La Corte costituzionale ha stabilito che la Procura di Roma può procedere nei confronti dell’ex capo di gabinetto del ministro Nordio senza chiedere l’autorizzazione parlamentare. I giudici hanno però riconosciuto una violazione delle prerogative della Camera: il Tribunale dei ministri dovrà spiegare perché non ha valutato un suo possibile coinvolgimento nei reati contestati ai vertici del governo. Non è escluso un nuovo conflitto di attribuzione
AgenPress. Nuovo sviluppo nel caso Almasri. La Corte costituzionale ha stabilito che i pubblici ministeri di Roma possono procedere nei confronti di Giusi Bartolozzi, ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, per l’ipotesi di false dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria. Per farlo non sarà necessaria una preventiva autorizzazione della Camera, ma Palazzo Montecitorio dovrà essere informato.
La decisione della Consulta, contenuta nella sentenza numero 190 del 2026, pubblicata il 6 novembre, rappresenta un passaggio importante nell’intricata vicenda giudiziaria e istituzionale legata alla gestione del caso del generale libico Osama Almasri.
I giudici hanno accolto solo parzialmente il conflitto di attribuzione sollevato dalla Camera nei confronti della Procura di Roma e del Tribunale dei ministri. Una pronuncia che, da un lato, consente alla magistratura ordinaria di proseguire sul fronte delle false dichiarazioni e, dall’altro, riconosce che alcune prerogative parlamentari non sono state rispettate.
Al centro della vicenda ci sono le dichiarazioni che Giusi Bartolozzi avrebbe reso il 31 marzo 2025 davanti al Collegio per i reati ministeriali di Roma, nell’ambito dell’indagine che coinvolgeva il ministro Carlo Nordio e altri esponenti del governo. Bartolozzi è accusata di aver fornito dichiarazioni false o comunque di aver taciuto circostanze che conosceva, quando era stata ascoltata come persona informata sui fatti.
La contestazione riguarda il reato previsto dall’articolo 371-bis del codice penale, relativo alle false informazioni al pubblico ministero. La Procura di Roma aveva già emesso nei suoi confronti un decreto di citazione diretta a giudizio. La questione sottoposta alla Consulta riguardava anche la possibilità di procedere senza chiedere un’autorizzazione preventiva alla Camera.
Su questo punto la Corte ha dato ragione ai pubblici ministeri: il reato contestato a Bartolozzi è connesso alla vicenda dei reati ministeriali, ma non equivale a un concorso negli stessi. Di conseguenza, non è necessaria l’autorizzazione parlamentare prevista per i procedimenti che coinvolgono i ministri e i loro eventuali concorrenti.
L’altro aspetto della sentenza riguarda il ruolo del Tribunale dei ministri. Durante le indagini sul caso Almasri, la Procura aveva chiesto al Collegio di valutare due possibili ipotesi: da una parte, un eventuale concorso di Bartolozzi nei reati attribuiti al ministro Nordio; dall’altra, il reato autonomo di false dichiarazioni. Il Tribunale dei ministri non aveva però esplicitato le ragioni per cui aveva escluso una possibile responsabilità di Bartolozzi in concorso con i vertici del governo.
Secondo la Consulta, questa omissione ha leso le prerogative della Camera. Il Collegio avrebbe dovuto spiegare la propria valutazione e comunicarla, attraverso la Procura, a Montecitorio. La comunicazione è importante perché consentirà alla Camera di valutare se sollevare un nuovo conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale, contestando il percorso seguito dai magistrati per escludere un eventuale coinvolgimento di Bartolozzi nei reati ministeriali.
La vicenda si inserisce nell’inchiesta sulla liberazione e sul rimpatrio in Libia del generale Osama Almasri, arrestato a Torino nel gennaio 2025 in esecuzione di un mandato della Corte penale internazionale e successivamente rilasciato e riportato a Tripoli con un volo di Stato. La gestione dell’operazione aveva portato all’apertura di un procedimento nei confronti di alcuni esponenti del governo, tra cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Giusi Bartolozzi, all’epoca ai vertici del gabinetto del ministero della Giustizia, era stata ascoltata nell’ambito degli accertamenti relativi alla ricostruzione dei fatti.
La decisione della Consulta chiarisce quindi due aspetti distinti: la magistratura ordinaria può procedere per le presunte false dichiarazioni senza un’autorizzazione parlamentare preventiva; resta invece aperta la questione relativa all’eventuale concorso di Bartolozzi nei reati attribuiti ai vertici del governo.
La Procura di Roma potrà dunque proseguire nell’azione penale, mentre il Tribunale dei ministri dovrà esplicitare le ragioni della propria valutazione sull’eventuale concorso dell’ex capo di gabinetto nei reati contestati al ministro. A quel punto la Camera sarà messa nelle condizioni di decidere se contestare nuovamente la questione davanti alla Consulta.
Il caso Almasri si arricchisce così di un nuovo capitolo giudiziario e istituzionale. E mentre il procedimento sulle false dichiarazioni può proseguire, resta da chiarire un altro punto decisivo: quale fosse, e se vi fosse, il ruolo di Bartolozzi nella vicenda che ha coinvolto i vertici del governo.
