AgenPress. I luoghi sono immaginari e reali. I luoghi sono tempo e spazio. Sono dimensioni e visioni. Sono storia e identità. I luoghi si offrono anche in un invisibile filodifico. Penso al Mediterraneo. Anzi ai Mediterranei. Il Mediterraneo non è geografia. È grammatica nella metafisica. Lo chiami “mare fra le terre”, “mediterraneus”, e già la lingua ti tradisce. Perché questo mare non sta fra le terre: le genera. Le cuce, le separa, le racconta. Dire il Mediterraneo e la filosofia è dire due nomi per un solo destino. Dire la filosofia del Mediterraneo è scoprire che la filosofia, prima di essere sistema, fu viaggio.
Il Novecento ha mosaicizzato il concetto. Non l’ha inventato: l’ha riconosciuto. Camus ad Algeri, Maria Zambrano a Roma e a L’Avana, Albert Cohen a Corfù, Predrag Matvejević con il suo “Breviario”, Fernand Braudel che lo misura in “lunga durata”. Letteratura e filosofia sono intreccio come vele e vento. Non più generi: andature. L’una diceva l’odore, l’altra la ragione dell’odore. Insieme dicevano il sale.
La grecità resta pilastro. Senza il logos di Eraclito, senza il mare colore del vino di Omero, senza Talete che misura l’ombra, non c’è Europa. Atene è il primo porto. Ma il Mediterraneo non è solo Atene. È Gerusalemme che prega, Alessandria che traduce, Cordova che commenta Aristotele in arabo, Palermo araba-normanna dove l’astrolabio parla greco. È Bisanzio che crolla e rinasce a Venezia.
Oltre la grecità, dunque, non significa contro. Significa dopo. Dopo Ulisse viene Enea, e dopo Enea viene Ibn Battuta. Dopo Platone viene Plotino, e dopo Plotino viene Avicenna. Il Mediterraneo è filosofia perché non ha centro: ha approdi. Ogni approdo è un pensiero. Ogni pensiero è una sponda che ne chiama un’altra. Se la filosofia tedesca è foresta, se quella indiana è montagna, la filosofia mediterranea è viaggio. Non pellegrinaggio. Attraversamento. Il mare obbliga alla rotta, il deserto obbliga all’oasi, il mito obbliga al racconto.
Il mare non è sfondo, è metodo. Talete vede l’acqua come arché perché vive di acqua. Agostino scrive a Ippona con il rumore delle onde. Paul Valéry, a Sète, detta “Il cimitero marino”: «Il mare, il mare, sempre ricominciato». Il mare non ha memoria. Ha eterno ritorno. Per questo il Mediterraneo pensa per cicli, non per linee. La storia non è progresso: è marea. Come nel Mediterraneo di Simenon.
Il deserto sembra il contrario del mare, e invece è il suo specchio. Stessa immensità, stesso rischio, stesso cielo. Il deserto genera monoteismi perché toglie gli orizzonti. Elia sul Carmelo, Maometto nella caverna, i Padri in Tebaide, Charles de Foucauld nel Sahara. Il vuoto è la pagina. Dio è il nome che dai al vento. La filosofia del deserto è essenzialità. Togliere, non aggiungere. Maimonide a Fustat, Simone Weil a Marsiglia: digiuno del concetto. Pavese con la sua Leucò.
I miti e gli dei non sono ornamenti. Sono grammatiche dell’attraversamento. Ulisse è il primo filosofo: sa che Itaca non è luogo, è ritorno. Edipo è l’anti-filosofo: risolve l’enigma e non risolve sé. Dioniso è la filosofia del corpo, Apollo la filosofia della forma. Ma il Mediterraneo non sceglie: li tiene insieme. Perché il mito non è favola: è struttura. E gli dei non sono morti: sono emigrati. Li ritrovi nei santi, nei patroni, nei nomi delle barche. Il Novecento ha capito che il Mediterraneo non si definisce: si mosaicizza. Ogni tessera è una pagina che segna sponda e confine.
Albert Camus da “Nozze” del 1939 a “L’estate” drl 1954: Tipasa, “nozze del mondo”. La filosofia non è sistema, è sole sulla pietra. «In mezzo all’inverno, ho scoperto in me un’invincibile estate». Il Mediterraneo è misura greca contro la dismisura tedesca. Assurdo sì, ma con luce. L’uomo mediterraneo si rivolta, ma non dispera: nuota.
