Un fatto che non varrebbe neppure un commento. Perché Moro, Falcone e Borsellino non stanno nella “questione Ranucci”

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AgenPress. Bisogna distinguere la storia dalla cronaca di questi giorni che diventa sempre più avvilente. Contraddittoria negli ambienti della sinistra non riformista e ancora impantanata nel mondo meta marxista.

Ci sono paragoni che non spiegano. Offendono. Non perché nascano da cattiva fede, ma perché spostano l’asticella del giudizio e confondono l’ordine delle cose. È ciò che accade quando si prova a mettere sullo stesso piano il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, e la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Sigfrido Ranucci e Valter Lavitola. Tre piani diversi della storia d’Italia. Tre grammatiche diverse del male. Metterle insieme non aiuta a capire. Aiuta a confondere. I nomi e il peso della storia dovrebbero far riflettere con serietà. Ma dove abita la serietà e la storia vera?

Aldo Moro è il 1978. È il presidente della Democrazia Cristiana rapito dalle Brigate Rosse e ucciso dopo 55 giorni. È l’attacco al cuore dello Stato. È il tentativo di spezzare con la violenza un possibile passaggio istituzionale tra due grandi partiti. Moro non muore “per caso”. Muore perché rappresenta. Perché nel suo corpo si incarna una Repubblica che le BR volevano delegittimare. Brigate Rosse. Capiamoci. Definiti un tempo “compagni che sbagliano”.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono il 1992. Sono due magistrati uccisi da Cosa Nostra con bombe che hanno fatto tremare un intero Paese. Non sono morti perché avevano sbagliato una inchiesta. Sono morti perché stavano vincendo. Avevano portato lo Stato dentro i conti, dentro i palazzi, dentro i rapporti tra mafia, politica e affari. La loro morte è la risposta di un potere criminale che si è sentito colpito e ha deciso di rispondere con la strage.

Questi tre nomi hanno una cosa in comune: il sangue versato per difendere o per cambiare le regole della democrazia. Non è retorica. È dato di fatto. Sono stati scelti come bersaglio perché erano lo Stato in persona. E hanno fatto la storia. Tre spessori di umanità molto distante della decadenza delle ideologie di questi giorni.

L’altra vicenda è di altra natura. Riguarda rapporti professionali, fonti, confini deontologici. Negli anni delle inchieste su Valter Lavitola — giornalista, editore, uomo di relazioni politiche e affaristiche poi condannato in altri procedimenti — è emerso anche il nome di Sigfrido Ranucci, autore e conduttore di Report.

Le domande che si pongono sono facili facili, chiare e legittime:

  1. Ranucci sapeva chi era Lavitola?

Lavitola era un personaggio noto nell’area romana tra politica, editoria e affari. Negare la conoscenza sarebbe ingenuo. In ambienti ristretti ci si conosce, ci si frequenta, ci si usa come fonte.

  1. Perché si frequentavano? 

Dalle ricostruzioni è emerso un rapporto costruito su scambi informativi. Ranucci ha sempre sostenuto di averlo trattato come fonte e di aver interrotto i contatti quando ne ha compreso la natura. Le procure hanno aperto fascicoli. Alcuni sono stati archiviati. Altri hanno avuto sviluppi. È lì che sta la verifica: negli atti, non nelle opinioni. La loro frequentazione comunque non si è mai interrotta, da ciò che è emerso. Sono fatti. Il resto non conta.

Il tema dei compensi, del giornalismo, dei rapporti è rilevante solo se incrocia un reato. Altrimenti resta sul piano della deontologia. Ed è un piano serissimo, perché quando il giornalismo perde la distanza dalla fonte, perde anche la credibilità. Una ulteriore domanda è d’obbligo però. Perché l’assimilazione è impossibile? Non si può “assemblare” il caso Moro dentro la questione Ranucci. Non si può “assimilare” Falcone e Borsellino a Ranucci. Non per tifo. Per misura. Moro è vittima di terrorismo politico. Le BR volevano colpire lo Stato e hanno scelto un uomo-simbolo.

Falcone e Borsellino sono vittime di mafia. Cosa Nostra ha voluto colpire lo Stato e ha scelto due uomini che lo incarnavano con le inchieste. Tutto cio è una offesa umana alla memoria storica. Si comprende cio? Ranucci-Lavitola, anche nella ipotesi peggiore, riguarda un intreccio torbido tra informazione, potere e affari. Riguarda il rischio che una fonte diventi un ricatto, che un rapporto diventi un compromesso. Cerchiamo di essere anche severi. Chi ha vissuto questi anni lo sa. Soprattutto chi sa ascoltare.

Sono tre livelli. Se li schiacci tutti sullo stesso piano, ottieni due danni. Il primo: sminuisci le stragi. Il secondo: gonfi una vicenda fino a farla diventare “sistema” senza prove. In entrambi i casi perdi la bussola. Il vero problema non è un partito. Dire “è colpa della sinistra” o “è colpa della destra” non porta da nessuna parte. Il problema è strutturale. È il confine poroso.  Poroso è il confine tra giornalista e fonte quando la fonte è anche un faccendiere.  Poroso è il confine tra politico e imprenditore quando l’imprenditore ha anche un giornale.  Poroso è il confine tra potere e informazione quando entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro per esistere. In quella porosità la democrazia si logora. Non crolla con un attentato. Si consuma con piccole cessioni quotidiane. Ed è lì che servono due cose: il lavoro dei magistrati e il giudizio degli elettori. I primi dicono se c’è reato. I secondi dicono se c’è fiducia.

Sto cercando di usare un linguaggio elegante come il mio solito. E anche preciso. L’eleganza del ragionamento sta nella precisione. Chiamare ogni cosa con il suo nome. Strage è strage. Reato è reato. Opacità è opacità.  Chiedere ai magistrati di fare il loro corso fino in fondo è l’unico modo serio di stare nella vicenda Ranucci-Lavitola. Se ci sono responsabilità, che emergano. Se non ci sono, che si dica con chiarezza.

Ricordare Moro, Falcone, Borsellino è invece un altro dovere: è custodire la memoria di chi ha pagato con la vita il tentativo di tenere in piedi le regole. Non si onorano urlando. Si onorano distinguendo. Sul caso Ranucci c’è solo contraddizione politica. No. Il caso Moro non entra nella questione Ranucci.  No. Falcone e Borsellino non stanno nella stessa frase di Ranucci.  Non è una questione di parte. È una questione di storia. Per chi la e per chi la conosce non intrecciandola con l’ideologia. Se confondiamo tutto, alla fine non ci resta più nulla da difendere. E una Repubblica che non sa più distinguere tra attentato e scorrettezza, tra sangue e ombra, è una Repubblica che ha già perso, anche senza bisogno di colpi di Stato. Il punto è qui.  Attenzione a non confondere. Attenzione nel capire cosa è il vero giornalismo di inchiesta. Attenzione alle opinioni scialbe e senza senso. Perché non si tratta di opinioni. Ma di fatti. La storia non è interpretazione. È documento documentato.

Comunque non occorrono commenti o altro. La questione parla da sé. Per chi vuole comprendere. Gli altri restino chiusi nel libro ormai vuoto del marxismo.

Pierfranco Bruni

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