Contagio visone-uomo. LAV e Oipa chiedono la chiusura degli allevamenti in Italia

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Agenpress – La Ministra dell’Agricoltura olandese, Carola Schouten, in una videointervista pubblicata martedì 19 maggio, da NOS (news network), ha rilasciato una dichiarazione molto grave e preoccupante in riferimento ai focolai di SARS-CoV-2 in 4 allevamenti di visoni, nei quali sono risultati malati anche gli operatori delle strutture: “sulla base di tale indagine, gli esperti hanno stabilito che è plausibile che un visone abbia infettato i dipendenti di una azienda“, confermandola nella comunicazione ufficiale trasmessa al Parlamento.

Dopo avere creato delle zone rosse nelle aree coinvolte, gli accertamenti avviati dalle autorità sanitarie oltre ad avere confermato la positività dei visoni al SARS-CoV-2, hanno anche rilevato la presenza del virus nell’aria (nella zona interna agli allevamenti) e sul terreno, ma quel che più preoccupa è che in almeno uno dei lavoratori malati di Covid19, il ceppo del virus è lo stesso individuato nei visoni e ciò rende probabile che l’animale sia stata la fonte dell’infezione (fonte: Dutchnews): se confermato, sarebbe il primo esempio noto del passaggio del virus SARS-CoV-2 da animale a uomo nei Paesi Bassi e, nel caso specifico, da visoni in allevamento!

Due settimane fa abbiamo presentato una formale richiesta al Ministero della Salute chiedendo accertamenti nei 13 allevamenti presenti in Italia, tra Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Abruzzo: ora chiediamo la definitiva chiusura di queste strutture e il divieto di allevamento e commercio di animali per la produzione di pellicce.

Il divieto di allevamento di animali per farne pellicce è tra le proposte contenute nel Manifesto LAV #NONCOMEPRIMA per agire subito sulle cause della pandemia ed evitarne di future.

In Italia l’unica specie animale allevata con la sola finalità di ricavarne pellicce è il
visone americano (Neovison vison): 13 allevamenti (7 in Lombardia nelle province di
Bergamo, Brescia e Cremona, 3 in Veneto nelle province di Padova e Venezia, 2 in
Emilia Romagna, nelle province di Forlì-Cesena e Ravenna, 1 in Abruzzo, nella
provincia de L’Aquila) per un numero complessivo di oltre 100.000 visoni.
Si tratta di una attività zootecnica residuale, ma evidentemente con elevati potenziali
rischi anche per la salute pubblica, “questi allevamenti sono potenziali bombe a
orologeria – dichiara Simone Pavesi, Responsabile LAV Area Moda Animal Free. – Il
ciclo dell’allevamento del visone è già iniziato a fine aprile, ed entro fine maggio in
Italia, e peraltro nelle aree più duramente colpite dalla pandemia, avremo una
esplosione di nascite con oltre 100.000 animali – visoni – sensibili al virus SARS-CoV-2 e
con il rischio di nuovi gravi focolai”.

Sulla questione ha parlato anche  il presidente dell’Oipa Italia, Massimo Comparotto ritiene che sia “un motivo di più per riflettere sulla necessità di chiudere gli allevamenti di animali da pelliccia purtroppo presenti ancora in Italia”.

uesti allevamenti, spiega una nota della sede italiana dell’Organizzazione internazionale protezione animali, “possono ricordare i cosiddetti ‘mercati umidi’ cinesi, come quello di Whuan, dove si è verificato il primo contagio da animale selvatico a uomo, come attestato dai ricercatori. In questi stabilimenti gli animali vivono spesso in pessime condizioni igieniche e lo stress che subiscono dalla nascita all’uccisione è altissimo, costretti come sono a subire un’angusta cattività in scenari d’inferno” conclude Comparotto ribadendo che “il Sars-CoV-2 non si trasmette da animale domestico a uomo, come ribadito a più riprese dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità”.