Robert Francis Prevost, oggi Leone XIV: “Essere e restare Liberi sotto la grazia. Alla scuola di Sant’Agostino di fronte alle sfide della storia”

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AgenPress. Agostino chiama Paolo e il cuore raccoglie tutto il vissuto. Diventa ricordato. L’anima è la strada che raccoglie e vive e dona la Grazia. Siamo veramente liberi sotto la grazia? Riusciamo a essere veri lungo le sfide della storia? Ci risponde il libro di Papa Leone XIV. Pubblicato in questi giorni per la Libreria Editrice Vaticana. Sono 560 pagine. Raccoglie scritti, discorsi, omelie e lettere di Robert Francis Prevost composti tra il 2001 e il 2013, quando era priore generale dell’Ordine di Sant’Agostino. Pubblicarlo in questi giornj e in tale contesto problematico è un dato importante. Profetico sono queste parole: “Dobbiamo cercare insieme di essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce ponti del dialogo, sempre aperta a ricevere con le braccia aperte, come questa piazza. A tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della nostra presenza, di dialogo, amore”.

A un anno dall’elezione di Leone XIV, l’8 maggio 2025, è in gesto significativo e soprattutto in una temperie di grandi discussioni teologiche e politiche.

Si tratta di  un vero e proprio  manifesto  ma è anche una dichiarazione di metodo. Perché un Papa pubblica i testi del priore? Perché il priore è già Papa. Perché l’Agostino che lo forma è lo stesso Agostino che lo guida da quando è  stato toccato dalla fede.

Uno dei concetti che ritorna con insistenza e che più volte ha sottolineato è la perseveranza: “La perseveranza è un grande dono che il Signore è pronto ad offrirci. Ma dobbiamo imparare ad accoglierlo e a farlo diventare vita, ad essere forti. È uno di quei doni che si costruiscono nel tempo, nelle piccole prove dell’inizio che ci aiutano a essere più forti, a poter portare la Croce quando diventa più pesante. È ciò che ci abilita e ci rende capaci di andare avanti”. Dunque. Cristo Paolo e Agostino.

Il libro é un preciso itinerario. Non credo che ci sia  una tesi da dimostrare. È una profonda testimonianza in cammino.

Il volume non è un  trattato. È dunque un cammino. Ovvero si anche un percorso di un  magistero frammentario che diventa unitario. È curato ds Rocco Ronzani, prefetto dell’Archivio Apostolico Vaticano, Miguel Ángel Martín Juárez e Michael Di Gregorio. Con una indicazione iniziale e l’impulso del priore generale Joseph Farrell. La scelta del discorrere è  molto chiara. Non si tratta di un apparato  sistematico. Chiaramente c’è una costante fedeltà alle comunità. Fedeltà alla storia. Il mosaico è funzionale a un messaggio certamente radicati in agostino. Si trova l’omelia di Santa Rita a Madrid del 2006, il saluto del 2006 su Augustiniana, la riflessione sul munus docendi del priore locale tratta dalla tesi del 1987. Sono testi, infatti,  nati per i confratelli. Testi nati per le parrocchie. Testi nati per le province. Ora diventano testo per la Chiesa. Diventano testo per il mondo. Diventano testo per capire chi è Leone XIV prima di essere Leone XIV.

Il metodo è il viaggio agostiniano. La stella polare del libro è sempre  Agostino. Non un  Agostino citato. Ma un Agostino abitato. Perché in fondo Agostino è metodo. È sguardo. È inquietudine. È vita interiore. È Prevost priore non fa archeologia agostiniana. Fa scuola. Fa scuola di interiorità per tempi esteriori.

Scrive partendo da alcuni riferimenti: “La comunione fra i credenti, il servizio gratuito alla Chiesa, la difesa dei poveri, l’impegno per la pace. Sono quattro pilastri. Anzu sono quattro risposte alle sfide della storia. La storia che per Agostino era caduta di Roma. La storia che per Prevost è globalizzazione, secolarizzazione, migrazione, guerra. Cambia il secolo. Non cambia l’uomo. Non cambia la domanda. Non cambia il tempo della fede. È completamente articolato su alcune  basi. A iniziare  dalla libertà. Leggere: “Liberi sotto la grazia” non è assolutamente un ossimoro. È Agostino puro. È “De gratia et libero arbitrio”. È l’uomo che sceglie perché è amato. È l’uomo che serve perché è liberato. Siamo tra Paolo Agostino e la cristianità di Kierkegaard.

Prevost insiste sul primato della vita interiore. Perché senza interiorità la libertà è slogan. Senza interiorità la comunione è organizzazione. Senza interiorità il servizio è carriera. Senza interiorità la pace è equilibrio di forze. Agostino insegna che la città degli uomini si regge se c’è la città di Dio dentro. Prevost priore lo traduce in linguaggio e comportamento. Prevost diventato Papa lo traduce in pontificato. Perché Agostino coerentemente? Perché ci dice Prevost: “…nel suo tempo seppe farsi comprendere e creare un linguaggio capace di parlare al cuore ancora oggi”.

