Andrea Dongarrà componente Segreteria tecnico-amministrativa presso la Presidenza del Consiglio dei ministri per il Programma Straordinario di Riqualificazione e Sicurezza delle Periferie all’Italian Investment Council by Remind: “Miglior investimento quello sulla persona”.

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AgenPress. Si è svolta a Roma la terza edizione dell’Italian Investment Council 2026 by Remind presso Sala Europa – Ufficio del Parlamento europeo in Italia a Palazzo Generali.

L’incontro, promosso da Remind (Associazione delle Buone Pratiche dei Settori Produttivi della Nazione), rappresenta una piattaforma di dialogo in cui Istituzioni nazionali, internazionali e locali, insieme a Imprenditori, Manager, Esperti e Professionisti si riuniscono per analizzare le sfide da affrontare e le opportunità da cogliere, con l’obiettivo di promuovere iniziative di crescita e prospettive di sviluppo economico, sostenibile, sociale e culturale per l’Italia.

Tra le buone pratiche dei settori produttivi vi è stato anche il contributo di Andrea Dongarrà componente Segreteria tecnico-amministrativa presso la Presidenza del Consiglio dei ministri per il Programma Straordinario di Riqualificazione e Sicurezza delle Periferie: “È un vero piacere poter parlare di rigenerazione urbana e riflettere insieme sull’importanza di questo concetto, non solo come intervento fisico, ma come strumento strategico di sviluppo sociale ed economico.

Quando si parla di investimento socio-economico, il punto di partenza non dovrebbe mai essere il denaro in sé, ma le persone e i territori in cui vivono. Investire significa prima di tutto attivare energie, mettere in moto relazioni, creare contesti in cui le competenze possano emergere e trasformarsi in valore condiviso. Un investimento che funziona è quello che lascia tracce visibili nella vita quotidiana: spazi che tornano a essere vissuti, persone che acquisiscono autonomia, comunità che si riconoscono come tali. Il valore economico arriva dopo, come risultato di processi sociali ben costruiti.

Per molti anni l’economia sociale è stata interpretata quasi esclusivamente come risposta all’emergenza, assumendo un ruolo prevalentemente assistenziale. Aiuti economici, sostegni temporanei e redistribuzione delle risorse hanno rappresentato una rete di protezione importante, ma spesso non sono stati accompagnati da percorsi di crescita reale. In assenza di progettualità, il rischio è quello di cristallizzare le fragilità invece di superarle. Oggi è evidente la necessità di un cambio di paradigma: dall’assistenza al fare, dalla gestione del bisogno alla costruzione di opportunità concrete.

Le buone pratiche nascono proprio quando le risorse vengono usate come leva e non come fine. Un contributo economico iniziale ha senso solo se è pensato per avviare attività, formare competenze, generare lavoro e rafforzare reti locali. Mettere a terra un investimento significa accompagnare le persone in un percorso, non limitarsi a erogare fondi. Significa creare condizioni perché ciascuno possa diventare parte attiva del cambiamento, assumendosi responsabilità e contribuendo allo sviluppo del contesto in cui vive.

Questo approccio è particolarmente rilevante per le nuove generazioni. I giovani non hanno bisogno solo di opportunità teoriche, ma di spazi reali in cui sperimentare, sbagliare, collaborare e costruire qualcosa di proprio. Investire su di loro vuol dire offrire strumenti, fiducia e possibilità di partecipazione, stimolandoli a creare gruppi misti, a lavorare insieme e a prendersi cura del territorio. Allo stesso tempo, è fondamentale riconoscere il valore delle generazioni precedenti, delle competenze sedimentate e delle esperienze che hanno contribuito a costruire il contesto attuale. Le buone pratiche tengono insieme passato e futuro, evitando rotture e valorizzando la continuità.

Il territorio, in questa visione, non è un contenitore neutro ma un patrimonio vivo. Ogni intervento dovrebbe partire dalla conoscenza dei luoghi, delle relazioni e delle dinamiche sociali esistenti. Investire senza distruggere, senza inquinare e senza consumare risorse in modo irreversibile non è solo una scelta ambientale, ma un atto di responsabilità sociale. La cura degli spazi comuni, la manutenzione, il rispetto di ciò che è stato realizzato diventano parte integrante dell’investimento stesso.

La rigenerazione urbana rappresenta uno degli ambiti in cui questo approccio può esprimersi con maggiore efficacia. Riqualificare non significa solo costruire o ristrutturare, ma attivare processi. Scuole, centri sportivi, spazi culturali e luoghi di aggregazione funzionano quando diventano presìdi sociali, gestiti e vissuti dalle persone. Un’infrastruttura è efficace solo se è inserita in un progetto più ampio, capace di generare relazioni, inclusione e opportunità economiche.

L’integrazione, in questo senso, non è un concetto astratto ma una pratica quotidiana.

Favorire l’incontro tra comunità diverse, creare occasioni di collaborazione e assegnare spazi in cui attività e culture possano esprimersi significa lavorare sulla qualità delle relazioni. Gli investimenti devono facilitare questi processi, evitando interventi calati dall’alto o scollegati dalla realtà locale. Quando le persone si riconoscono negli spazi e nei progetti, se ne prendono cura e li rendono sostenibili nel tempo.

Anche il ruolo delle organizzazioni del Terzo settore va ripensato in chiave più concreta e operativa. Partecipare a bandi o intercettare finanziamenti non può essere l’obiettivo finale. Serve una maggiore capacità progettuale, organizzativa e gestionale, che unisca professionalità e impegno civico.

Quindi, mettere a terra gli investimenti significa inoltre semplificare e dare direzione. Norme e regolamenti dovrebbero sostenere l’azione e renderla più efficace, non creare ostacoli. Quando mancano obiettivi chiari e visioni condivise, le risorse si disperdono e l’impatto si indebolisce. Al contrario, una strategia chiara permette di attrarre investimenti pubblici e privati e di trasformarli in risultati concreti.

Signori in sostanza, il miglior investimento resta quello sulla persona. I diritti sono fondamentali, ma funzionano solo se accompagnati da responsabilità, partecipazione e cura del bene comune, ovvero i doveri. Un’economia sociale matura non si limita a rispondere ai bisogni, ma costruisce competenze, crea lavoro e rafforza le comunità. Le buone pratiche sono quelle che si vedono, si vivono e durano nel tempo: azioni concrete che trasformano risorse in valore condiviso e rendono lo sviluppo socio-economico qualcosa di reale, quotidiano e capace di guardare al futuro.”

 

 

 

 

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