AMSI-UMEM-UXU: OMS, 11,1 milioni di operatori mancanti entro il 2030. Focus su giovani medici e fuga dei professionisti

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FOAD AODI E NADIR AODI: «DAL MONDO ARABO ALL’EUROPA SERVONO PROGRAMMAZIONE, FORMAZIONE E DIPLOMAZIA SANITARIA. NON POSSIAMO PERDERE GENERAZIONI DI PROFESSIONISTI»


AgenPress. Il mondo si prepara ad affrontare una crescente carenza di professionisti sanitari, mentre l’invecchiamento della forza lavoro medica e le profonde disuguaglianze nella distribuzione delle competenze rischiano di aggravare ulteriormente la situazione. È il quadro che emerge dal nuovo rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sui livelli e sulle tendenze della forza lavoro sanitaria globale.

Secondo l’OMS, nel mondo operano oggi oltre 70 milioni di lavoratori della salute e dell’assistenza e la densità complessiva di medici, personale infermieristico e ostetrico, dentisti e farmacisti è aumentata del 52% negli ultimi vent’anni. Ma le differenze territoriali restano profonde: la densità dei medici nella Regione europea dell’OMS è 13 volte superiore a quella registrata nella Regione africana.

L’allarme riguarda soprattutto il futuro. La carenza globale è prevista in 11,1 milioni di operatori sanitari entro il 2030, mentre circa un medico su quattro nel mondo ha almeno 55 anni e si avvicina quindi all’età pensionabile. Nei Paesi ad alto reddito la proporzione sale a circa un medico su tre, delineando un possibile ricambio generazionale di dimensioni senza precedenti.

GIORDANIA, 8 MILA GIOVANI MEDICI SENZA LAVORO O ADEGUATE OPPORTUNITÀ FORMATIVE
Dentro questo scenario internazionale emerge il caso della Giordania. Il componente del Consiglio dell’Ordine dei Medici della Giordania e specialista in malattie toraciche e respiratorie, dott. Mohammad Hassan Al-Tarawneh nonche’ portavoce UMEM-Unione Medica Euro Mediterranea, evidenzia la presenza di circa 8mila giovani medici giordani senza lavoro o con difficoltà nell’accesso a opportunità adeguate di formazione e specializzazione.
Una situazione che crea un evidente paradosso rispetto alla carenza internazionale di professionisti. Secondo Al-Tarawneh, questi giovani rappresentano un patrimonio strategico di competenze e capitale umano qualificato che necessita di programmazione e investimenti.
La proposta è quella di una roadmap nazionale che coinvolga Ministero della Salute, Ordine dei Medici e istituzioni accademiche e sanitarie, ampliando i programmi di specializzazione e la capacità formativa degli ospedali pubblici e universitari e dei servizi medici reali. Al-Tarawneh richiama inoltre il rafforzamento dell’assistenza sanitaria primaria e una diplomazia sanitaria capace di costruire accordi internazionali per formazione e lavoro, tutelando i professionisti e superando una migrazione lasciata esclusivamente all’iniziativa individuale.
Su questo scenario AMSI – Associazione Medici di Origine Straniera in Italia, denominata anche UNIONE PROFESSIONISTI DELLA SANITÀ INTERNAZIONALI; UMEM – Unione Medica Euromediterranea; CO-MAI – Comunità del Mondo Arabo in Italia; AISCNEWS – Agenzia Mondiale di Informazione Senza Confini; CISC NETWORK – Consorzio Informazione Senza Confini; Movimento Internazionale UNITI PER UNIRE (UXU) e Manifesto Internazionale Interculturale Unione per l’Italia analizzano le conseguenze della carenza mondiale di professionisti sanitari e le differenti realtà che stanno emergendo nell’area euromediterranea.
A nome della rete associativa e dei movimenti intervengono, con le loro analisi e riflessioni, il fondatore Prof. Foad Aodi, medico Ortopedico-Fisiatra, Membro Consiglio Direttivo UAP, esperto in Salute Globale, giornalista, membro del Registro Esperti FNOMCeO, docente dell’Università di Tor Vergata. Fondatore del primo Movimento Politico Interculturale Internazionale “Unione per l’Italia” (UN.IT), e il Dott. Nadir Aodi, podologo, vice Segretario Generale AMSI e Uniti per Unire, coordinatore del Dipartimento Gioventù e Nuove Generazioni, e Commissione Podologi di Uniti per Unire.

