AgenPress. L’antropologia si lega al mito. Soprattutto quando la sintesi duventa una griglia simbolica nella quale i segni di Mircea Eliade diventano voci in un viaggio non tanto nella storia ma nel tempo. Infatti il labirinto, metafora di un lungo viaggio negli antropos delle civiltà, è ricerca ma anche attesa metafisica.
Il saggio “Antico presente. Viaggio nel sacro vivente” [Baldini + Castoldi] di Alessandro Giuli è un’opera che si presenta come un itinerario spirituale attraverso le profondità della storia e delle culture. Giuli, giornalista e saggista, ci guida appunto lungo un viaggio che parte dalle antiche popolazioni italiche e si estende fino al mondo etrusco e romano e oltre per poi raggiungere i confini estremi del Mediterraneo. Il Mediterraneo è il punto di riferimento ma non di approdo. Nelle antropologie del sacro e del mito non ci sono approdi.
La prefazione, affidata ad Andrea Carandini, figura eminente dell’archeologia europea, non è solo un sigillo di autorevolezza, ma una chiave di lettura essenziale dentroil rapporto – legame tra archeologia e antropologia. Carandini riconosce in questo lavoro un atto di continuità con quella linea di pensiero che considera il patrimonio come sistema vivente di valori e significati, non come insieme muto di reperti. Bensì come un dialogo aperto tra culture e civiltà.
Il filo conduttore dell’opera è la nozione di “sacro vivente”. Mi sembra che sia una categoria che Giuli utilizza per indicare la sopravvivenza e la trasformazione di culti e riti antichi nella coscienza contemporanea. I luoghi visitati non sono descritti come semplici siti archeologici, ma come depositi di una memoria simbolica che ancora oggi ci parla e ci interpella. Ecco perché si va oltre la storia per “perimetrare” una visione “filosofica” tra l’essere delle civiltà e il tempo dell’uomo.
Il saggio, saggio profondo, è anche un viaggio nella geografia sacra dell’Italia, che Giuli esplora attraverso una serie di tappe che partono dalle regioni centrali e si estendono fino al Sud e al Mediterraneo. Come già detto. Una visione che chiama in causa i riti e la rutualità di una strategia in cui non solo la ricerca è portante ma anche il pensiero antropologico anti storicista e non fenomenologico che era molto caro al Cesare Pavese dei miti consacrati nelle metafore della memoria primordiale.
Infatti uno dei temi centrali del libro è il concetto di sacro come fondamento dell’esistenza umana. Giuli sostiene che il sacro non è solo un aspetto della vita religiosa, ma è la dimensione più profonda e autentica dell’esistenza umana. Il sacro è ciò che precede, ciò che fonda, ciò che ancora agisce nella nostra vita e comunque nel superamento o attraversamento della nostalgia. Ritorna sempre Mircea Eliade.
Il tutto con una scrittura densa e evocativa. Ovvero capace di evocare l’atmosfera dei luoghi e di far rivivere le storie e le leggende che li hanno segnati. Giuli si muove con disinvoltura tra storia, antropologia e filosofia, offrendo al lettore una visione complessa e aricolata della cultura dei Mediterranei. Mediterranei perché non c’è un luogo preciso di un Mediterraneo. Ci sono i Mediterranei. Un dato che ho posto in evidenza anche nei miei scritti. Mediterranei come geografie comparate tra spazi e letture appunto archeo-antropologiche.
Insomma “Antico presente. Viaggio nel sacro vivente” è un libro che ci invita a riflettere sulla nostra relazione con il sacro e con la storia, e che ci offre una chiave di lettura per comprendere che la memoria non è un passato. È il sempre che ci portiamo accanto e dentro come esistenza di un atto che richiama radici e modelli.
Infatti da Pitagora in poi bisogna fare i conti con ciò che il tempo ha significato prima dello stesso mondo greco e dopo. Dalla Magna Madre al viaggio nel sacro e mito tra i luoghi che sono stati Magna Grecia sino ai Mediterranei di una Italia che ha raccontato il destino tra eredità di un Occidente immenso e di una tradizione che non ha mai dimenticato gli Orienti tra territori e popoli. Radici di un uomo in cammino …
Pierfranco Bruni
