Genitori che uccidono i figli: è la sindrome di Medea. Cosa fare?

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Interris.it ha intervistato il professor Rosario Sorrentino, neurologo e scrittore, in merito alla tragedia di Margno e i tanti casi di figlicidio in Italia


AgenPress. “La sindrome della Medea è una malattia psichiatrica molto grave che non colpisce solo le donne, ma indistintamente anche gli uomini, come i terribili e recenti fatti di cronaca hanno purtroppo dimostrato”. E’ il commento a In Terris del prof. Rosario Sorrentino, neurologo e scrittore, autore del libro “La paura ci può salvare“, edito da Solferino.

La vendetta di Medea

“Nella mitologia greca la Medea, per far dispetto a suo marito Giasone che l’aveva perché voleva sposare un’altra donna, uccide entrambi i loro figli maschi. Una vendetta sanguinaria – spiega il professore – mossa da un sentimento di rabbia profonda, devastante, feroce che porta al delirio e, come accaduto lo scorso 27 giugno a Margno (Lecco) dove un padre ha soffocato i propri figli, due gemelli di 12 anni perché non sopportava la separazione dalla moglie, ad un omicidio-suicidio. Quel padre ha così voluto colpire l’ex moglie nel suo affetto più grande, i figli, e si è voluto accanire su di lei scrivendole un ultimo sms ‘non li vedrai mai più. I casi di genitori che per ripicca e vendetta uccidono il sangue del proprio sangue sono purtroppo più frequenti di quello che si penserebbe”.

Rito sacrificale

“Spesso – aggiunge – ci sono problemi psichiatrici pregressi che sono stati sottovalutati o non diagnosticati”. Un lungo cammino mentale verso il baratro: prima ci si pensa, magari scartando inizialmente l’idea delittuosa; poi ci ripensa, si convince del doverlo fare; poi si passa dal “se” al “come” e, infine, dal “come” al “quando”, fino alla tragedia finale. “E’ – avverte – un graduale sfaldamento dell’autocontrollo che porta alla realizzazione di qualcosa che inizialmente si rifiutava – il delitto dei propri cari – ma che alla fine domina la mente della persona, come un’idea fissa. A questo punto, tutto è possibile. E’ quanto presumibilmente accaduto – con i dovuti condizionali – nella mente del padre assassino di Mergno. Il rito delle foto insieme ai figli in tante circostanze felici, il mostrare al mondo del volersene prendersene cura ma, alla fine, quello che potremmo definire il rito sacrificale finale“.

Rischio emulazione

I media hanno dato grandissima risonanza alla notizia dell’uccisione dei due bambini, del successivo suicidio di Mario Bressi e dello straziante dolore della madre, Daniela Fumagalli. Passo dopo passo, ne sono state ricostruite le dinamiche, l’ultimo post di Bressi – “Coi miei ragazzi sempre insieme”, con a corredo loro tre in montagna felici – l’ultimo sms alla moglie (con il quale si stava separando) nel quale le comunicava che non avrebbe più visto i suoi bambini. Immagini e parole che hanno colpito fortemente l’immaginario di tutti e che – di contro – potrebbero innescare un desiderio di emulazione. “Il rischio emulazione in questi casi c’è sempre. Anche perché l’apprendimenti di notizie a cui si dà grande eco mediatica e che suscitano forti emozioni collettive possono dare luogo a dei problemi di natura psicologica in soggetti fragili. Nella maggior parte dei casi – spiega ancora il prof. Sorrentino – creano solo sgomento e dolore nella nostra coscienza; ma in altre menti – che non sono così stabili – possono innescare un processo imitativo”.

L’etica della comunicazione

Quale soluzione dunque per il mondo dell’informazione che non può venire meno al proprio compito? “Bisogna stare molto attenti nel come vengono date le notizie”, dice il neurologo. “Io non parlo di censura – evidenzia – ma di etica, di responsabilità e sensibilità da parte dei mezzi di informazione verso gli utenti finali. Il cervello infatti si comporta come una specie di spugna: assorbe tutto quello che gli viene proposto, come l’immaginarsi scene macabre e raccapricciati. Ma non tutto quello che è possibile immaginare poi gli fa anche bene. E non tutte le persone rispondo a uno stimolo nello stesso modo. La notizia va dunque documentata ma senza accanimento nei particolari macabri e raccapriccianti, evitando così quella pornografia del terrore dove la realtà (nella sua drammaticità) supera purtroppo la finzione”.

Prevenzione della sindrome di Medea

Ma è possibile prevenire tali tragedie? Esistono dei campanelli di allarme che possano permettere di evitare il dramma finale, anche in altri reati, come il femminicidio? Il professore ha chiari quali sono i passi fondamentali da compiere affinché non si arrivi al dramma. “La paura e la conseguente quarantena dovute al virus del Covid-19 – evidenzia – ha slatentizzato delle forme di disagio mentale in moltissimi soggetti. In pratica, abbiamo vissuto un’epidemia nell’epidemia: dalla depressione all’ansia; dai disturbi del sonno alla rabbia. Queste situazioni non andrebbero mai sottovalutate”.

Presidi territoriali

“Bisognerebbe – spiega – investire maggiormente nella ricerca, nell’ascolto e nella cura di quella che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha definito come la malattia più diffusa al mondo: il disagio mentale”. In concreto, sono necessarie maggiori risorse economiche da investire sia nella ricerca, sia nei presidi psichiatrici territoriali. “Questi presidi – spiega il neurologo – sono necessari sia per dare supporto medico psichiatrico, sia per captare fenomeni pericolosi emergenti, quali la rabbia, la frustrazione etc. Disagi psichici profondi che non andrebbero mai sottovalutati”. Molte persone si vergognano di parlare del disagio mentale proprio o altrui e preferiscono tacere onde evitare lo stigma sociale, ancora fortemente radicato. “Eppure – conclude il prof. Sorrentino – anche il cervello è un organo che ha bisogno di cure, come tutti gli altri. Lasciarsi aiutare è l’unico modo per prevenire queste tragedie”.