Gli errori di Marcuse e del marxismo. Il fallimento comunista nell’arte

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AgenPress. Come è possibile liberare le potenze creative di tutta la società? Interrogativo che Herbert Marcuse (1898 1979) ha sciolto con alcuni suoi scritti postumi.  Questi  erano considerati  scritti inediti provenienti dagli Archivi di Francoforte. Anticipati in riviste anni fa e poi in volume sono dedicati all’arte e  pongono alcune questioni anche di ordine politico ma soprattutto di ordine estetico. Mi riferisco a “La dimensione estetica” (2002).

C’è il solito difetto e il vizio ideologico che disorienta l’impostazione di un sano discorso sul rapporto tra arte e cultura e tra cultura e politica.

Non può esserci alcun legame tra arte e politica perché i campi di esistenza estetica sono completamente differenti. L’arte ha come elemento di base non la ricerca ma la fantasia, il mistero, la grazia. La ricerca subentra dopo e vi subentra su quegli elementi che hanno una loro valenza tecnica e non estetica. Il bello non è ricerca. Il bello è mistero.

Per Marcuse invece l’arte dovrebbe nascere all’interno del quotidiano come se fosse un atto della ragione. Stabilisce un’interazione appunto tra arte e politica. Scrive addirittura: “La distanza che separa arte e popolo potrebbe essere ridotta qualora il popolo cessasse di essere popolo (i governati) e diventasse un insieme di individui associati liberamente. Perché non diciamo liberamente qualora il popolo diventasse massa.

Dove sarebbe l’estetica dell’arte? O addirittura la libertà dell’arte? È una esagerazione vista attraverso un’analisi critico  estetica tutta da rigettare. E smargiassata se nell’analisi si inserisce anche un giudizio politico. Come d’altronde fa Marcuse su tutti i problemi che riguardano la vita, l’uomo e la cultura. È un diabolico miscuglio di ideologismo della crisi e di cattiva educazione alla cultura del fatto artistico.

Sottolinea proprio con non curanza: “Lavoro creativo non soltanto come hobby o come semplice riposo dopo il lavoro alienato, ma come sviluppo delle facoltà liberate nella ricostruzione e nella riproduzione complessiva della società. Questo tipo di lavoro artistico non sostituirebbe la produzione tecnica e automatizzata ma, al contrario, la presupporrebbe e la conserverebbe”.

Insomma, addirittura siamo oltre lo stesso marxismo e davanti a questa concezione sia Gramsci con i suoi studi sulla letteratura che Gyorgy Lukacs avrebbero una visione piuttosto moderata. Ma come è pensabile che l’arte possa essere considerata una struttura della società. Ovvero una riproduzione della società. Alienazione del lavoro è la vecchia terminologia che ritorna a mostrare però il suo non senso e risulta superata nella società in cui oggi viviamo. L’arte come  sviluppo delle facoltà liberate. Siamo addirittura anche oltre Lenin. Ma cosa significa? L’arte è qualcosa che si costruisce a tavolino o meglio nei “collettivi”.

Ebbene sì per Marcuse e per i marxisti anche se molti di questi si sono e si stanno ricredendo. L’arte conserverebbe la produzione tecnica. In che termini? L’arte se è una facoltà è certamente una facoltà del mistero e non della riproduzione. E sì. Perché per Marcuse la Realtà come fatto storico incombe ed occupa tutto lo scenario del quotidiano. C’è una struttura mentale che è tutta ideologica e riproporla oggi mi sembra proprio anacronistico.

Certo, questi scritti possono avere una loro valutazione come fatto culturale in sé ma nulla di più. Ma come un fatto culturale completamente superato e se non lo è superato è  chiaramente fuorviante. Come è fuorviante affermare che il surrealismo potrebbe essere letto come movimento anticipatore del Sessantotto. Quali sono i legami? Marcuse si sofferma sulla sottolineatura in voga in quegli, ma anche dopo, che recitava l’immaginazione al potere. Un eufemismo di scarsa rilevanza sia culturale che estetica.

L’artista diceva Marcuse invoca la necessità della liberazione. Liberazione da cosa? Oggi potremmo leggere questo concetto come una necessità della liberazione dal marxismo imperante. Perché di questo dovremmo discutere se si continua ad insistere sul legame tra politica ed arte. L’artista non pensa alla liberazione. Pensa alla creazione. Alla creatività. Alla manifestazione simbolica. All’immagine sì, ma ad una immagine come fantasia, come gioco, come visione e supremazia dell’estetica.

Ormai è un concetto fallimentare questo di Marcuse: “Tutto il potere all’immaginazione” era un vero e proprio slogan surrealista nel mezzo di un insurrezione: una diretta politicizzazione del dominio dell’arte. Il guaio è che queste motivazioni e queste indicazioni sono stati strumenti destabilizzanti nei processi educativi e quando ci si è resi conto che anche da queste affermazioni nasce la barbarie culturale ed estetica era ormai tardi per affermare un concetto d’amore nei confronti dell’arte, della poesia, della letteratura. La crisi che ha investito proprio la letteratura ha come base questi stravolgimenti che sono elementi teorici per un cattivo progetto culturale.

L’arte senza una testimonianza spirituale è materialismo storico, dialettico, comunista che si impossessa delle metodologie didattiche. Nell’arte non ci sono bisogni consci o inconsci del popolo. Ci sono testimonianze spirituali, ricerche interiori che sono segnati dal mistero, dalla grazia, dai viaggi verso orizzonti indefinibili, di radicamenti che danno il senso alla vita. Ma non è certamente una promessa di felicità l’arte.

Per Marcuse è uno strumento che dovrebbe condurre alla creazione delle condizioni per lo sviluppo di individui liberi. Ed è tutto normalmente regolato dalla prassi. La creazione è nell’atto del mistero che si compie. E il mistero è nell’atto della rivelazione che si realizza. Ma Marcuse è stato sconfitto come è stata sconfitta tutta la logica marxista applicata alla letteratura e alle arti. Qualcuno strizza il naso? Qualche altro vorrebbe polemizzare? Sulla base di cosa? Verificare per credere. Marcuse ha cercato di trasformare l’arte nell’idea dell’arte. In fondo come ha fatto tutto il marxismo. Uccidendo così il bisogno della creazione come necessità estetica e  spirituale.

Pierfranco Bruni

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