Aodi (Amsi-Umem): il 30% degli italiani oggi sceglie il privato. Senza equità tra pubblico e privato non si ricostruisce il SSN

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Quasi 186 miliardi di spesa sanitaria complessiva, oltre 46 miliardi pagati direttamente dai cittadini e un finanziamento pubblico fermo al 6,3% del Pil: i numeri che spiegano la frattura tra pubblico e privato


AgenPress. Negli ultimi dodici mesi oltre il 30% degli italiani ha scelto di curarsi nel privato, affiancandolo al Servizio sanitario nazionale per aggirare liste d’attesa, carenze organizzative e difficoltà di accesso alle prestazioni. Non è una fuga ideologica dal pubblico, ma una scelta obbligata, dettata dal bisogno di cure tempestive. È il segnale più evidente di una diseguaglianza crescente che rischia di trasformare il diritto alla salute in una variabile economica.

Le riflessioni e le indagini arrivano da AMSI, (Associazione Medici di origine straniera in Italia), Umem (Unione Medica Euromediterranea), dal Movimento Uniti per Unire e dalla rete internazionale di informazione AISC NEWS.

«La sanità italiana non è in crisi di qualità clinica, ma di equità e accesso. Finché pubblico e privato resteranno su binari separati, diseguali e spesso contrapposti, il sistema continuerà a produrre ingiustizie», afferma il prof. Foad Aodi, medico-fisiatra, giornalista internazionale, membro del Registro Esperti FNOMCeO, docente dell’Università di Tor Vergata e membro del direttivo UAP, a nome delle associazioni e dei movimenti.

I dati parlano chiaro. La sanità privata viene scelta soprattutto per la rapidità: il 60% dei cittadini vi ricorre per ottenere prestazioni in pochi giorni, mentre nel pubblico una quota rilevante attende mesi. Eppure, la fiducia nel Servizio sanitario nazionale resta alta: oltre la metà degli italiani continua a considerarlo un patrimonio fondamentale. Il problema non è il modello universalistico, ma la sua attuazione diseguale sul territorio.

La Corte dei conti fotografa un sistema che regge, ma fatica a evolvere. La spesa sanitaria pubblica resta stabile intorno al 6,3-6,4% del Pil, sotto la media europea, mentre aumentano le differenze regionali nei Livelli essenziali di assistenza e cresce il ricorso alla spesa privata come “ammortizzatore” delle inefficienze. Una dinamica che indebolisce l’universalità del servizio e penalizza soprattutto il Mezzogiorno e le fasce più fragili della popolazione.

Ancora più espliciti i numeri della Ragioneria generale dello Stato: nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto quasi 186 miliardi di euro, con una componente privata che ha superato i 46 miliardi, crescendo più rapidamente di quella pubblica. Sedici Regioni chiudono i bilanci in rosso, mentre una quota sempre maggiore di costi viene scaricata direttamente sui cittadini. È la fotografia di un sistema che spende di più, ma in modo sempre più diseguale.

«Il privato non è il nemico del pubblico», sottolinea Aodi, «come Amsi partiamo avanti da sempre questo concetto». «Il vero nemico è la diseguaglianza: tra Regioni, tra territori, tra chi può permettersi di pagare e chi rinuncia alle cure. Solo integrando davvero pubblico e privato, con regole chiare, controlli rigorosi e pari diritti per i cittadini, possiamo ricostruire una sanità equa e sostenibile».

Per le associazioni, la sanità privata va governata e valorizzata come risorsa complementare, non demonizzata né lasciata crescere senza una visione. Allo stesso tempo, occorre rafforzare il finanziamento pubblico, investire sul personale – anche valorizzando il contributo dei professionisti di origine straniera – e ridurre i divari territoriali che alimentano mobilità sanitaria e sfiducia.

«Se il 30% degli italiani sceglie il privato non è perché lo preferisce, ma perché spesso non ha alternative», afferma Aodi. «Eliminare la diseguaglianza tra pubblico e privato significa restituire senso all’articolo 32 della Costituzione e garantire che il diritto alla salute torni ad essere uguale per tutti, non solo per chi può permetterselo. Non possiamo dimenticare, conclude Aodi, che comunque in tanti non possono permettersi il privato, ed è per questo che il pubblico va valorizzato e tutelato e vanno eliminate finalmente le liste d’attesa e la disorganizzazione, mettendo al centro i professionisti sanitari e la qualità delle cure».

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