Fosse Ardeatine, memoria della strage nella Roma occupata. L’omaggio del Presidente Mattarella

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In vista della commemorazione dell’82° anniversario della strage delle Fosse Ardeatine, Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione Insigniti OMRI, riflette sull’importanza della memoria civile e sull’omaggio del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al Mausoleo


AgenPress. Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il 24 marzo sarà al Mausoleo delle Fosse Ardeatine per l’82° anniversario dell’eccidio: “una ferita profonda – ricorda – che ci invita a ribadire con forza il rifiuto della barbarie nazista e di ogni ideologia di odio”.

La strage delle Fosse Ardeatine occupa un posto particolare nella memoria italiana, non solo per l’entità della violenza – 335 persone uccise – ma anche per il contesto in cui avvenne: nel cuore della capitale, simbolo della storia e della civiltà europea. Non rappresenta soltanto una tragedia romana, ma un evento che ha segnato la coscienza della nazione.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e il crollo del regime fascista, Roma si trovò sotto occupazione tedesca. Il governo italiano, guidato dal generale Pietro Badoglio, dichiarò la città “città aperta” per proteggerla dai bombardamenti e dalle devastazioni della guerra, ma questa dichiarazione rimase in gran parte formale.

Dal 12 settembre 1943, le truppe naziste presero il controllo della capitale, instaurando un regime di occupazione caratterizzato da repressione, violenze e arresti.

Tra le figure più temute vi era Herbert Kappler, ufficiale delle SS e capo della Gestapo a Roma. Fu lui a organizzare, il 16 ottobre 1943, il rastrellamento del ghetto ebraico: oltre mille ebrei romani furono deportati ad Auschwitz, da dove pochissimi fecero ritorno. Quel tragico episodio rappresentò uno dei momenti più bui della storia cittadina e anticipò il clima di terrore dei mesi successivi.

In questo contesto maturò l’attentato di via Rasella. Il 23 marzo 1944, poco prima delle quattro del pomeriggio, un’esplosione scosse il centro storico di Roma. Un carretto da spazzino imbottito di esplosivo detonò al passaggio di una colonna del reggimento di polizia “Bozen”, composto da altoatesini. L’azione fu organizzata dai Gruppi di Azione Patriottica (GAP), legati al Partito Comunista e attivi nella guerriglia urbana.

Nell’attacco morirono trentatré militari tedeschi e due civili italiani. Si trattò di un’azione di guerra contro l’esercito occupante; la reazione nazista fu immediata e spietata. Le autorità tedesche decisero di attuare una rappresaglia.

La stessa sera Herbert Kappler ricevette l’ordine dal feldmaresciallo Albert Kesselring: per ogni soldato tedesco ucciso sarebbero morti dieci italiani. Una punizione concepita per terrorizzare la popolazione e scoraggiare la Resistenza.

La notte tra il 23 e il 24 marzo fu convulsa. I nazisti iniziarono a compilare una lista di condannati, individuando molti nomi tra i detenuti del carcere di Regina Coeli e i prigionieri della Gestapo di via Tasso, oggi sede del Museo Storico della Liberazione.

La prima lista, preparata da Kappler e Erich Priebke, contava 269 nomi. Per raggiungere il numero stabilito furono coinvolte anche le autorità della Repubblica Sociale Italiana, che contribuirono a individuare altre vittime tra prigionieri politici, ebrei e detenuti comuni.

Il numero finale raggiunse cinque persone in più rispetto alla cifra prevista, un errore di calcolo che non fu corretto. Tra le vittime figurano esponenti della Resistenza, appartenenti a diversi partiti politici, ufficiali del Regio Esercito, ebrei romani e cittadini rastrellati casualmente.

Questa composizione restituisce l’immagine di una società intera colpita dalla violenza nazista.

Per l’esecuzione fu scelto un luogo isolato alla periferia sud di Roma: alcune cave di pozzolana lungo la via Ardeatina. Nel pomeriggio del 24 marzo i prigionieri furono condotti sul posto. A gruppi di cinque venivano portati nelle gallerie, costretti a inginocchiarsi e uccisi con un colpo di pistola alla nuca. Le esecuzioni durarono ore. Al termine, i soldati tedeschi fecero esplodere l’ingresso delle cave.

L’evento colpì profondamente l’opinione pubblica, diventando uno dei simboli della lotta contro il nazifascismo. La propaganda fascista cercò di attribuire la responsabilità ai partigiani, accusati di aver provocato la rappresaglia con l’attentato di via Rasella.

Il dibattito su questo punto non si è mai esaurito. Alcuni si sono interrogati sulla possibilità di evitare l’azione partigiana per scongiurare la repressione. Tuttavia, i tribunali italiani del dopoguerra stabilirono che l’attentato rientrava in un atto di guerra contro l’occupante.

Molti storici evidenziano inoltre che le rappresaglie naziste non erano eventi eccezionali, ma parte integrante della strategia di occupazione. Come dimostrano i numerosi massacri avvenuti in Italia anche in assenza di attacchi partigiani, e, proprio a Roma, il rastrellamento del ghetto, che portò alla deportazione di ebrei senza alcuna provocazione.

Dopo la guerra lo Stato italiano trasformò il luogo dell’eccidio in un memoriale. Il Mausoleo delle Fosse Ardeatine, inaugurato nel 1949, conserva le gallerie della strage e accoglie le tombe delle vittime.

Nel tempo è diventato un luogo della memoria civile. Ogni anno, il 24 marzo, il Presidente della Repubblica, le istituzioni, i familiari delle vittime e i cittadini si riuniscono per commemorare i martiri delle Ardeatine e riaffermare i valori della dignità umana e della convivenza civile.

Il silenzio delle cave lungo la via Ardeatina continua a parlare all’Italia e all’Europa, ricordando che la libertà è il risultato di sacrifici, resistenza e coraggio.

 

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