AgenPress. La Grecia. Il Peloponneso. Venezia. Tre riferimenti che danno a Ugo Foscolo non solo il senso delle origini ma anche l’onor di Patria. O meglio il senso vero della Patria. La Patria perduta. La Patria di un uomo che vive di viaggi e di fughe, di ribellione e di impavido anticonformismo. La Patria di un esiliato. Ha fatto della Patria la sua vita. A volte è una metafora della propria biografia. Direi autobiografia vera e propria perché è fortemente presente un crogiolo di emozioni e di sentimenti.
Foscolo non ha mai avuto una Patria in pace. Ovvero serena. Se può essere il termine giusto. L’ha avuta in guerra. L’isola di Zacinto è Patria, perché è nascita e mito, è greco-veneta, è la madre dialettica tra Ellenismo e Cristianità. Lo dice lui stesso, esule a Londra, con il verso più puro della nostra letteratura di esilio: “Né più mai toccherò le sacre sponde / ove il mio corpo fanciulletto giacque, / Zacinto mia, che te specchi nell’onde / del greco mar da cui vergine nacque” (Ugo Foscolo, A Zacinto, 1803, vv. 1-4). Le sponde e la nascita. Le radici forti oltre la storia. Nel tempo.
Ma Patria è anche l’Italia. Anzi, è soprattutto l’Italia come invenzione morale. Un’Italia che non esiste ancora come Stato e che proprio per questo esiste come dolore. Un’Italia che è profezia. La rottura del 1797 è sangue che scorre. Il Trattato di Campoformio con il quale si lacera un’identità. Venezia venduta da Bonaparte all’Austria come merce. Lì Foscolo comprende che la modernità può essere tradimento. La Francia rivoluzionaria che aveva promesso libertà diventa potenza che mercanteggia popoli. È la prima grande delusione della sua virtù. Scrive a Bonaparte giovane generale con l’ingenuità del credente e poi ne annota il tradimento: la libertà venduta. È il tragico dell’uomo libero.
Da quella ferita nasce l’Ortis. Le ultime lettere di Jacopo Ortis, prima edizione nel 1802, definitiva Londra 1817, non sono solo un romanzo d’amore. Sono il romanzo della Patria negata. Dove si intrecciano la perdita dell’amore per Teresa e lo squarcio della Patria. Lo dichiara Jacopo stesso nella lettera più politica di tutte che resta nell’anima : “Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure e la nostra infamia” (Ugo Foscolo, Le ultime lettere di Jacopo Ortis, 11 ottobre 1797). Sciagure e infamia per una Patria lacerata
Con un ulteriore squarcio che è il pugnale che Jacopo si conficca nel petto. Suicidio d’amore? Non solo. Suicidio politico. È l’uomo virtuoso che non accetta di vivere nella servitù di un’Italia occupata. Jacopo non muore per amore, muore perché non può vivere senza Patria. Il suo gesto è machiavelliano nella sua disperazione: meglio la morte libera che la vita serva. Come già annota: “Io sento che la mia patria non esiste più per me” (Ibidem, 1798). Può esistere come fatto esterno o esteriore ma non ha la spiritualità cui parla Ugo.
Nel 1807 i Sepolcri ricostruiscono un percorso che è memoria e recupero degli uomini illustri che hanno fatto la Patria con la storia e l’identità patriottica nel disegno di una visione nazionale. Dei Sepolcri, carme composto tra il 1806 e il 1807, è il suo testamento civile. Se i vivi sono schiavi, saranno le tombe a parlare. Ed è lì che chiama a raccolta le nostre ombre tutelari. La sua terzina è una genealogia dell’Italia che cerca di rivivere: “Ma più beata allor che le ceneri / di Machiavelli e Michelangelo / e di Galileo…” e poi “…A egregie cose il forte animo accendono / l’urne de’ forti” (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 154-158 e v. 151). I Padri della Patria Nazione.
Non è una enumerazione retorica. È una genealogia. Machiavelli, Michelangelo, Galileo Galilei riportano sulla scena l’idea della Patria se pur nella memoria come Rinascimento del pensiero e della visione di struttura geografica. Sono le tre Italie che fanno l’Italia. La politica con Machiavelli, la bellezza con Michelangelo, la scienza con Galileo. Contro i rapinanti e gli invadenti. Contro i francesi e gli austriaci, contro i servi interni e i padroni esterni. E aggiunge, definendo la sua poetica delle tombe come illusione necessaria e singolare: “…e a queste il nome / che le fa forti contro il fato / … / celeste è questa / corrispondenza d’amorosi sensi” (Ibidem, vv. 23-30 passim). Gli amorosi sensi sono nella coscienza della conoscenza della vita e della ribellione.