La comunione è un nodo importante. L’Ordine agostiniano è una famiglia. È una comunità. È “unanimes”. È “cor unum et anima una in Deum”. Nei testi del 2001-2013 Prevost torna sul “munus” del priore locale. Il priore è un maestro. Non è manager. Non è burocrate. È padre. È fratello. È custode della regola. È custode del fuoco. Sostanzialmente è quel “Rule and Constitutions of the Order of Saint Augustine”, pubblicato nel 2002, è una sua opera di riferimento. Lì si legge la convinzione. La vita comune è profezia. Profezia contro l’individualismo. Profezia contro la solitudine. Profezia contro l’ideologia. La comunità agostiniana è antidoto. È scuola di sinodalità prima della sinodalità. È Chiesa in miniatura. È Chiesa che cammina. Quando Leone XIV, appena eletto, si definisce “figlio di sant’Agostino”, sta dicendo che il metodo del governo è il metodo del chiostro. Ascolto. Discernimento. Correzione fraterna. Perdono. Grazia.

Agostino è nel tempo senza smettere di restare nella storia. Infatti importanti sono le pagine dedicate alla storia. Non alla Ragione.

Prevost non fugge nel passato. Porta Agostino nel presente. Porta Agostino a Chiclayo, dove è stato vescovo dal 2014. Porta Agostino nelle periferie. Porta Agostino nei dicasteri. Porta Agostino nel conclave. Nei discorsi raccolti si sente l’America Latina. Si sente la questione sociale. Si sente la pace. Pace che non è irenismo. Pace che è giustizia. Pace che è verità. Pace che è Cristo. La difesa dei poveri e l’impegno per la pace sono inseparabili. Qui il priore diventa pastore. Qui l’agostiniano diventa universale. Qui si prepara il Papa. Perché Leone XIV, da prefetto dei vescovi dal 2023, ha scelto vescovi proprio con questo criterio.

Anche lo stile è agostiniano. Tra le Confessioni e la Città di Dio con una visione  missionaria.  Frasi brevi. Verbi concreti. Citazioni bibliche e patristiche senza ornamento. Niente retorica. Nessuna ideologia. Niente curia. C’è l’esperienza. Per questo il volume è in corso di traduzione in 30 paesi. Perché parla. Parla ai religiosi. Parla ai vescovi. Parla ai laici. Parla a chi cerca una regola per stare nella storia senza fuggire e senza perdersi.

Nell’omelia di Santa Rita del 2006, Prevost scrive che la spiritualità agostiniana è “missione evangelizzatrice della Chiesa”. Non devozione privata. Missione. Nel saluto del 2006 parla della “missione dell’Ordine Agostiniano nel mondo contemporaneo”. Non conservazione. Mondo. Nel testo sul Munus docendi ricorda che il priore è maestro perché la comunità impari a cercare Dio insieme. Sempre insieme. Sempre in Deum. Queste righe sono già pontificato. Sono già  educazione alla pace.  il primo libro da Papa potrebbe intitolarsi anche  “La pace sia con voi”. La pace agostiniana. La pace interiore che diventa pace tra i popoli. Ovvero il suo saluto Pace e bene.

Con questo libro oggi è capire Leone XIV. È capire da dove viene. È capire dove va. È capire che il pontificato non nasce dal conclave. Nasce dal noviziato O.S.A. del 1977. Nasce dalla tesi del 1987. Nasce dal priorato del 2001. Nasce da Chiclayo. Nasce dal dicastero. È pontificato agostiniano. È pontificato di comunione. È pontificato di interiorità. È pontificato di pace. In un tempo di guerra. In un tempo di solitudine. In un tempo di rumore.

Agostino diceva: “Temo il Signore che passa”. Prevost priore aggiunge: “Temo l’uomo che non si ferma”. Leone XIV Papa ripete: “Fermatevi. Entrate in voi stessi. Lì abita la verità. Lì abita la grazia. Lì siete liberi”. Certo. Sembra di ascoltarlo.  Le pagine sono un permanenza ascolto. È un profondo viaggio spirituale in cui il viaggio stesso è  pellegrinaggio. Dentro i “Soliloqui” agostiniani la spiritualità è già viaggio.

Si legge: “Per noi religiosi consacrati, il viaggio è un’esistenza al servizio di Cristo, specialmente come comunità di discepoli. Come Agostiniani è un viaggio vissuto nella vita comune e nei servizi apostolici, e attraverso di essi. Ma possiamo, in qualche punto lungo il cammino, rallentare, diventando soddisfatti di noi stessi e distratti, o perfino restando fermi e stagnanti nella vita spirituale e nel lavoro pastorale. La stessa cosa può accaderci in comunità, e la vita delle nostre comunità locali e delle nostre Circoscrizioni può perdere la forza di ispirare e attirare altri. L’entusiasmo pieno di energia, tipico dei giovani, può gradualmente sparire e facilmente scivoliamo nella routine quotidiana, sempre la stessa, che non cambia mai”.

È Agostino che torna. È Chiesa che ascolta. È storia che può cambiare se torna l’interiore. Se torna la grazia. Se torniamo liberi. Se si riuscirà ad afferrare quella spiritualità in molte società è carente. Il Papa si rivolge soprattutto agli scontri che campeggiano in un’epoca di precarietà e di macerie. Dunque.  Restare liberi sotto la Grazia  con Sant’Agostino ci rende autentici legando sempre la pazienza alla fede. Autentici nella preghiera e ponendoci davanti a una domanda: “… sembra che Dio abbia ogni giorno sempre meno spazio. È davvero così?”. Ovvero, è la fede che ci interroga. E noi?

Pierfranco Bruni

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