Gramsci alla Fiera Più Libri Più Liberi avrebbe firmato il modulo sull”antifascismo? Credo proprio di no. Avrebbe usato l’arma dell’ironia sulle sinistre del nostro tempo

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AgenPress. Se ci fosse oggi Antonio Gramsci cosa penserebbe della farsa della sottoscrizione di antifascismo per partecipare come editore alla Fiera di Più Libri più Liberi di Roma? Immaginiamolo. Antonio Gramsci entra a Più libri più liberi. Non con la tessera del Partito, ma con i Quaderni sotto il braccio. Zoppica, sì. Ma il pensiero, quello, non zoppica mai. Si ferma davanti al banco delle firme. Legge: “Dichiara di essere antifascista”. Sorride. Di quel sorriso sardo, tagliente, che è già una glossa a margine della Storia.

Dunque cosa avrebbe detto? Avrebbe detto, forse, che la cultura muore due volte: quando la si imbavaglia e quando la si imbalsama. La prima è dittatura. La seconda è retorica. E tra le due, Gramsci, che del carcere fece cultura, avrebbe scelto la terza via: l’ironia. Perché l’ironia è l’arma di chi non ha cannoni, ma ha concetti. Di chi sa che una firma imposta è già una resa, anche se la firma è sulla parola “libertà” o meglio falsa libertà. Gramsci ha passato la vita a spiegare che l’egemonia non si decreta. Si costruisce. È direzione intellettuale e morale, non dichiarazione giurata. È il lento lavoro della talpa, non il timbro del notaio. Trasformare l’antifascismo in autocertificazione significa non aver capito nulla dei Quaderni, chiaramente per li ha letti e capiti. Significa confondere il consenso con il consenso informato, la battaglia delle idee
con la fila allo sportello.

Lui, che scriveva che “la cultura è organizzazione, disciplina del proprio io interiore”, avrebbe guardato quel foglio e avrebbe mormorato: “Ecco l’analfabetismo degli istruiti”. Perché l’antifascismo, per Gramsci, non era etichetta da appuntare al petto. Era metodo. Era capacità di leggere il mondo, di smontare il senso comune, di farsi Stato senza diventare statale. Chiedere a un editore di firmare di essere antifascista è come chiedere a un filosofo di firmare di essere intelligente. Se lo firmi, dimostri che non lo sei. Gramsci avrebbe firmato? Forse sì. Ma sotto, con la sua grafia minuta, avrebbe aggiunto: “Firmo perché sono in carcere. Voi perché siete liberi, perché firmate?”. La polemica ha fatto scadere il tono della Fiera. E Gramsci, che del tono fece questione politica, lo avrebbe notato subito. Perché il tono è egemonia. È la musica che sta sotto le parole. Quando la cultura alza la voce, smette di convincere. Quando chiede patenti, smette di educare.

Più libri più liberi era nata come spazio franco dove il piccolo editore poteva esistere accanto al colosso, dove l’idea eretica aveva la stessa sedia dell’idea ortodossa. Metterci il gabbiotto del pedaggio etico significa trasformare l’isola in dogana. E Gramsci, che sulle isole – Ustica, poi il carcere – costruì biblioteche, sapeva che la dogana è il luogo dove le idee muoiono: vengono aperte, controllate, tassate. L’ironia feroce è questa: per difendere l’antifascismo, si usa la grammatica del fascismo. L’obbligo, il giuramento, l’esclusione. Gramsci avrebbe citato Machiavelli: “Gli uomini dimenticano più facilmente la morte del padre che la perdita del patrimonio”. Noi abbiamo dimenticato più facilmente il metodo del fascismo che i suoi simboli. E così lo replichiamo, con le migliori intenzioni, su carta intestata.

Nei Quaderni l’editore non c’è. Ma c’è l’intellettuale organico, colui che organizza la cultura, che salda il blocco storico. L’editore, oggi, è il suo pronipote laico. Non deve giurare sulla Costituzione: deve farla vivere. E la fa vivere pubblicando anche ciò che lo indigna, perché “dire la verità è sempre rivoluzionario”, ma la verità non ha timbro. Gramsci avrebbe difeso l’editore che pubblica un libro sgradevole più dell’editore che firma un foglio gradito. Perché il primo rischia il mercato, il secondo rischia nulla. E senza rischio, diceva, non c’è egemonia. C’è solo conformismo. Quel conformismo che lui chiamava “il più grande nemico della rivoluzione”. Oggi lo chiamerebbe “il più grande nemico della Fiera”.

Alla fine, forse, Gramsci avrebbe firmato. Ma non il modulo. Avrebbe firmato una nota a margine, come faceva nei Quaderni:
“Io sono antifascista perché penso. Se smetto di pensare, firmate pure per me. Ma sappiate che quel giorno avrete firmato la mia condanna, non la mia adesione”. E se ne sarebbe andato, zoppicando, tra gli stand. A cercare un libro non allineato. Perché sapeva che la libertà non sta nel dichiararla. Sta nel praticarla. Anche, e soprattutto, quando nessuno ti guarda. Anche, e soprattutto, quando firmare sarebbe più comodo.

La cultura, per Gramsci, era “conoscere sé stessi”. La Fiera, oggi, sembra averlo dimenticato. Ha chiesto agli altri di dichiararsi, per non dover dichiarare a sé stessa la propria paura. E la paura, diceva sempre lui, “è il vero analfabetismo”. Il resto è modulo. È anticultura. È l’ala che diventa timbro. E Gramsci, delle ali, se ne intendeva. Anche dal carcere. Ma Gramsci conosceva. Aveva un pensiero. Condivisibile o meno. Ma il pensiero c’era. I libri li aveva abitati e scritti. Studiava e soprattutto capiva. E oggi? Si affonda. Si chiedono firme, sottoscrizioni e giuramenti. Per cosa? Per una una storia che è finita dal 1945. Si sono superati tutti i limiti del ridicolo.

Pierfranco Bruni

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