Maria Zambrano da “L’uomo e il divino” del 1955 a “Chiari del bosco” del 1977: esiliata, scrive che la ragione poetica nasce dove la ragione strumentale fallisce. Il Mediterraneo è “delirio e destino”. La filosofia deve tornare ad essere saper dell’anima. I suoi dèi sono le viscere. Il mare è metafora della ragione materna: accoglie, non domina.
Predrag Matvejević in “Breviario mediterraneo” del 1987: il Mediterraneo è lessico. Breve, portolano, inventario. «Il Mediterraneo non è solo geografia». È modi di dire, tipi di pane, gesti. La filosofia è catalogo, ma catalogo amoroso. Ogni voce è un porto.
Cesare Pavese fa della grecità un Mediterraneo tra le onde di Calabria e i miti in dialogo con gli dei e il tragico scavato anche in Nietzsche oltre Platone. L’immortale è nell’isola ma l’isola è destino.
Giuseppe Ungaretti è il suo “porto sepolto” del 1916: la guerra sul Carso, ma il mare è Alessandria d’Egitto, infanzia. “Di questa poesia mi resta quel nulla d’inesauribile segreto”. Il Mediterraneo è memoria che affiora. La parola è relitto che galleggia.
Ci sono pagine che non sono libri: sono fari. Esempi necessari. Omero. Odissea, libro V: Calipso offre l’immortalità. Ulisse piange guardando il mare. Sceglie Itaca, cioè il limite. Prima lezione mediterranea: meglio una vita mortale che un’eternità senza patria. A questo tracciato si ancora Pavese nel dialogo tra Ulisse e Calipso. Agostino. Confessioni. X, 8: «E vanno gli uomini ad ammirare le vette dei monti, i flutti del mare… e trascurano sé stessi». Il Mediterraneo è fuori, ma la traversata è dentro. Ibn Arabi. L’interprete delle passioni. “Il mio cuore è diventato capace di ogni forma: è prato per le gazzelle, convento per i monaci, tempio per gli idoli, Kaaba per il pellegrino”. Filosofia come capienza. Il mare tiene tutte le fedi.
Fernand Braudel. Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II del 1949. La “lunga durata”. Il mare impone il tempo lento. Le idee non nascono: sedimentano. La filosofia mediterranea è geologica.
Paul Valéry. Eupalinos o l’architetto del 1923. Dialogo di ombre. Costruire è scegliere il peso. Il Mediterraneo insegna l’architettura del limite: colonnato, non grattacielo. Sono sponde. A oriente, Bisanzio e il mare nostrum che diventa ottomano. A occidente, le Colonne d’Ercole che diventano America. A sud, il deserto che detta il libro. A nord, l’Europa che dimentica il sale e si fa carbone. I confini non chiudono: segnano. E ogni segno è invito al passaggio.
Il Mediterraneo non ha tesi: ha rotte. Non ha sistema: ha portolani. La sua filosofia è l’arte di perdere terra per trovare mondo. Letteratura e filosofia, qui, non si distinguono: si richiamano. Perché Omero è già Eraclito, e Sant’Agostino è già Ungaretti. Oltre la grecità, dunque. Sì. Perché dopo il logos viene la carne, dopo il tempio viene la tenda, dopo Atene viene Cartagine, dopo Roma viene il mare aperto. Ma la grecità resta pilastro: ci ricorda la misura. Senza misura, il viaggio è naufragio. Con la misura, il naufragio è odissea.
Il Novecento ha mosaicizzato perché ha capito: non esiste il Mediterraneo, esistono i mediterranei. Quello di Camus non è quello di Zambrano. Quello di Braudel non è quello di Valéry. Eppure tutti sanno che qui gli dei attraversano ancora. A volte in forma di mito, a volte in forma di migrante, a volte in forma di verso.
Ci sono pagine importanti, sì. Restano a segnare sponde e confini. Ma la più importante è sempre la prossima: quella che scrivi partendo. Perché la filosofia del Mediterraneo non è contemplazione: è imbarco. Si pensa salpando. Si esiste tornando. E tra la partenza e il ritorno, c’è il mare. Il mare che ci pensa. Il mare è viaggio. Certo. Ma è anche isola. L’isola che si porta dentro. L’isola che si abita. L’isola che ci attraversa. Da un’isola a un’altra. Omero è la filosofia di Pavese. Una grecità profonda che è dentro il Mediterraneo che diventa i Mediterranei oltre la storia. La filosofia è pensiero. In questi brevi percorsi la filosofia ha sempre una metafisica che ci manca.
Pierfranco Bruni
