Pavese, Berto e la Calabria come ierofania

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AgenPress. Ci sono sempre gli dèi nel mito che scava nei linguaggi poetici. Non ci sarebbe stata poesia senza mito. È proprio vero? L’intreccio tra il raccontare e il narrare la vita in Giuseppe Berto e in Cesare Pavese è un attraversare la lingua come confronto quotidiano con il dato esistenziale. Non descrivono. Trasfigurano. Per questo la loro letteratura va letta con chiave antropologica. Senza mito, senza simbolo, senza rito, resta incompiuta. Si avverte un comune interesse per Dante. Soprattutto per la Vita nuova. Infatti in Pavese e in Berto Dante e Beatrice non sono citazione. Sono struttura.  La donna è soglia tra terra e altro, tra colpa e grazia, tra memoria e destino.

Così Fiammetta diventa la Concia de Il carcere. Concia è presenza, corpo che nomina, terra che trattiene. Elena è assenza, miraggio, rovina.  Tra le due Pavese misura l’uomo. Tra il desiderio che consuma e la grazia che salva.  Anche in Berto la figura femminile non è psicologia. È antropologia. È rito di passaggio. È Beatrice che non consola, ma indica. C’è una rappresentazione che si trasforma in metafora.

Nei miei scritti su Pavese e Berto ho scavato nei personaggi.  Ma il punto è metodologico. Ovvero rifiuto la descrizione. In entrambi non c’è rappresentazione del reale. C’è metafora. La metafora è linguaggio del sacro che si fa quotidiano. Il fatto diventa segno. Il segno rimanda ad archetipo.  L’archetipo apre una memoria più antica del ricordo. La grecità viene vissuta come tessuto classico. Pavese e Berto sono legati da una grecità profonda.

Una grecità che invita all’ascolto di Calabria misteriosa unicamente dentro il mito. Pavese, delle Langhe, confinato a Brancaleone Calabro, riscopre la classicità mediterranea e le dà corpo; “L’uomo solo si leva che il mare è ancor buio e le stelle vacillano. Un tepore di fiato sale su dalla riva, dov’è il letto del mare, e addolcisce il respiro”. Il mare è rito, è letto, è respiro: “La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca”. In fondo la grecità non è erudizione. È modo di abitare il mondo.

Berto, scrittore della Laguna, sceglie Capo Vaticano: “Appena la vidi seppi che quella terra, dalla quale si scorgevano magiche isole, era la mia seconda terra, e qui son venuto a vivere”.  Si tratta di  una scelta esistenziale, non estetica.  A Capo Vaticano Berto recupera gli  archetipi che arrivano con le onde e vivono tra gli scogli.  Da lì guarda la terra di Pirandello e le risponde.  Il simbolo parla perché il mare lo costringe.

Insiste una ierofania che va oltre il ricordo. La cifra di entrambi è la richiesta di mito.  O meglio è l’indagine in una griglia di ierofanie. Ogni pietra, ogni riva, ogni nome manifesta. Il modello antropologico dà senso al tempo e orizzonte alla memoria. Perché la memoria in Pavese e Berto è oltre il ricordo. Nonostante il ricordo sia il sentiero dove si incontra la non dimenticanza. È piuttosto  ontologica. È ciò che l’uomo è prima di sapere chi è. In mezzo sta Corrado Alvaro. Pavese lo nomina: “E finalmente sono a pochi chilometri dal paese di Corrado Alvaro”. Tre voci, una Calabria. Alvaro è la cronaca del destino. Pavese il mito del confino,  Berto il mito della scelta. Il mare ha voci e echi. Parla.

La loro forza è dare voce al simbolo.  E il simbolo, qui, ha mare. Il mare della Magna Grecia.  Mare che non separa Occidente da Oriente. Li intreccia.  Mare che trasforma il quotidiano in rito. Pavese legge la Calabria nella metafora del mare e della grecità.  Berto la legge nella metafora della scelta e dell’isola.  Nessuno dei due racconta fatti. Raccontano passaggi: da uomo a figura, da tempo a destino, da luogo a sacro. È certo che Pavese e Berto non si somigliano. Si rispondono.  Uno trova il mito perché è stato costretto. L’altro trova la radice perché ha scelto.  Entrambi trovano la Calabria di mezzo.

Tra Langhe e Laguna, tra Beatrice e Fiammetta, tra Elena e Concia, tra storia e mito l’intreccio è fondamentalmente legato al tempo e al suo essere tempo. Proprio per questo la letteratura smette di spiegare. Comincia a rivelare.  E ci dice che per esistere l’uomo ha bisogno  di un mare che parli greco  e di una donna che gli restituisca il nome delle cose. Un paesaggio appunto che è rivelazioni di ierofanie in cui il sacro nasce nel mito e il mito vive gli archetipi che restano la forma e la forza di una ritualità antica di quando gli dèi raccontavano nascondevano ed erano segreto e mistero nel canto della profezia.

Pierfranco Bruni

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