AgenPress. Una nuova, dolorosa battaglia legale si è aperta attorno a una delle vicende più sconvolgenti della lotta alla mafia: quella dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito di mafia Santino Di Matteo, sequestrato e poi strangolato e sciolto nell’acido dalla criminalità organizzata dopo oltre 779 giorni di prigionia nel 1993-1996.
Questa tragedia, che segnò in modo indelebile l’Italia intera, ritorna oggi al centro di un contenzioso civile molto acceso tra l’ex boss pentito e la sua ex moglie Franca Castellese, nonché il figlio Nicola. Al centro della discordia c’è il risarcimento del danno riconosciuto in favore della famiglia in seguito a una sentenza civile: circa un milione di euro riconosciuto per la morte del ragazzo. Santino Di Matteo sostiene di essere stato estromesso da quell’assegnazione e ha quindi citato in giudizio davanti al Tribunale civile di Palermo la sua ex moglie e il figlio per ottenere una quota del risarcimento.
“Sono stato tradito prima dallo Stato e ora dalla mia famiglia”, ha dichiarato Di Matteo – parole raccolte da alcuni media nazionali – in riferimento alla sua esclusione dal conteggio del risarcimento, che secondo lui non terrebbe conto del ruolo di genitore e vittima diretta del trauma familiare. L’udienza civile è stata fissata per maggio 2026, quando la questione dovrà essere esaminata più nel dettaglio dal giudice.
Il piccolo Giuseppe fu prelevato il 23 novembre 1993 da un commando di Cosa nostra mentre si trovava in un maneggio nel Palermitano. I mafiosi, travestiti da uomini della DIA, convinsero il ragazzo a salire in auto promettendogli di portarlo dal padre, che si era nel frattempo pentito e collaborava con la giustizia. L’intento fu quello di dissuadere Santino Di Matteo dal continuare a collaborare e ritrattare le sue dichiarazioni sulla strage di Capaci e su altri crimini. Nonostante la pressione e la tragedia di una prolungata detenzione, Santino non cedette e continuò a parlare con gli investigatori, ma ciò costò la vita al figlio, assassinato l’11 gennaio 1996 su ordine del boss Giovanni Brusca.
Negli anni, le aule giudiziarie italiane hanno visto il culminare di processi penali e civili legati a questa vicenda con severe condanne per gli esecutori materiali e ordini di risarcimento civile nei confronti dei responsabili, a beneficio della madre e del fratello di Giuseppe.
Il contenzioso tra padre e madre del ragazzo è vissuto da molti come una ferita aggiuntiva su un fatto già carico di sofferenza e di significato simbolico contro la criminalità organizzata. Le difficoltà di affrontare civilmente questioni come il risarcimento del danno in casi di tale portata emotiva e storica sottolineano quanto sia complesso il rapporto tra vittime, istituzioni e percorsi di giustizia nel nostro Paese.
