Quindici anni dopo l’assoluzione in appello e la scarcerazione, Amanda Knox è tornata davanti al tribunale di Perugia, uno dei luoghi simbolo della lunga vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Meredith Kercher
AgenPress. La statunitense ha condiviso su X un selfie scattato davanti al palazzo di giustizia, accompagnandolo con un ricordo personale di quei giorni e degli anni successivi.
«Ho visitato anche il tribunale dove sono stata condannata a 26 anni, dove folle di locali scandivano “Vergogna” quando sono stata assolta», ha scritto Knox, ricordando la reazione di parte della folla all’esterno del tribunale dopo la sentenza del 3 ottobre 2011.
Quel giorno la Corte d’assise d’appello di Perugia ribaltò la sentenza di primo grado che aveva condannato Knox a 26 anni e Raffaele Sollecito a 25 per l’omicidio di Meredith Kercher. Entrambi furono assolti dall’accusa di omicidio e violenza sessuale e vennero scarcerati dopo circa quattro anni di detenzione. Per Knox rimase la condanna per calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, pari a tre anni e già scontata.
Nel suo messaggio sui social, Knox ha scelto di raccontare il viaggio in Italia anche come un modo per riappropriarsi di luoghi che per anni erano stati associati alla sua vicenda giudiziaria.
«E ho attraversato Venezia, Milano e Roma a testa alta», ha scritto. Il viaggio, racconta, l’ha portata anche in Sicilia, dove ha assistito a un’esecuzione della Terza sinfonia di Rachmaninov a Taormina e ha visitato l’Etna. «Per molto tempo ho pensato che i miei anni in Italia fossero un incubo che mi avrebbe perseguitata per sempre. Ma l’Italia non dev’essere per forza un incubo per me. L’Italia è bellissima. C’è un motivo se ci sono andata fin dall’inizio. Ciao Italia», ha aggiunto.
La fotografia davanti al tribunale assume così un valore particolare: è lo stesso luogo nel quale, quindici anni fa, si concentrarono attesa, tensione e proteste mentre arrivava la decisione della Corte.
Tra le immagini pubblicate da Knox c’è anche quella con don Saulo Scarabattoli, all’epoca cappellano del carcere di Perugia dove la giovane americana era detenuta.
«Il prete che mi ha tenuto per mano in quegli anni quando la mia famiglia non poteva», ha scritto Knox ricordando il sacerdote.
È un ricordo che accompagna quello del tribunale e restituisce alla vicenda un elemento più personale: accanto alle sentenze, alle udienze e all’enorme attenzione mediatica, ci furono anche gli anni trascorsi in carcere e le relazioni costruite durante la detenzione.
L’assoluzione del 2011 non rappresentò la conclusione definitiva della vicenda giudiziaria. Nel 2013 la Cassazione annullò la sentenza d’appello, disponendo un nuovo processo. Nel 2014 Knox e Sollecito furono nuovamente condannati in appello. Fu poi la Corte di Cassazione, nel marzo 2015, a pronunciare l’assoluzione definitiva di Knox e Sollecito dall’accusa di omicidio.
Per l’omicidio di Meredith Kercher, l’unica condanna definitiva per il delitto è quella di Rudy Guede, condannato per concorso nell’omicidio e successivamente scarcerato dopo aver scontato parte della pena.
A quindici anni da quella notte di ottobre del 2011, Knox ha dunque scelto di tornare proprio davanti al luogo che più di ogni altro rappresenta la parte italiana della sua storia. Non più da imputata, ma da donna libera, con una fotografia e poche parole affidate ai social: il racconto di un passato che, a suo dire, non deve più necessariamente coincidere con l’immagine dell’Italia che ha conservato per anni.
«A testa alta», appunto. Una frase che riassume il senso che Knox ha voluto dare al suo ritorno: attraversare nuovamente quei luoghi senza più viverli soltanto attraverso il ricordo del processo.
