AgenPress. Gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi, che cadono nel 2026, non chiedono celebrazioni. Chiedono verità. La retorica ha già fatto il suo tempo. Il santo degli uccellini, l’ecologista ante litteram, il pacifista ingenuo. Sono maschere che hanno finito per nascondere il volto. Tre libri usciti in prossimità del Centenario scelgono un’altra strada. Non aggiungono, tolgono. Non commentano, scavano. E così restituiscono un Francesco che non consola, ma interroga.
Pierfranco Bruni, “Edificare la gioia. Francesco d’Assisi:, Pellegrini 2026, con una splendida Introduzione di Marilena Cavallo.
Bruni non scrive una biografia. Non ne ha bisogno. La sua è una lettura antropologica, quasi muraria. Il titolo è già una tesi: la gioia non è un’emozione che capita, è una costruzione. Si edifica. E si edifica sul vuoto.
Per Bruni, l’atto fondativo di Francesco non è l’abbraccio al lebbroso, non è la predica agli uccelli, non è nemmeno il Cantico. È la spoliazione davanti al vescovo Guido. Lì, in quella piazza di Assisi, Francesco non rinuncia ai beni. Rinuncia all’io di Pietro di Bernardone. Si denuda perché solo chi non ha può edificare. La nudità è il cantiere. E la gioia è la casa che viene dopo.
In questo senso Bruni rovescia il luogo comune. Il Francesco “giullare di Dio” non è l’uomo che ride perché è spensierato. È l’uomo che ride perché ha fatto spazio. La “perfetta letizia”, di cui parla ai compagni, non è buon umore francescano. È la condizione di chi, bastonato e cacciato nella notte a Santa Maria degli Angeli, dice comunque: «In questo è la perfetta letizia». Perché la gioia non dipende da ciò che accade. Dipende da ciò che si è. E si è quando non si possiede. Scrive Marilena Cavallo nella Introduzione: «La forza di questo libro sta proprio nel mostrare che la semplicità non è povertà di pensiero, ma profondità che non teme la trasparenza. È la capacità di vedere l’essenziale senza smarrirsi nel superfluo. È la libertà di chi non ha più bisogno di difendere un’immagine di sé, perché ha trovato una verità più grande in cui riposare. Pierfranco Bruni restituisce questa verità con una scrittura che non pretende di spiegare Francesco, ma di avvicinarlo. E nel farlo, avvicina anche noi a quella dimensione in cui la vita torna a essere ascolto, stupore, gratitudine».
Il libro nella collana elegante collana “Zaffiri”. Non è dettaglio editoriale. Lo zaffiro, nell’Apocalisse, è pietra di fondazione della Gerusalemme celeste. La gioia francescana, allora, non è ornamento. È fondamento. È dura, tagliata, limpida. Non decora la vita: la regge. Così Francesco esce dallo stereotipo del santo sentimentale. Diventa architetto. Non di basiliche, ma di umanità. Edificare la gioia significa questo: restituire all’uomo la possibilità di stare in piedi dopo essersi spogliato di tutto. In copertina una originale icona di suor Pierpaola Nistri, madre badessa convento delle clarisse di Grottaglie.
Luigi Maria Epicoco – Giuseppe Forlai, “San Francesco prima del mito”, Einaudi Vele 2026.
Epicoco e Forlai partono da un’urgenza storiografica che è anche spirituale: liberare Francesco «da false credenze e pregiudizi». Il sottotitolo, “prima del mito”, dice il metodo. Non si tratta di negare la devozione popolare. Si tratta di tornare alle fonti prima che la devozione diventasse leggenda.
La tesi è netta, e sta nella bandella: «Pur essendo Francesco ormai semplificato fino quasi a sfiorare la banalità, egli rimane a tutti gli effetti un personaggio “eccessivo”, estremo nelle scelte e nella proposta». Eccessivo è la parola chiave. Francesco non è il mediatore, il santo del compromesso, il patrono di una spiritualità a buon mercato. È spartiacque. O lo si prende nella sua radicalità, o lo si tradisce.
Per questo gli autori impongono una disciplina: «Bisogna iniziare a parlare di lui partendo dalle fonti biografiche ma soprattutto dagli scritti autografi. Lí troviamo la verità dell’esperienza del Santo». Gli scritti autografi sono pochi: il Testamento, la Regola, le Lodi, il Cantico, qualche lettera. Ma bastano. Perché lì Francesco non è raccontato da altri. È lui che parla. E quando parla, smonta il mito.