Un modello di identità nazionale contro i rapinanti e gli invadenti. Un riferimento per Mazzini che farà dell’italianità una giovinezza primordiale dalle radici profonde. L’Italia giovane per riscattarsi dal nemico. Mazzini lo riconoscerà come maestro: Foscolo è il riferimento fondante di tutto ciò. Senza Foscolo non c’è Mazzini. Senza il sepolcro vuoto di Santa Croce non c’è la Giovine Italia. Mazzini scriverà nel 1842 che Foscolo “ha incarnato l’Italia futura”. Quell’Italia risorgimentale che non finirà completamente il suo cammino.
Il conflitto con Napoleone è la testimonianza fondamentale. Quello che è stato giacobino non riconosce più alcuna Francia rivoluzionaria non accettandola per le sue tragiche ambiguità e l’Austria distruttrice di civiltà libera. Foscolo rompe con l’Imperatore nel 1811 con l’Ajace, tragedia rappresentata alla Scala e subito censurata perché allusiva alla tirannide napoleonica. E Napoleone lo capisce e lo colpisce. Lo esilia dalla cattedra di eloquenza a Pavia, dove aveva pronunciato la celebre prolusione Dell’origine e dell’ufficio della letteratura del 22 gennaio 1809 che costituisce un manifesto identità: “Italiani, vi esorto alle storie” (Ugo Foscolo, Prolusione pavese, 1809). Alle storie che sono appartenenza di una comunità.
Foscolo vive l’esilio come riscatto per una Patria completamente italiana. Dal 1815 in poi, prima a Firenze, poi a Londra dal 1816 fino alla morte nel 1827 a Turnham Green, è l’esule per eccellenza. Ma il suo esilio non è fuga, è testimonianza. È la condizione esistenziale dell’uomo libero che non può tornare perché tornare significherebbe patteggiare con il servo. Scriveva in Inghilterra, nella sua ultima illusione in cui terra e figlio sono il vero legame: “Tu non altro che il canto avrai del figlio, o materna mia terra” (Dei Sepolcri, v. 11). La terra materna è il cerchio più fondante del vissuto.
È tutto Foscolo in questo verso. Non ha altro da darti, Patria, che il canto. Ma il canto è più forte degli eserciti. Come dirà nelle Grazie incompiute, cercando nella classicità greca l’ultima patria possibile, quella della bellezza che salva: “…le Grazie…” come armonia perduta che ritorna. Il perduto non è mai dimenticato. Infatti Foscolo è l’anti servo per eccellenza. Non ha mai chiesto protezione a un potente. Ha rifiutato pensioni austriache, ha rifiutato compromessi, è morto povero a Londra, perseguitato dai debiti, sepolto in terra straniera nel cimitero di Chiswick prima che nel 1871, per decreto di una Italia finalmente unita, le sue ossa tornassero finalmente in Santa Croce, accanto a quel Machiavelli che aveva invocato e a quel Michelangelo che aveva amato e che non smetterà di custodire
La sua modernità è questa: aver compreso che la Patria non è un confine, non è una carta geografica, non è una amministrazione. La Patria è una fedeltà interiore. È virtù che resiste quando tutto è crollato. È l’uomo che resta italiano quando l’Italia non c’è. Per questo ancora oggi ci parla. Perché ci insegna che l’esilio non è una sconfitta se lo vivi con dignità. Che la Patria perduta può diventare Patria ritrovata solo se la si porta dentro come ferita aperta e come promessa. Come attesa. Oltre le illusioni stesse.
Credo Foscolo sia il primo italiano moderno proprio perché è un esule antico. Greco di nascita, veneziano di sangue, italiano per scelta tragica. In lui si ricongiungono Zacinto e Santa Croce, il Peloponneso e Venezia, l’Illiade e l’Ortis. È l’uomo che ha fatto della vita una lettera d’amore alla Patria che non c’era. Una epistola con la quale si inizia una confessione. Confessione della storia umana nel tempo individuale. Forse questo è il Foscolo che individua il tracciato di una tradizione che occorre recupera.
Pierfranco Bruni
