale precipita al 7% per le minacce, raggiunge il 40% per le violenze senza lesioni e sale al 70% soltanto quando l’aggressione provoca una lesione.

«È questo il buco nero che ci preoccupa di più – denuncia De Palma –. Se arriva alle segnalazioni appena il 7% delle minacce, una parte enorme del fenomeno rischia di rimanere invisibile. E in Psichiatria esiste un elemento ulteriore sul quale dobbiamo avere il coraggio di interrogarci: l’empatia. L’infermiere conosce la fragilità della persona che ha davanti, sa che dietro un gesto aggressivo possono esserci la malattia, una crisi, un’alterazione grave. Comprenderlo è parte della nostra professione. Ma comprendere non può significare normalizzare. Se una minaccia, un’intimidazione o un’aggressione senza lesioni non vengono segnalate perché “il paziente stava male”, quell’episodio scompare. E ciò che scompare dalle statistiche non viene analizzato, non produce prevenzione e rischia di ripetersi. L’empatia verso una persona fragile non può trasformarsi nella rinuncia alla sicurezza di chi la assiste».

LA CRONACA RECENTE 2026: SEMPRE PIU’ AGGRESSIONI FISICHE NEI REPARTI PSICHIATRICI

E poi ci sono i fatti più recenti. Il 9 luglio 2026, nella Psichiatria di San Benedetto del Tronto, due infermieri sono stati aggrediti da due pazienti differenti durante lo stesso turno. Uno dei due ha riportato 20 giorni di prognosi. Nel giugno 2026, nello SPDC di Monterotondo, tre infermiere sono state aggredite da una paziente, rendendo necessarie cure sanitarie.

«Non possiamo aspettare il prossimo infermiere ferito per intervenire – conclude De Palma –. Nursing Up chiede organici adeguati alla complessità dei reparti psichiatrici, valutazione precoce del rischio, formazione continua sulla de-escalation, équipe sufficienti nelle fasi acute, ambienti realmente sicuri, sistemi di allarme efficaci e procedure semplici e immediate per segnalare anche minacce e aggressioni senza lesioni. La persona con sofferenza psichica ha diritto a essere assistita con competenza, rispetto e umanità. L’infermiere ha lo stesso diritto a lavorare senza considerare minacce, pugni o intimidazioni come parte normale della propria giornata. Proteggere chi cura non significa abbandonare chi è fragile: significa creare le condizioni perché quella cura possa continuare davvero».

 

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