Il tasso di fecondità delle donne straniere si avvicina inesorabilmente a quello (bassissimo) delle italiane e anche le famiglie si sono assimilate ai costumi della Penisola, sempre più scoraggiate a fare progetti di vita a lungo termine. Dalla scuola al lavoro di cura, le conseguenze sono già visibili e potrebbero persino aggravare le impietose previsioni dell’Istat. Le cause e le politiche possibili in una lettura trasversale del Dossier Statistico Immigrazione 2026 (presentazione il 27 ottobre)
AgenPress. Dopo aver perduto ogni possibilità a medio termine di invertire l’invecchiamento della popolazione, interrompendo il vertiginoso calo delle nascite, l’Italia sta perdendo anche la speranza che gli immigrati possano contribuire a rallentare il crollo demografico. È quanto emerge dalla lettura incrociata di alcuni capitoli del Dossier Statistico Immigrazione 2026, che sarà presentato il 27 ottobre a Roma e in tutta Italia. Vittime sia di norme ad hoc volte a rendere loro la vita più difficile, sia di politiche ordinarie incapaci di contrastare il declino, gli stranieri sembrano insomma “integrarsi” più rapidamente del previsto ai comportamenti autoctoni in questo campo.
L’orizzonte a medio-lungo termine
L’ultima previsione dell’Istat (commentata nel volume dal fondatore del Dossier, Franco Pittau) è dello scorso agosto: nel 2050, dagli attuali 58,9 milioni di residenti si scenderà a 55, per arrivare a 45,8 nel 2080: quasi 13 milioni in meno. Sempre nel 2050, la popolazione sarà così composta: il 10,2% sotto i 14 anni; il 55,3% tra 15 e 64 anni (-8,1%); il 34,5% di ultrasessantacinquenni (+9,8%). Raddoppieranno i “grandi anziani” (over 85); aumenteranno enormemente le persone sole (soprattutto donne e anziane); le cosiddette “famiglie senza nucleo”, cioè prive di relazioni di coppia o genitore-figlio, diventeranno quasi la metà del totale. E naturalmente esploderà il bisogno di cura degli anziani: un quadro aggravato a sua volta dall’inesorabile aumento dell’età delle lavoratrici domestiche (colf e badanti), quasi tutte straniere, che già oggi sono per il 46% ultracinquantacinquenni, con poche speranze di ricambio (solo l’1,6% ha meno di 25 anni).
Al contrario il “tasso di attività” – ovvero l’incidenza di chi è occupato o alla ricerca attiva di un lavoro tra i 15-64enni – aumenterà in modo sensibile, ma quasi solo per ciò che l’Istat chiama una “maggiore partecipazione al lavoro”: crescita delle donne lavoratrici (pur con persistenti problemi di conciliazione con famiglia e lavoro di cura), permanenza prolungata delle persone nelle età lavorative più mature. Tanto che lo stesso Istituto di statistica propone di calcolare il tasso di attività fino a 74 anni, rivelando così che solo il contributo dei più anziani compenserà parzialmente il calo dei lavoratori nelle classi centrali.
Le inversioni di tendenza
Ma potrebbe andare anche peggio. Se i calcoli sui decessi sono abbastanza attendibili, infatti, molto più incerte sono le proiezioni che dipendono dalla fecondità. E proprio nell’anno del sesto record negativo di nascite complessive, pari a 355 mila nel 2025 rispetto ai 370 mila dell’anno precedente, si ha la conferma che il tasso di natalità degli stranieri segue lo stesso trend degli italiani: dall’11,2 per mille del 2021 è passato all’8,7 dello scorso anno. Un risultato dovuto al fatto che la componente di nascite da donne straniere – che aveva toccato il picco di 80 mila neonati nel 2012 – è scesa a meno di 48 mila nel 2025, e che il loro tasso di fecondità è passato da 2,84 figli per donna del 2004 a 1,81 del 2024. Per capire quanto sia stato repentino l’allineamento delle straniere alle scelte delle italiane, basti considerare che nello stesso periodo il tasso di fecondità di queste ultime è passato da 1,26 a 1,11 figli per donna (il tasso di sostituzione è di 2,1).
Una vera e propria inversione della tendenza che, se nei primi anni Duemila aveva fatto sperare in un riequilibrio delle nascite grazie ai migranti, oggi proietta un’ombra di ulteriore pessimismo sulle previsioni dell’Istat. Un’inversione le cui conseguenze sono già tangibili in un altro ambito che da tempo “sta in piedi” per lo stesso motivo: quello della scuola, dove ha cominciato a calare per la prima volta il ritmo di crescita degli alunni di nazionalità straniera (anche di seconda generazione), soprattutto negli istituti per l’infanzia dove nell’a.s. 2024/2025 il calo è stato del 4,6% (-5,6% per gli italiani).
