AgenPress. Fu Cesare Pavese a sdoganare Mircea Eliade in Italia. E lo fece disobbedendo a un ordine del Pci. Questo è il punto antropologico e culturale che mostra la piena autonomia di Pavese. Da qui il suo conflitto con il comunista Ernesto De Martino. Questo è il punto ermeneutico. Questo è il punto metafisico. Questo è il punto epistemologico. Qui è il Pavese che mostrò la sua visione anticomunista.
Era il 1949. Ambrogio Donini, importante esponente del Pci, ambasciatore marxista italiano a Varsavia, uomo di apparato e di dottrina, tentò di bloccare la traduzione di Eliade in Italia. Un anno prima della morte di Pavese, che avverrà il 27 agosto 1950 a Torino, all’Hotel Roma. Donini era l’ortodossia che si faceva censura. Era il partito che si faceva tribunale della cultura. Era l’ideologia che voleva giudicare la scienza e la storia.
L’accusa contro Eliade era nota, recitata, usata come clava: aver aderito in gioventù alla Guardia di Ferro, al movimento legionario, al fascismo rumeno. Dunque l’uomo doveva cancellare l’opera. Dunque la biografia doveva annullare la bibliografia. Il solito meccanismo. Il solito teorema comunista: se l’uomo è colpevole politicamente, la scienza è colpevole scientificamente. Se l’uomo ha sbagliato strada, il libro è da non pubblicare.
Pavese, che dirigeva con Ernesto de Martino la collana di etnologia, storia delle religioni, antropologia, la famosa collezione viola, rispose senza timore. Senza esitazione. Senza calcolo di carriera. Con una chiosa che resta come atto di fondazione di una libertà intellettuale, di una laicità vera, di una autonomia della cultura: “Qualunque cosa faccia Eliade come fuoriuscita, non può ledere il valore scientifico della sua opera”.
Ecco. Lì c’è tutto Pavese. Lì c’è l’uomo che ha tradotto Nietzsche, che ha tradotto il Nietzsche più forte, che ha capito che oltre l’uomo c’è l’oltreuomo e oltre l’oltreuomo c’è il mito. Lì c’è l’uomo che ha letto il mito non come favola ma come destino, non come racconto ma come anima. Lì c’è l’uomo che sa che la ierofania non è opinione politica, è struttura dell’essere. È il sacro che irrompe nel profano e lo fonda. La ierofania nasce da Eliade. Il concetto stesso di ierofania, di teofania, di cratofania, di mito dell’eterno ritorno. Eliade resta il più grande studioso del mito, del sacro, della religiosità nel Novecento. Non c’è storia delle religioni senza Eliade. Non c’è antropologia del profondo senza Eliade. Non c’è comprensione del simbolo senza Eliade. Pavese lo aveva capito bene.
I comunisti non la pensavano allo stesso modo. Non potendo imporre il divieto e la censura diretta, perché Pavese non obbedì e tenne la posizione, cominciò il disegno sistematico della denigrazione. Tipica prassi. Tipica strategia dell’apparato. Se non puoi censurare il libro, infanghi l’autore. Se non puoi bloccare l’opera, blocchi la memoria dell’opera. Se non puoi vincere sul piano epistemologico, sposti tutto sul piano ideologico.
Ed è una linea che arriva fino a oggi, che non si è interrotta. Carlo Ginzburg, storico di grande rilievo, maestro di storia culturale, ne Il vincolo della vergogna del 2024, avrebbe definito, nella sua rilettura critica, l’opera di Eliade come sostanzialmente sterile sul piano scientifico e inaccettabile sul piano politico. Ora ne scrive anche Avvenire del 22 ottobre 2026.
Ecco la caduta della posizione di Ginzburg. Proprio sul piano epistemologico. Perché se Eliade è sterile scientificamente, allora è sterile tutta la storia delle religioni del Novecento che da lui discende: da Georges Dumézil a Ernesto de Martino, da Károly Kerényi a Carl Gustav Jung, da Gilbert Durand a Ioan Petru Culianu. Non è così. Non può essere così. Eliade ha fondato un linguaggio, ha fondato un lessico, ha fondato una visione del mondo. Ha insegnato che l’uomo non vive di solo pane e di sola politica, vive di simboli. E il simbolo non è tessera di partito. È l’archetipo, vetta dell’antropologia.
Resta il fatto storico e resta il fatto ermeneutico. Pavese vide prima. Pavese vide oltre il partito. Vide oltre l’editore stesso. Il Pavese al quale ho dedicato dieci libri. Il Pavese che ha tradotto Nietzsche e che ha scritto che il mito è già destino. Il Pavese delle colline, della luna e dei falò, dove la luna non è luna, è ierofania. Il Pavese di Dialoghi con Leucò, dove gli dèi non sono dèi, sono archetipi. Il Pavese che sapeva che la cultura non è consenso, è dissenso. Non è obbedienza, è disobbedienza. Il Pavese che per un mero errore si fece otto mesi di confino in Calabria e venne graziato da Mussolini.
Fu Pavese a contrapporsi. Da solo contro Donini e contro l’apparato. Da solo a difendere la scienza contro l’ideologia, l’antropologia contro la propaganda, il sacro contro il profano della politica. Pavese osteggiato dagli intellettuali cosiddetti “impegnati”.
Sono aspetti che ho sempre sottolineato nel mio Pavese. Nel mio Pavese antropologico. Nel mio Pavese metafisico ed ermeneutico. Nel mio Pavese che legge la collina e la luna come ierofania e come ritorno. Perché Pavese non è neorealista. Pavese è mitologo. È tragico. È greco. E solo chi ha letto il mito può capire Eliade. Solo chi ha sofferto il mito può capire la libertà di Pavese. Solo chi conosce il suo Diario più volte può comprendere il Pavese libero.
Pierfranco Bruni
