Burqa, niqab e hijab: tre veli diversi, un dibattito che in Italia fa spesso confusione. Foad Aodi: “Non si può parlare genericamente di velo islamico”

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Dal velo che lascia completamente scoperto il volto alla copertura integrale: cosa significano davvero hijab, niqab e burqa. Foad Aodi, fisiatra di origine palestinese e presidente dell’Amsi, invita a distinguere religione, cultura e libertà personale. Secondo una ricognizione Co-mai, in Italia vivono tra 2,3 e 2,7 milioni di musulmani e l’hijab è indossato da circa il 30-40% delle donne musulmane di prima generazione. Il velo integrale, invece, resta un fenomeno estremamente circoscritto.


AgenPress. Il dibattito sul velo islamico torna ciclicamente al centro della discussione italiana, soprattutto quando si parla di scuola, sicurezza, integrazione e libertà delle donne. Ma una delle prime difficoltà nasce proprio dal linguaggio: hijab, niqab e burqa non sono sinonimi e indicano forme di abbigliamento molto diverse tra loro.

A richiamare l’attenzione sulla necessità di distinguere è Foad Aodi, medico fisiatra di origine palestinese e presidente dell’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi), oltre che presidente onorario della Co-mai, Comunità del mondo arabo in Italia. In un’intervista sul tema del velo integrale, Aodi sottolinea che non si può parlare genericamente di “velo islamico” mettendo sullo stesso piano realtà differenti.

L’hijab è la forma di velo più conosciuta e, secondo la ricognizione Co-mai, anche quella nettamente più diffusa tra le donne musulmane presenti in Italia.

Nella sua forma più comune copre capelli, orecchie e collo, lasciando però completamente scoperto il viso. La persona rimane quindi immediatamente riconoscibile.

È una distinzione importante anche nel dibattito sulla scuola: le ragazze musulmane che indossano il velo nelle classi, secondo la ricognizione citata da Co-mai, portano l’hijab e non una copertura integrale del volto.

Secondo i dati elaborati dalla Co-mai, l’hijab viene indossato indicativamente dal 30-40% delle donne musulmane di prima generazione in Italia, mentre la percentuale risulta più bassa tra le seconde generazioni. Si tratta, è bene precisarlo, di una stima derivata dalla rete delle comunità e non di un censimento ufficiale.

Il niqab rappresenta un passaggio molto diverso. È una copertura che nasconde il volto, lasciando generalmente scoperta soltanto una fessura all’altezza degli occhi.

La differenza rispetto all’hijab è quindi immediata: con l’hijab il volto è visibile; con il niqab il volto non è riconoscibile.

Il niqab è diffuso in alcune aree del Medio Oriente, dell’Africa settentrionale e dell’Asia, ma rimane una pratica minoritaria nel contesto italiano. Anche il Comitato per l’Islam italiano del ministero dell’Interno aveva evidenziato come la diffusione di queste forme di abbigliamento variasse profondamente a seconda dei Paesi e delle circostanze storiche e culturali.

Il burqa è la forma di copertura più completa tra quelle comunemente indicate nel dibattito.

Copre l’intero corpo e anche il volto. Nella versione tradizionale afgana, davanti agli occhi è presente una sorta di rete che consente alla donna di vedere senza lasciare visibili gli occhi all’esterno.

È dunque diverso sia dall’hijab sia dal niqab. Confondere i tre termini significa perdere una distinzione fondamentale: l’hijab non copre il volto, il niqab copre il volto lasciando normalmente visibili gli occhi, il burqa copre integralmente anche la zona del viso.

Il contesto numerico aiuta a comprendere le proporzioni del fenomeno.

Secondo una recente ricognizione della Co-mai, in Italia la popolazione musulmana complessiva viene stimata tra 2,3 e 2,7 milioni di persone, pari a circa il 4-4,5% della popolazione. La stessa ricognizione indica circa 600-650 mila donne musulmane, con una stima di circa 644 mila presenze complessive.

È all’interno di questa popolazione molto ampia e diversificata che l’hijab rappresenta la forma di velo largamente prevalente. La stima Co-mai del 30-40% tra le donne musulmane di prima generazione restituisce quindi un ordine di grandezza molto diverso rispetto al fenomeno del velo integrale.

