“Il peso della carne”. Agricoltura e zootecnia in Italia non sono sostenibili

L’Università della Tuscia ha stilato un report che mostra il reale impatto degli allevamenti italiani, che da soli consumano il 39% delle risorse naturali del territorio. Un peso insostenibile, tanto più se legato a quello dell’agricoltura, che può essere alleggerito soltanto con un cambio di rotta verso un’alimentazione vegetale.

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Foto da osservatoriovegano

AgenPress – Quanto “pesa” la carne sulle risorse che abbiamo a disposizione nel nostro paese? Lo rivela il report “Il peso della carne”, stilato di recente da un team di studiosi dell’Università della Tuscia in collaborazione con Greenpeace, secondo il quale gli allevamenti – ed è un dato sottostimato – consumano da soli il 39% delle risorse naturali a disposizione sul territorio agricolo italiano. Ma non basta, perché se a questo si somma l’impatto delle attività agricole, si arriva a consumare una volta e mezza le risorse naturali dei terreni. Il che, in pratica, significa che agricoltura e allevamento in Italia sono insostenibili dal punto di vista ambientale.

Per ricavare questi dati, gli studiosi hanno calcolato l’impronta ecologica di queste attività, che nello specifico “rappresenta la quantità di superficie terrestre e acquatica (in ettari globali) necessaria a produrre tutte le risorse consumate e ad assorbire i rifiuti o le emissioni prodotte (biocapacità)“. In questo caso l’impronta considerata è quella relativa alle risorse naturali necessarie per compensare le
emissioni dirette (causate da fermentazione enterica e deiezioni) di gas a effetto serra della zootecnia italiana. 

allevamenti italia

Il punto fondamentale da tenere in considerazione è che, mentre gli allevamenti consumano il 39% delle risorse naturali, quello stesso territorio deve essere in grado di compensare anche altre attività umane, prime fra tutte quelle legate all’agricoltura. In più, come accennato, il dato fornito da questo studio è parziale, perché tiene conto solo dell’impronta ecologica legata alle emissioni dirette di gas serra del bestiame. Non rientrano nel calcolo né l’impatto ambientale delle coltivazioni destinate ad alimentare gli animali né l’import di mangimi. Inoltre, il dato non considera nemmeno il consumo di acqua, carburante ed elettricità legati al settore zootecnico, il che rende queste considerazioni decisamente ottimistiche.

Il caso della Lombardia

Nel documento viene riportato il caso della Lombardia come emblema della situazione: in questa regione il settore zootecnico assorbe il 140% della biocapacità della regione. Per compensare le emissioni degli animali negli allevamenti, spiegano gli esperti, la Lombardia dovrebbe avere una superficie agricola ampia una volta e mezzo quella attuale. Questo impatto, si legge nello studio, rappresenta “oltre un quarto di quello nazionale e contribuisce per oltre il 10% nel determinare l’insostenibilità complessiva dell’agricoltura italiana”. Come si vede dall’infografica riportata in basso, anche altre regioni italiane – e in particolare il Veneto e il Piemonte – soffrono lo spreco di risorse agricole da parte dell’allevamento; da sottolineare anche che oltre la metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano, mentre al sud è la Campania a detenere il triste primato.

«Stiamo sottraendo risorse alle generazioni future – afferma Silvio Franco, curatore dello studio – Il processo è semplice: stiamo immettendo nell’ambiente più emissioni e scarti di quello che l’ambiente è in grado assorbire, quindi stiamo regalando a chi verrà dopo di noi una serie di problematiche ambientali senza dare loro le risorse per riuscire a gestirle“. Un po’ come accade con l’Earth Overshoot Day, che ci porta a terminare le risorse globali disponibili in un anno ben prima di quanto sarebbe giusto per non aumentare il nostro debito ecologico.

Il consumo consapevole come unica soluzione

Di fronte a questi dati, che sono gli ultimi di una lunga serie, è chiaro come sia necessario dare una svolta concreta al nostro sistema alimentare in favore di alternative vegetali. Una tendenza che si riscontra già in maniera considerevole a livello globale, anche e soprattutto grazie  a coloro che scelgono stili di vita più sani e consapevoli. Il consumatore flexitarian – che pur non essendo né vegetariano né vegano, riduce il proprio consumo di prodotti di origine animale – può essere il vero game changer in questo settore, contribuendo in maniera decisiva alla diminuzione dell’impatto ambientale legato alla produzione alimentare.

Il rapporto tra produzione e consumo è un passaggio essenziale nella riflessione intorno al tema della sostenibilità alimentare. Il carrello rappresenta per il consumatore uno strumento di estrema rilevanza volto al cambiamento. Il consumo consapevole è l’unica via per far attecchire una consapevolezza alimentare che sarà in grado di modificare i paradigmi attuali sul rapporto tra domanda e offerta. Ogni prodotto plant-based immesso sul mercato rappresenta un’opportunità di scelta e di cambiamento: in questi termini l’acquisto è uno strumento, una voce e l’espressione di una volontà.

Fonte, osservatorioveganok.com