San Francesco d’Assisi era esigente? Era simpatico? Era ironico? Tre interrogativi per una sola domanda che significa apertura al mondo

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AgenPress. Dopo l’epoca degli dèi Dio diventa riferimento per un mondo mediterraneo che ha posto come ermeneutica l’estetica nel religioso. Una meditazione che mi ha accompagnato nel corso degli anni e si è fatta vitale ritornando su San Francesco d’Assisi. Perché San Francesco non è il santo dei santini con gli uccellini sulla spalla. È un incendio. È un uomo che ha preso il Vangelo alla lettera e lo ha rovesciato sul mondo come olio sul fuoco. Mi sono posto alcuni interrogativi che pongono però un’unica domanda. Una domanda  legittima, anzi necessaria: era esigente? Era simpatico? Era ironico?  Sì. Era tutte e tre le cose insieme. Perché la santità, quando è vera, non è soltanto dolcezza. È sale. È spada. E Francesco di Pietro di Bernardone, mercante mancato, cavaliere fallito, pazzo di Dio, era sale che brucia, vino che inebria, spada che divide. Ma era anche sorriso. Ma era anche gioco. Ma era anche teatro. Era uomo. E l’uomo, quando è abitato da Dio, diventa più uomo, non meno. Il suo presepe è teatro. Francesco è la creazione come atto creativo.

Esigente? Francesco era spietato. Ma prima con sé stesso, poi con gli altri. Non chiedeva briciole: chiedeva tutto. Sine glossa, senza glossa, diceva ai frati. Il Vangelo va preso così com’è, senza commenti, senza sconti, senza “ma”. Vendere tutto. Lasciare padre e madre. Abbracciare il lebbroso. Benedire chi ti maledice. Lodare Dio anche nella malattia, anche nella prigione, anche nella morte. Quando il cardinale Ugolino, futuro Gregorio IX, gli propone di mitigare la Regola, di renderla più “umana”, Francesco risponde: «Fratello, Dio non mi ha chiamato per fare una regola comoda. Mi ha chiamato per seguire le orme di Cristo nudo». È esigente. È intransigente. Non con la durezza del moralista, ma con la purezza del poeta. Il poeta non accetta la parola sbagliata. Il santo non accetta la vita a metà. Ai suoi frati non concede privilegi. Li manda per il mondo senza bisaccia, senza bastone, senza denaro. «Se non vi accolgono, scuotete la polvere dai calzari e andate altrove». È esigente perché crede che l’uomo sia capace di Dio. E chi crede nell’uomo, non lo adula. Lo chiama. Lo sfida. Lo spinge sul precipizio affinché impari a volare. Eppure, la sua esigenza non è mai legge. È innamoramento. Non dice: devi. Dice: puoi. Puoi essere perfetto come il Padre. Puoi amare il nemico. Puoi baciare il lebbroso. È l’esigenza di chi ha visto la bellezza e non può più accontentarsi del mediocre. «Cominciamo, fratelli, a servire il Signore, perché fino ad ora abbiamo fatto poco». Lo dice sul letto di morte. Aveva rifondato la Chiesa. E per lui era poco.

Simpatico? Francesco è l’uomo della perfetta letizia. Non la letizia dei salotti, non l’allegria obbligata. La letizia di chi ha perduto tutto e ha trovato il Tutto. È simpatico perché è libero. Non ha nulla da difendere. Né reputazione, né immagine, né potere. Può giocare.  Gioca con il Sultano a Damietta. Gioca con il lupo di Gubbio. Gioca con frate Leone chiamandolo “pecorella di Dio”. Gioca con il proprio corpo, che chiama “frate asino”. Gioca con la morte, che chiama “sorella”. Chi è capace di chiamare sorella la morte, ha vinto la paura. E chi ha vinto la paura è leggero. E la leggerezza è simpatia. I frati lo seguono non perché comanda. Lo seguono perché ride. Perché canta. Perché danza. Inventa il presepio a Greccio non per dottrina, come ho già detto, ma per teatro. Vuole che la gente veda, che senta, che tocchi il mistero. È il primo regista della cristianità. È il primo cantastorie di Dio. Tommaso da Celano racconta che Francesco, quando la gioia lo traboccava, prendeva due legni, se li metteva tra le braccia come una viola e fingeva di suonare, cantando in francese. Francesco che suona l’aria. Francesco che fa il giullare. Loculator Domini, giullare di Dio, si faceva chiamare. E i giullari, nel Medioevo, sono simpatici per definizione: dicono la verità ridendo. La sua simpatia è contagiosa perché non è strategia. È natura. È la natura di chi si è riconciliato. Con Dio, con gli uomini, con il creato. Predica agli uccelli non per favola. Predica perché davvero crede che frate sole e sora luna, frate vento e sora acqua siano fratelli. E con i fratelli si parla. E parlando, si sorride.

