AgenPress. «Mio nonno Filippo Quartararo fece una società con Silvio Berlusconi nel 1969-70, per investire soldi suoi e di altre persone». È il racconto fatto oggi da Giuseppe Graviano nel corso della sua deposizione come teste al processo Baiardo, a Firenze.
Secondo quanto riferito dal boss di Cosa Nostra ai pubblici ministeri, il nonno avrebbe investito 4-5 miliardi di lire, nell’ambito di un’operazione dal valore complessivo di circa 20 miliardi di lire. Graviano ha collocato l’origine dell’investimento tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta.
Graviano ha spiegato di essere venuto a conoscenza dell’operazione dopo la morte del padre, Michele Graviano, avvenuta nel 1982. A raccontargli la vicenda sarebbe stato proprio il nonno, Filippo Quartararo.
Il boss ha quindi collegato questa storia ai successivi rapporti personali con Berlusconi, sostenendo che tra il 1982 e il 1983 il nonno gli avrebbe fatto conoscere personalmente l’imprenditore milanese.
Il racconto non è nuovo nella sua sostanza. Già nel 2020, durante il processo “‘Ndrangheta stragista”, Graviano aveva dichiarato che il nonno aveva investito denaro nell’edilizia del Nord e aveva indicato Berlusconi come interlocutore dell’operazione. In quell’occasione aveva parlato di un investimento di 20 miliardi di lire e di una partecipazione del 20 per cento.
Nel 2020 Graviano aveva raccontato anche un primo incontro con Berlusconi all’Hotel Quark di Milano, al quale, secondo la sua versione, avrebbero partecipato il nonno Filippo, il cugino Salvatore e lo stesso Graviano.
La questione sarebbe stata la partecipazione dei familiari di Graviano a un’operazione immobiliare. Secondo il boss, i nomi degli investitori non sarebbero comparsi formalmente nelle società, ma sarebbero stati indicati in una scrittura privata. Graviano aveva sostenuto che una copia del documento fosse conservata dal cugino Salvatore.
Lo stesso Graviano aveva poi riferito di ulteriori incontri con Berlusconi, compreso uno a Milano 3 alla fine del 1993, quando era latitante. Secondo la sua ricostruzione, in quell’occasione si sarebbe discusso della possibilità di formalizzare la partecipazione dei soci.
Le affermazioni di Graviano vanno tenute distinte dai fatti eventualmente documentati sull’esistenza della società, sugli investimenti e sulla presunta scrittura privata. Si tratta infatti di dichiarazioni rese da un detenuto condannato all’ergastolo e non, di per sé, della prova dell’esistenza o del contenuto delle operazioni descritte.
Nel 2020, quando Graviano rese pubbliche per la prima volta in modo dettagliato queste accuse, l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini, le definì «totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento».
Il nuovo passaggio della deposizione fiorentina riporta dunque al centro una vicenda già emersa negli anni scorsi: quella dei presunti rapporti economici tra la famiglia Graviano e l’imprenditore che sarebbe poi diventato presidente del Consiglio. La novità odierna riguarda soprattutto la collocazione temporale indicata da Graviano — 1969-1970 — e il dettaglio secondo cui il nonno avrebbe costituito una società con Berlusconi investendo denaro proprio e di altri soggetti.