FOAD AODI E NADIR AODI: «CARENZA E GIOVANI SENZA OPPORTUNITÀ, IL PARADOSSO DA SUPERARE»
«I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità devono essere letti come un allarme e contemporaneamente come un’indicazione precisa per programmare il futuro. Se entro il 2030 rischiano di mancare 11,1 milioni di operatori sanitari e una quota così importante dei medici si avvicina alla pensione, non possiamo continuare ad affrontare formazione, specializzazione, occupazione e mobilità internazionale come fenomeni separati», affermano Foad Aodi e Nadir Aodi.
«Il caso della Giordania rende evidente questa contraddizione: circa 8mila giovani medici incontrano difficoltà nel trovare lavoro o nell’accedere ai percorsi formativi e specialistici mentre il mondo denuncia una crescente carenza di professionisti. Non possiamo permettere che competenze costruite attraverso anni di studio rimangano inutilizzate».
«Occorre programmare il fabbisogno, ampliare le opportunità di specializzazione, rafforzare l’assistenza territoriale e costruire una mobilità internazionale organizzata e tutelata. Europa, Mediterraneo e mondo arabo devono sviluppare accordi tra istituzioni, università e sistemi sanitari. Serve una vera diplomazia sanitaria internazionale, capace di trasformare la mobilità dei professionisti in cooperazione e non in una sottrazione continua di risorse umane da un Paese all’altro».

MEDICI ARABI DEL ’48: NON DISOCCUPAZIONE, MA FORMAZIONE ALL’ESTERO, ATTESE E NUOVE PARTENZE
Un quadro differente emerge per i medici arabi del ’48, vale a dire i medici arabi cittadini di Israele. In questo caso non si registra una disoccupazione medica nel senso tradizionale, all’interno di un sistema sanitario che presenta invece una domanda significativa di professionisti.
I medici arabi rappresentano oggi circa il 27% dei medici in Israele e nel 2023 arabi e drusi hanno ottenuto circa il 45% delle nuove licenze mediche. La loro presenza nelle facoltà di medicina israeliane resta però molto inferiore: nell’anno accademico 2023-2024 gli studenti arabi costituivano il 9,7% degli studenti di medicina, a fronte di una quota della popolazione araba di circa il 21%. Il punteggio psicometrico medio degli studenti arabi ammessi era 725, contro 723 della totalità degli studenti ammessi.
Questa sproporzione spinge una parte consistente dei giovani a studiare medicina all’estero, in particolare in Giordania, nei territori palestinesi, nell’Europa orientale e in Germania, sostenendo spesso direttamente i costi della formazione.
Al rientro possono però emergere tempi di attesa per l’esame di Stato, il tirocinio e l’accesso alla specializzazione, mentre altri giovani scelgono di proseguire il proprio percorso professionale all’estero.
Il fenomeno si inserisce in una tendenza più generale che negli ultimi anni ha interessato il sistema sanitario israeliano: una recente ricerca dell’Università di Tel Aviv indica che circa 1.370 medici hanno lasciato Israele tra il 2023 e il 2025 per almeno un anno. Nel biennio 2023-2024 la perdita netta, sottraendo i medici rientrati, è stata di 509 professionisti, di cui 328 nel solo 2024. Circa un medico partito su cinque ha almeno 45 anni, segnale di un fenomeno che interessa anche professionisti esperti e non soltanto giovani in cerca di formazione.