Ironico? Sì. Ma l’ironia di Francesco non è sarcasmo. Non è la distanza del cinico. È l’ironia del mistico. È il sorriso di Dio sulle cose. È vedere il mondo da un’altra angolazione. Dall’angolo dell’eternità. Quando i ladroni lo derubano, li rincorre per donargli anche il mantello che gli è rimasto: «Prendete, fratelli, perché forse ne avete bisogno». È ironia evangelica. È rovesciare la logica del mondo. Quando gli rubano il breviario, dice: «Beati i ladri, perché mi hanno liberato da una proprietà». Quando il vescovo di Assisi lo rimprovera perché va nudo, lui si spoglia davvero, davanti a tutti, e restituisce anche i panni al padre: «D’ora in poi potrò dire liberamente: Padre nostro che sei nei cieli». È ironia che smaschera. Che rivela. Che spiazza. Francesco vive nel paradosso: è ricco perché non possiede nulla. È libero perché obbedisce a tutti. È potente perché si fa ultimo. È il pazzo che mostra la follia dei sani. Nel Cantico delle Creature c’è ironia somma: loda Dio per “sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente pò skappare”. Ringraziare per la morte. Solo un uomo ironico, cioè libero, può farlo. Solo un uomo che ha guardato la morte negli occhi e ci ha visto una sorella. La sua ironia è l’arma dei miti. Non ferisce. Disarma. Davanti a Francesco i potenti si sentono nudi. I dotti si sentono ignoranti. I violenti si sentono stanchi. Perché lui non li combatte. Li spiazza con la tenerezza. Li converte con il gioco.

Esigente, simpatico, ironico. Tre parole povere per un uomo che non entra nelle parole. Francesco va letto come si legge il fuoco: stando a distanza, ma facendosi scaldare. Era esigente perché amava. E chi ama, pretende. Era simpatico perché era libero. E chi è libero, rallegra. Era ironico perché vedeva l’invisibile. E chi vede l’invisibile, sorride del visibile. Non è un santo da nicchia. È un vento. Passa e scompiglia. Scompiglia la Chiesa del suo tempo, scompiglia l’economia del suo tempo, scompiglia la nostra immagine di santità. Ci dice: il Vangelo non è codice. È follia. Non è morale. È innamoramento. Non è prudenza. È spoliazione. E allora, sì. Era esigente. Con sé, con i frati, con noi. Era simpatico. Perché la santità vera è contagiosa. Era ironico. Perché aveva visto Dio, e dopo aver visto Dio, tutto il resto è relativo. Anche la morte. Anche il dolore. Anche il potere. Resta una domanda, la stessa che si facevano i suoi contemporanei: ma questo è un santo o è un pazzo? Francesco non risponde. Canta. E nel canto è la risposta. Perché solo i pazzi e i santi cantano quando il mondo crolla. E cantando, lo rifondano.

San Bonaventura ci racconta, in un concetto ripreso da Giovanni Gentile nei suoi studi sui “Problemi della scolastica” del 1923, che è l’uomo che si fa Dio. Proprio per questo rompe la catena dello spirito greco e crea la modernità dell’Uomo tra corpo e anima dando valore allo Spirito. Spezza le catene platoniche e neo platoniche allontanando “l’anima degli orfici” e realizza Dio come divinità. Il punto vero del suo cristianesimo è proprio qui. Edifica. Edificando però ci costringe a pensare che l’uomo cristiano non è più filosofia, ovvero non è quella filosofia degli antichi che “ragionavano” sul dubbio. Ma c’erano stati Paolo e Agostino che nel Medioevo entrano direttamente nel concetto di Generare. Certo, è proprio Bonaventura che pone tale questione perché si problema il problema della conversione. In fondo è la novità del cristianesimo che supera il platonismo ma supera anche il misticismo greco per diventare spiritualismo ccristiano. È qui che l’essere esigente diventa un cardine. La simpatia il sorriso di Cristo.  L’ironia la passione della Croce. Tutta passa attraverso il teatro, ovvero il presepe di Greccio. Nel quale si incontra la rivelazione che il legame tra Edificare e Generare. Senza la domanda con i tre interrogativi forse ci sarebbe stato un diverso viaggio pur dentro la religiosità cristiana ma con una variante della forza della Ubbidienza.

Pierfranco Bruni

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