È infine da notare come, dopo diversi anni in cui le cittadinanze italiane acquisite avevano superato le 200 mila unità, nel 2025 si sia verificato un calo di quasi il 10%: da 217 mila a 196 mila, un dato da verificare a breve termine, ma che secondo i ricercatori si inquadra pienamente negli andamenti generali sopra descritti. Va peraltro segnalato come dalle cittadinanze conquistate negli ultimi anni (962 mila tra il 2021 e il 2025) una quota crescente di figli italiani stia nascendo da “nuovi” italiani (diventati tali per acquisizione).
La “grande assimilazione”
La scarsa natalità è solo l’aspetto più rilevante di ciò che il Dossier chiama la “grande assimilazione”: quella delle famiglie con almeno un componente di origine straniera che si stanno adeguando ai modelli italiani. Sebbene siano aumentate del 50% tra il 2011 e il 2023 e costituiscano oggi oltre il 10% del totale, i dati più recenti parlano di un cambio di rotta: meno unioni (quelle civili sono scelte nel 91,8% dei casi con uno sposo straniero), decise sempre più tardi e ad età più avanzata, e una crescente fragilità delle relazioni. In tale contesto è interessante il caso delle coppie miste, che nel 2024 hanno totalizzato quasi il 72% delle 29 mila celebrazioni con almeno un coniuge non italiano, il 12,1% a livello nazionale. Il Dossier segnala la resilienza di questa tipologia di coppie, le cui celebrazioni sono passate da 18 a 21 mila a fronte di un calo nazionale del 15% (tra matrimoni e unioni civili). Ma poi rileva che sono proprio le coppie miste a conoscere un’altissima incidenza di separazioni e divorzi, rispettivamente aumentati del 50% e del 100% negli ultimi dodici anni, a fronte di un calo a livello generale.
Le cause individuabili…
Il quadro demografico appena esposto, spiega il Dossier, è dovuto a cause ben individuabili. L’inversione del tasso di natalità è principalmente legata al calo della presenza di donne straniere giovani e in età fertile: le limitazioni sempre più forti per l’ingresso regolare dei migranti in Italia continuano a fare sì che gli arrivi degli uomini siano la grande maggioranza – 58 ogni 100 nuovi iscritti all’anagrafe nell’ultimo biennio – mentre la stretta sui ricongiungimenti determina che spesso la famiglia non si riformi o lo faccia quando è troppo tardi per fare figli.
La fragilità delle coppie con stranieri va poi fatta risalire a varie forme di precarietà sociale, in parte peculiari alla loro condizione e in parte comuni a tutta la popolazione. Difficoltà che pregiudicano o scoraggiano del tutto i potenziali progetti di vita delle famiglie migranti. L’Istat certifica ad esempio che esse presentano un rischio di povertà del 33,7%, più che doppio rispetto al 16,6% delle famiglie di soli italiani.
Sul fronte del lavoro sono ben noti i fenomeni del gap salariale tra migranti e italiani (circa il -34% a sfavore dei primi rispetto alla media); della sovra-qualificazione degli stranieri rispetto alle mansioni svolte (accomuna tre lavoratori su dieci); della “segregazione” della maggior parte di essi in poche professioni manuali e di basso livello (metà delle donne è concentrata in cinque mestieri, soprattutto di cura e pulizia); del tasso di disoccupazione più che doppio rispetto a quello complessivo (16,4% contro il 6,2%). Quanto al preoccupante fenomeno del “doppio invecchiamento” delle badanti e dei loro assistiti, prosegue la crescita del lavoro di cura sommerso (quantificato nel 2023 al 55,3%), dovuta anche al fatto che tutta la spesa continua a gravare sulle famiglie, prive di qualsiasi sussidio; mentre il mestiere stesso dell’assistenza ai non autosufficienti continua ad avere tra gli italiani una delle più basse reputazioni sociali (quasi 6 su 10 non vorrebbero che i loro figli lo svolgessero).
Nella scuola, la dispersione degli alunni di cittadinanza straniera è di tre volte superiore a quella degli italiani, mentre resta molto più frequente la scelta di istituti professionali da parte dei primi, privilegiando la speranza di un lavoro immediato invece di un percorso più lungo di crescita culturale e sociale.
…e le politiche cieche
“In questo quadro demografico così fosco e dalle conseguenze così pericolose per la tenuta del sistema Paese – osserva Luca Di Sciullo, presidente di Idos – il cieco perseguimento di politiche di chiusura, di respingimento, di interdizione al welfare, di penalizzazione occupazionale, di precarietà giuridica e di svilimento delle competenze degli immigrati, per non parlare dello slogan tanto violento quanto illusorio della remigrazione, vuol dire trascinare scientemente il Paese in un lento suicidio, a dispetto del sedicente patriottismo e di tutte le retoriche nazionaliste di chi le propugna”.