Sul niqab e sul burqa i numeri sono molto più difficili da accertare. Non esiste infatti un censimento nazionale ufficiale delle donne che indossano queste forme di copertura.

La ricognizione più recente citata dalla Co-mai stima in circa 23-25 le donne adulte che in Italia indosserebbero niqab o burqa. La stessa organizzazione precisa che si tratta di una ricognizione realizzata attraverso la propria rete delle comunità e non di un dato statistico prodotto da un ente pubblico.

Il dato va dunque letto con cautela, ma indica comunque una cosa: rispetto ai milioni di musulmani presenti nel Paese, il velo integrale appare un fenomeno estremamente circoscritto.

Aodi insiste proprio su questo punto. Nell’intervista sul tema sostiene che il fenomeno riguardi poche decine di donne e invita a non trasformare un caso numericamente limitato in una rappresentazione dell’Islam nel suo complesso.

La questione, però, non è soltanto numerica.

Aodi distingue tra la dimensione religiosa, quella culturale e la scelta individuale. Non tutte le donne musulmane vivono il velo nello stesso modo e non esiste un unico modello di donna musulmana.

Per alcune l’hijab è una scelta religiosa; per altre può avere un significato culturale, familiare o identitario. Altre ancora scelgono di non indossarlo.

Il principio indicato da Aodi è quello della libertà della donna: nessuno dovrebbe essere costretto a portare il velo, ma una donna adulta dovrebbe poterlo indossare se lo sceglie liberamente. Il problema, quindi, non sarebbe il semplice fatto di portare un hijab, quanto l’eventuale imposizione, da una parte o dall’altra.

«Una donna che indossa un velo integrale potrebbe essere costretta dal marito», osserva Aodi nell’intervista, richiamando però anche la possibilità che alla base vi siano abitudini e pressioni culturali.

C’è poi un secondo piano, quello della sicurezza e dell’identificazione.

In Italia l’hijab, proprio perché lascia scoperto il volto, non pone in sé un problema di riconoscibilità. Diversa è la situazione per niqab e burqa, che rendono difficoltosa l’identificazione della persona.

Il riferimento generale è l’articolo 5 della legge 152 del 1975, che vieta in luogo pubblico o aperto al pubblico l’uso di caschi o altri mezzi idonei a rendere difficoltoso il riconoscimento, salvo un giustificato motivo. Il quadro giuridico ha dato luogo nel tempo a interpretazioni e controversie, anche in relazione alla libertà religiosa. Resta comunque l’esigenza di consentire l’identificazione quando viene richiesta dalle autorità.

Nel 2026 il tema è tornato con forza anche sul fronte scolastico, dopo l’annuncio e i successivi provvedimenti del governo sul divieto di burqa e niqab a scuola.

Il punto di partenza, dunque, resta molto semplice:

  • Hijab: copre capelli e collo, lascia scoperto il volto.
  • Niqab: copre il volto, lasciando generalmente visibili gli occhi.
  • Burqa: copre integralmente il corpo e il volto, con una rete nella zona degli occhi nella versione tradizionale afgana.

Sono pratiche differenti, con origini e diffusione differenti, e non possono essere utilizzate come se fossero la stessa cosa.

Per Aodi il tema dell’integrazione deve tenere insieme più elementi: libertà religiosa, libertà delle donne, riconoscibilità, rispetto delle leggi e conoscenza della lingua italiana. Ma proprio per evitare che il confronto diventi una contrapposizione tra “Islam” e “Italia”, sostiene che occorra partire dai fatti.

Il dato che emerge dalle stime disponibili è netto: l’hijab è una realtà presente e relativamente diffusa tra le donne musulmane, mentre niqab e burqa costituiscono una realtà molto più rara e circoscritta. Distinguere le tre forme di velo non significa minimizzare il dibattito sulla libertà delle donne o sulla sicurezza. Significa, prima di tutto, affrontarlo senza confondere fenomeni diversi.

Aurelio Coppeto – Direttore Responsabile AgenPress

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