L’uomo è paura. Da Dostoevskij a Camus

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AgenPress. L’uomo si pensa un coraggioso Ulisse nell’oceano dell’esistenza.
Parla, mangia, corre, respira e allora crede di star vivendo e arriva a sentirsi invincibile.
Eppure ha paura: teme la caduta. Proprio dopo essere riuscito a spingere il masso fino alla
cima, lo vede rotolare e così ancora ed in eterno. Pian piano si scopre quindi un Sisifo,
sempre più vicino ad assaggiare la dolce liberazione ma condannato ad un costante amaro
timore: la fine.
Così avverte per la prima volta gravare la pesante catena della coscienza umana del limite,
brivido di vita ma inamovibile condanna che lo schiaccia davanti alla terribile e muta realtà.
L’uomo-topo di Dostoevskij ci aveva avvertito: “l’esser troppo consapevoli è una malattia,
un’autentica, assoluta malattia” , un morbo che paralizza di fronte alla schiacciante infinità
di una possibilità destinata a finire in un breve soffio.
I coscienti si rendono conto del limite della natura del mondo, piena di grovigli e contraddizioni, e al cospetto dell’immenso mondo silenzioso vorrebbero solo risposte. Si sentono spaesati in una realtà mai immaginata o richiesta e soprattutto non motivata, in cui ogni scelta, ogni aut-aut, è sempre un gradino più vicino alla fine. Jaspers dice:” «Scelta» è l’espressione che indica la coscienza che io ho che, decidendomi, non mi limito ad agire nel mondo, ma forgio la mia propria essenza nella sua continuità storica”.
Allo stesso modo Sartre: “Il destino dell’uomo è nell’uomo stesso”. Se le mie azioni plasmano il mio futuro, come posso io, essere terribilmente limitato, sapere quale mossa sarà lo scacco matto e quale no? Dinanzi a questo timore esistenziale nessuna filosofia di imperturbabilità può reggere, senza crollare. Il futuro è legato al destino. Nessuno
può prevedere o profetizzare. Siamo legati a un concetto chiave che è l’accadere.
Noi uomini, prima o poi, apriamo gli occhi dopo aver dormito tutta la nostra esistenza e
iniziamo a temere di non riuscire ad essere qualcosa. “Non ho saputo essere niente di niente: nè cattivo nè buono, nè canaglia nè galantuomo, nè eroe nè insetto” rivela l’uomo-topo di “Memorie dal sottosuolo” di Dostoevskij. Eppure, lui è solo un essere che è annegato nella “nausea” del risveglio, e se qualcuno provasse a definirlo “folle” proverebbe solo, come direbbe Freud, che in una certa misura siamo tutti nevrotici.
Questo “schianto” è innegabilmente straziante. Ma contro chi ribellarsi, se tutti tacciono?
Come vivere nel timore che non esista un domani? A queste domande non si possono dare risposte rabberciate, serve qualcosa che sazi la sete di chiarezza. Ogni religione, nella sua principale essenza, vive per questo; esiste però qualcosa che non si aggrappi a un salto fideistico? Albert Camus risponde: “L’uomo assurdo (ergo cosciente) intravede così un universo ardente e gelato, trasparente e limitato, dove nulla è possibile, ma tutto è dato; e dopo il quale vi è lo sprofondamento e il nulla.
Egli può allora decidere di accettare la vita in un tale universo e di trarne la propria forza, il rifiuto a sperare e la prova ostinata di una vita senza consolazione”. (cfr. Il mito di Sisifo).
Se siamo tutti Sisifo, allora, la nostra felicità è solo ed unicamente la rivolta pienamente
titanica al cospetto dell’assurda esistenza e quindi, ancora con Camus, “se ammetto che lamia libertà non ha senso che rispetto al suo destino limitato, allora devo dire che ciò che
importa non è vivere il meglio, ma il più possibile”. L’unica risposta che ama l’uomo e che
potrebbe saziarlo nella sua graffiante mortalità è allora una morale dell’azione: “Io «sono»
nella situazione storica se mi identifico con una realtà e col suo inesauribile compito. Non
posso stare in ogni luogo, ma debbo stare interamente in un solo luogo per poter stare in
qualche luogo.”(cfr. Jaspers, Filosofia).
La vita stessa di Camus si è arrestata davanti al capriccio imprevedibile dell’esistenza, eppure a vincere è stato, comunque, lui, “guida” oltre la decadenza, perchè “creare è vivere due volte”.
di Paolo Arces
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