AgenPress. Non siamo gettati nel mondo, come sostiene Heidegger. La Geworfenheit è una parola dura, da tempesta. Noi diciamo un’altra cosa: siamo chiamati. Siamo esseri pensanti con una coscienza e una intelligenza. Non resti. Non caso. Presenza che si riconosce. Abitiamo l’anima perché ci abita. È una casa circolare. Non ha porte da forzare. Entri e sei già dentro. E dentro quella casa cammina il tempo, non come linea ma come respiro.
Il tracciato di Maria Zambrano è lungo la ragion poetica. Maria Zambrano nasce a Vélez-Málaga nel 1904, muore a Madrid nel 1991. Quarantacinque anni di esilio. Spagna, Francia, Messico, Cuba, Italia, Svizzera.
Eppure scrive: “L’esilio è la patria dell’anima”. Perché l’esilio insegna che la patria non è muro. È memoria. Infatti ompie un viaggio tra l’esilio e il cuore dove risiedono i ricordi. Inventa la ragion poetica. Dice: la filosofia deve farsi poesia per dire ciò che la ragione tace. La ragione analizza. La poesia rivela. La ragione divide. La poesia ricuce. Per lei il tempo è nell’istante. “Noi viviamo l’istante e lo custodiamo in quel labirinto del passato che forma la memoria”. L’istante non è frammento. È concentrazione. È il tempo intero che si fa punto. E nel punto decide tutto. Lì si vede, lì si sceglie, lì si ama. Rachel Bespaloff ha percorso una uguale strada. La memoria di Zambrano non è archivio. È luogo. È caverna. È madre. Ci si perde per ritrovarsi. E chi esce dal labirinto non porta dati. Porta senso. È ontro la tirannia della ragione. Perché la troppa ragione ci allontana dalla realtà. La disseziona, la classifica, la possiede. E così la uccide. Perché la realtà vive in noi come metafora. L’albero rimanda alla radice. Il volto rimanda all’anima. La parola rimanda al silenzio. Se la ragione prende il sopravvento, spezza i rimandi. Resta con dei pezzi in mano e li chiama verità. Invece campeggia la metafisica. La metafisica è scritta nelle parole che pronunciamo prima ancora di pensarle. Quando dici “oggi”, “domani”, “ricordo”, “casa”, stai già nominando l’eterno.
Siamo fatti di tempo. Seneca lo diceva con durezza romana: “Non è che abbiamo poco tempo, ma ne sprechiamo molto”. De Brevitate Vitae. Il tempo non manca. Manca l’attenzione. Plotino lo diceva con luce greca: l’anima, l’Intelletto, l’Uno. Enneadi. Tre ipostasi. Tre modi di risalire. Non uscire dal tempo. Trasfigurarlo. E dentro c’è il rigenerare sottolineato da San Paolo: “Non conformatevi a questo mondo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente”. Romani 12,2. Rigenerazione. Non ripetizione. Il tempo cristiano non gira su se stesso. Ferisce e risana. Muore e risorge. Il mistico non sta ad osservare perché ascolta e cammina. Il mistico non cerca. Si lascia trovare. Ha già capito che la ricerca, se è ansia, allontana. Nel bosco non vede la foresta. Vede l’albero. Nella folla non vede la folla. Vede il singolo. Per dirla con Kierkegaard: “La folla è la menzogna”. Perché la folla dissolve il volto. Il mistico restituisce il volto. Zambrano chiama questo “sogno vegliante”. È lo stato tra sonno e veglia dove l’anima parla senza grammatica. Lì non si ragiona. Si ascolta. E ascoltare è la forma più alta dell’intelligenza. Perché chi ascolta accoglie. E chi accoglie abita. Il mistico non accumula dottrine. Accumula presenze. Non spiega Dio. Lo incontra in un albero, in un mendicante, in un istante. Dunque abitiamo l’anima. Abitare l’anima! Abitiamo l’anima perché ci abita. Frase circolare. Perché l’anima è circolo. Non è un interno. È un clima. L’anima è memoria viva. Non conserva i fatti. Conserva il peso dei fatti.
Conserva l’odore di una stanza, il tono di una voce, la luce di un pomeriggio di quarant’anni fa. E lo restituisce intero quando meno te lo aspetti. Per questo l’istante è sacro. Custodirlo è un atto religioso. Non come fotografia. Come sacramento. Chi vive nell’istante non ha fretta. Ha profondità. Seneca ci chiede di vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Plotino ci chiede di risalire dall’anima all’Intelletto, dall’Intelletto all’Uno. Paolo ci chiede di rivestire l’uomo nuovo. Tre maestri. Un solo comando: non disperdere. Raccogliere. Qui la parola diventa metafisica. La parola è il luogo dove metafisica e vita si toccano. Prima parliamo, poi pensiamo. Prima nominiamo, poi comprendiamo.Per questo la poesia precede la filosofia. Per questo Zambrano diceva che “pensare è ricordare”. Ricordare l’origine pur in un tempo di macere. Ricordare che siamo stati pensati prima di pensare. La realtà come metafora significa che nulla finisce in se stesso. Ogni cosa rimanda. Il pane rimanda alla fame e al dono. La notte rimanda al giorno e al mistero. La morte rimanda alla vita e alla promessa. Se la ragione pretende di chiudere i rimandi, fa prigione. Se la metafisica li apre, fa casa. La comparazione tra esilio e casa è filosofia della spiritualità. Non dell’ontologia. In tal senso Zambrano visse fuori dalla Spagna quasi mezza vita. Eppure tornò. Perché aveva capito: l’esilio è scuola. Insegna che la casa è dove risiedono i ricordi. E i ricordi non hanno dogana. Noi siamo tutti esiliati. Esiliati dall’istante. Corriamo, produciamo, calcoliamo.
E intanto l’anima aspetta. Aspetta che torniamo a sedere. Aspetta che smettiamo di spiegare e cominciamo a guardare. Aspetta che smettiamo di possedere il tempo e cominciamo ad abitarlo. Quindi non gettati. Bensì affidati. Non siamo gettati. Siamo affidati, dunque. Affidati a una coscienza che giudica. Affidati a un’intelligenza che collega. Affidati a un’anima che precede. Il mistico lo sa: la verità è al singolare. Dio, se c’è, parla a uno per volta. Per questo nel bosco guarda l’albero. Per questo nella folla guarda il singolo. Kierkegaard aveva ragione: la verità è soggettività. Zambrano aveva ragione: serve la ragion poetica. Seneca aveva ragione: il tempo è nostro se lo viviamo. Plotino aveva ragione: si può risalire. Paolo aveva ragione: ci si può rigenerare. E allora viviamo l’istante.
Non di corsa. Con cura. Custodiamolo come si custodisce il fuoco. Perché nell’istante c’è tutto il labirinto della memoria.
E nel labirinto c’è il cuore. Abitiamo l’anima perché ci abita. E finché l’anima ci abita, non siamo perduti. Siamo in cammino. E il cammino, se è vero, è sempre ritorno. Inconsapevole ritorno ma parimenti è viaggio. Il mistico che compie il suo viaggio non ha porti sui quali approdare. Il pellegrino non approda. Viaggia.
In questo tempo di macerie “ciò di cui avremmo bisogno è il dono d’immaginare la possibilità della preghiera, indispensabile a chiunque persegua la propria salvezza. L’inferno è la preghiera inconcepibile” (Cioran). In un chiaro di bosco bisogna non cercare, ci dice Zambrano, perché la preghiera è l’infinito dentro il quale perdiamo e ritroviamo.
di Pierfranco Bruni