Epicoco e Forlai ricordano che i miti «iniziarono a proliferare senza misura con il protestantesimo anglosassone del secolo scorso». Il Francesco romantico, il Francesco ribelle, il Francesco contro il Papa: sono costruzioni che servono a chi le fa, non alla verità. Prima del mito c’è l’uomo che dice nel Testamento: «E dopo che il Signore mi donò dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo». Nessuna mediazione. Nessuna ideologia. Solo Vangelo. E il Vangelo, quando è preso sul serio, è eccessivo.
Vittorino Andreoli, “Il folle di Dio. Storia di Francesco d’Assisi: De Agostini.
Andreoli è psichiatra. Ma non scrive per ridurre Francesco a caso clinico. Scrive per restituirlo alla sua categoria evangelica più scandalosa: la follia. “Il folle di Dio” riprende Paolo: «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i Greci». Francesco è stolto. E lo è lucidamente.
La follia di Francesco non è malattia. È metodo. È l’uscita dal codice. Codice mercantile, quando restituisce tutto a Bernardone, monete e vestiti. Codice cavalleresco, quando smette di cercare la gloria a Perugia. Codice religioso, quando va dal Sultano senza armi e senza tesi, solo con la propria carne. Per il mondo, è insensato. Per il Vangelo, è conseguente.
Andreoli ricostruisce la “storia” di Francesco come si fa un’anamnesi: sogni, traumi, visioni, stimmate. Ma la diagnosi non è psichiatrica, è teologica. La guarigione di Francesco coincide con la malattia del mondo. Il mondo chiama sano chi accumula, chi difende, chi possiede. Francesco chiama sano chi si spoglia, chi si dona, chi perde. Allora la follia è rovesciamento. È la salute di Dio in un mondo malato di sé.
Le stimmate, in questa lettura, non sono prodigio da contemplare. Sono scrittura. Dio scrive sul corpo di Francesco perché Francesco ha fatto del corpo un Vangelo. Non c’è più distanza tra ciò che crede e ciò che è. La carne è diventata parola. E la parola, quando è vera, sanguina.
Andreoli così toglie Francesco dal recinto del buonismo. Il folle non è innocuo. È pericoloso. Perché mette in crisi la norma. La sua povertà non è scelta francescana: è accusa. Il suo bacio al lebbroso non è gesto caritatevole: è rivoluzione. Il folle di Dio non chiede permesso. Vive. E vivendo, giudica.
In occasione degli Ottocento anni dalla morte, questi tre testi non celebrano. Spogliano. Bruni spoglia la gioia dall’emotività e la restituisce all’edificazione. Epicoco e Forlai spogliano Francesco dai miti e lo restituiscono alle fonti. Andreoli spoglia la santità dalla normalità e la restituisce alla follia evangelica.
Sono tre vie, ma la soglia è una: Francesco non è attuale perché somiglia a noi. È attuale perché non ci somiglia. È eccessivo, dice Epicoco. È edificante, dice Bruni. È folle, dice Andreoli. Tre modi per dire la stessa cosa: il Vangelo non è a misura d’uomo. È l’uomo che deve farsi a misura di Vangelo.
L’800° centenario, allora, non è anniversario. È esame. Francesco morì il 3 ottobre 1226 cantando. Cantava perché aveva edificato la gioia sul nulla. Cantava perché era tornato alle fonti, e le fonti dicevano: Dio solo. Cantava perché la follia di Dio è più sapiente degli uomini.
Celebrare Francesco nel 2026 significa accettare di essere smentiti. Significa smettere di usarlo come alibi per le nostre battaglie ecologiche, sociali, pacifiste. Significa lasciarsi usare da lui. E lui usa un solo strumento: la spoliazione.
Oltre i libri storici importanti contemporanei da Le Goff a Duby a Cardini questi tre libri sono fondamentali. Perché non aggiungono un Francesco al catalogo. Tolgono i Franceschi di troppo. E quando si è tolto tutto, resta l’uomo nudo di Assisi. Che non chiede di essere capito. Chiede di essere seguito. E seguire, per lui, ha sempre voluto dire una cosa sola: andare dove non possiedi nulla, per edificare la gioia, prima del mito, con la follia di Dio.