«VALORIZZARE I MEDICI ARABI E COSTRUIRE PONTI PROFESSIONALI»
«Il caso dei medici arabi del ’48 presenta caratteristiche differenti rispetto alla Giordania. Non parliamo di una disoccupazione medica generalizzata, ma di giovani che molto spesso devono formarsi all’estero e che, al momento del rientro, possono incontrare ostacoli e tempi di attesa nell’accesso ai percorsi professionali e specialistici», osservano Foad Aodi e Nadir Aodi.
«Il dato sulla presenza dei medici arabi dimostra quanto queste professionalità siano diventate importanti per il sistema sanitario. Ma proprio per questo occorre facilitare la formazione, il riconoscimento delle competenze e l’accesso alle specializzazioni, evitando di perdere professionisti già formati».
«Il dato sui medici che negli ultimi tre anni hanno lasciato Israele mostra inoltre che il fenomeno della mobilità sta interessando anche professionisti esperti. Quando un sistema perde giovani e contemporaneamente comincia a perdere medici con molti anni di esperienza, il problema non riguarda più soltanto la formazione ma la capacità complessiva di trattenere capitale umano sanitario».
«Dalla Giordania alla realtà dei medici arabi del ’48, fino al quadro globale indicato dall’OMS, emerge la stessa necessità: programmare, formare, valorizzare e costruire cooperazione sanitaria internazionale. Il Mediterraneo deve diventare uno spazio di scambio delle competenze e non un’area nella quale i professionisti siano costretti a muoversi esclusivamente per mancanza di opportunità», affermano Foad Aodi e Nadir Aodi.

L’APPELLO FINALE: «CONTRASTARE LA FUGA ALL’ESTERO E DIFENDERE I PROFESSIONISTI SANITARI»
«Il nostro appello finale è rivolto a tutti i colleghi e a tutti i professionisti della sanità: dobbiamo creare le condizioni affinché ciascuno possa superare le difficoltà e, quando possibile, continuare a lavorare e costruire il proprio futuro nel Paese di origine. Siamo da sempre contrari a una fuga incontrollata dei professionisti verso l’estero, perché rischia di creare veri e propri deserti sanitari, soprattutto nei Paesi che già soffrono una grave carenza di servizi e personale, dall’Italia ai Paesi del Medio Oriente fino all’Africa», dichiarano Foad Aodi e Nadir Aodi.
«Dalle analisi della rete associativa e dei movimenti emerge inoltre un filo comune che, pur con intensità differenti, attraversa i sistemi sanitari internazionali: l’aumento delle aggressioni nei confronti dei professionisti della sanità, con particolare criticità nei Pronto Soccorso. Circa l’82% dei Paesi analizzati registra un incremento del fenomeno e, negli ultimi tre anni, la crescita delle aggressioni a livello mondiale viene stimata dalla rete intorno al 42%».
«A questo si aggiungono altri due fenomeni che meritano attenzione. Le nostre analisi registrano un incremento del 33% della mobilità dei professionisti sanitari dai Paesi più poveri verso quelli più ricchi e una crescita stimata del 41% della medicina difensiva a livello mondiale. Tre segnali – aggressioni, fuga dei professionisti e medicina difensiva – che raccontano difficoltà economiche, organizzative e strutturali differenti, ma che finiscono troppo spesso per scaricarsi proprio su chi lavora ogni giorno nei servizi sanitari».
«Per questo chiediamo più sicurezza, migliore organizzazione, valorizzazione professionale, formazione e condizioni di lavoro adeguate. La mobilità internazionale deve rappresentare un’opportunità di crescita e cooperazione, non diventare una fuga obbligata che impoverisce i sistemi sanitari già fragili. Difendere i professionisti significa difendere il diritto alla salute delle popolazioni», concludono Foad Aodi e Nadir Aodi.

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