AgenPress. La principale, enorme, fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea. Un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato competitività, crescita, visione strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici, contribuendo a spingere il Continente verso un progressivo declino economico e geopolitico. Un’Europa inarrestabile nella sua capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune, ma esitante, improvvisamente, quando si tratta di far sentire la propria voce nelle dinamiche globali.
E le crisi ci hanno mostrato anche quanto fosse miope l’idea di un’Europa che pensava di poter limitare il suo ruolo a quello di piattaforma commerciale, in una posizione quasi passiva tra l’America e i grandi attori asiatici, lasciando ad altri il controllo sugli snodi fondamentali delle catene del valore. Quando gli shock sono arrivati, e quelle catene del valore, troppo lunghe e troppo fragili, si sono spezzate, noi abbiamo scoperto quanto fosse pericolosa l’esposizione verso dinamiche che non potevamo controllare. E abbiamo capito quanto fosse suicida accettare che su materie prime critiche, energia e settori strategici, il nostro destino dipendesse da scelte altrui.
In altre parole, quando la storia ha bussato alle nostre porte, ha spazzato via gli orpelli ideologici, ci siamo svegliati nel mondo reale. È stato un risveglio brusco. O, se vogliamo, quello che per anni alcuni avevano avuto il coraggio di preconizzare e di dire – pagando per questo il prezzo di essere tacciati come dei nemici dell’Europa – si è semplicemente dimostrato vero.
