AgenPress. Omero non è solo un poeta. È il cieco che legge nep buio ip cammino della vita oltre il bene e il male. Quel Zarathustra smarrito che ha la forza di ritrovare il mondo e comprenderlo. Ulisse è un viaggio. Ma è un viaggio che comincia solo quando decide di finire. Non è il viaggio per la gloria. Non è il viaggio per la scoperta. È il viaggio per il ritorno. E il ritorno, quando tutto il mondo ti offre altro, è l’atto più alto dell’uomo: è un atto che va oltre l’umano perché sfida gli dèi, eppure resta dentro l’umano perché ha il nome di una casa, di una donna, di un cane vecchio, di un fumo che sale dai tetti.
Gli dèi dettano sempre mentre l’uomo remando cerca o si lascia trovare dal tempo. Nell’Odissea gli dèi non sono ancora santi. Non consolano. Dispongono. Posidone colpisce. Atena suggerisce. Circe trasforma. Calipso trattiene. Sono forze, non pietà. Sono il cielo che scende sulla terra e le traccia un solco profondo. Quel solco si chiama destino. Oggi abbiamo cancellato la parola destino per sostituirla con “progetto”. Abbiamo paura di tutto ciò che non possiamo programmare. Ma Omero ci ricorda una cosa semplice e dura: il destino non toglie la libertà, la mette alla prova. Gli dèi dettano la rotta, sì. Ma è Ulisse che tiene il remo. È Ulisse che si fa legare all’albero. È Ulisse che mente per vivere e piange per non dimenticare. Ma Ulisse è metafora di destino.
Il destino però non è una catena. È mare aperto. È campo di decisione. Ogni giorno Ulisse deve scegliere se affondare nell’oblio di un’isola o tenere la prua verso Itaca. E Itaca non è un punto sulla carta. È una promessa. È il nome che tiene insieme il tempo. Itaca è il disegno nel cuore delle civiltà. Ma il disegno cos’è? Togliete Itaca all’Odissea e vi resta un catalogo di avventure. Belle, ma vane. Con Itaca, l’avventura diventa senso. Ogni mostro, ogni incanto, ogni regina che offre l’eternità, è una domanda: vuoi fermarti qui o vuoi tornare a casa? Itaca è il disegno del destino nel cuore delle civiltà.
Le civiltà non nascono dalle partenze. Nascono dai ritorni. Roma nasce dalla profezia di Enea. Israele nasce dal ritorno dall’Egitto. L’Europa nasce dal ritorno di Ulisse. Perché il ritorno fonda. Il viaggio disperde. Il ritorno nomina. Il viaggio confonde. Il ritorno fa comunità. Il viaggio fa individui. Oggi viviamo al contrario. Partiamo e non torniamo. Cambiamo lingua, lavoro, volto, e chiamiamo questo libertà. Ma è fuga. Nell’Odissea la libertà è un’altra cosa: è la capacità di dire no a Calipso pur sapendo che ti offre l’immortalità. È la capacità di preferire una vita breve con memoria a una vita lunga senza nome. Itaca insegna che appartenere non è prigione. È responsabilità. È sapere che le pietre parlano e che tu devi rispondere. È sapere che un paese non si guarda dall’alto. Si abita dall’interno. E il suo interno è un cammino d’anime.
Ecco perché l’Odissea come capitolo centrale dell’esistenza. Mi domando, e la domanda è crudele ma necessaria: senza l’Odissea ci sarebbe stata la Bibbia? Non parlo di date. Parlo di archetipi. La Bibbia è esodo. È popolo che va verso una terra promessa. L’Odissea è nostos. È un uomo che va verso una terra già sua. Sono due movimenti che si tengono. La Bibbia dà la Legge. L’Odissea dà la pazienza. La Bibbia dà il patto con Dio. L’Odissea dà il patto con se stessi: non dimenticare chi sei. Senza il racconto greco del ritorno, l’Occidente non avrebbe imparato a pensare il tempo come prova. Dante lo sapeva. Mette Ulisse tra i consiglieri fraudolenti, ma gli dà una fiamma che parla. Perché anche per Dante senza Ulisse non c’è viaggio, e senza viaggio non c’è salvezza. L’Odissea è il capitolo centrale perché dice che l’uomo si salva solo se vuole tornare. Anche quando la casa è in rovina. Anche quando nessuno lo riconosce. Anche quando deve vestirsi da mendico per entrare nella sua stessa porta. Così l’isola diventa pensiero e la solitudine si fa cruciale. Ogni isola dell’Odissea è una filosofia. Ogni sosta è una tentazione a fermare il pensiero.
Ogigia è il tempo sospeso. Calipso offre l’immortalità senza vecchiaia. Ma è un presente eterno che cancella il passato. Ulisse rifiuta. Preferisce morire sapendo di chi è figlio, piuttosto che vivere senza memoria. Schera è l’ospitalità. È la civiltà che chiede allo straniero: dimmi il tuo nome. È lì che nasce il racconto. Perché Ulisse senza racconto non esiste. E noi senza il suo racconto non esisteremmo. Dunque. Itaca è la solitudine cruciale. Quando torna, il cane lo riconosce e muore. La moglie lo mette alla prova. I Proci occupano la casa. Lui è solo, con l’arco e con la memoria delle frecce. Questa solitudine non è abbandono. È verifica. È il luogo dove il pensiero si fa nudo. Dove non ci sono più dèi che parlano, non ci sono più venti che spingono. Ci sei tu e la decisione. L’isola è il pensiero dell’uomo quando deve rispondere di sé. E rispondere costa. Costa lacrime, costa inganno, costa sangue. Ma solo così il ritorno diventa vero. Perché si è oltre l’umano restando dentro l’umano. Ulisse va oltre l’umano quando inganna Polifemo, quando scende nell’Ade a interrogare i morti, quando resiste al canto delle sirene. Resta dentro l’umano quando piange seduto sulla riva e il mare gli consuma il cuore. Questa è la misura omerica. Non l’eroe di marmo. L’uomo che ha nostalgia. E la nostalgia non è rimpianto. È bellezza che si è fermata un attimo di più. È il profumo che torna anche se la casa è vuota.
Ulisse è oltre l’umano perché osa parlare con gli dèi. È dentro l’umano perché torna a tendere l’arco per riavere il suo letto, quello che ha costruito con le sue mani attorno a un ulivo. Ecco la vera lezione: la grandezza non è conquistare Troia. La grandezza è riconoscere il proprio letto. È capire che il nostro tempo è destino. Noi viviamo in un tempo che ha perso il senso del ritorno.
Viviamo nella civiltà della partenza continua. Scorriamo. Cambiamo. Dimentichiamo.
Abbiamo smarrito i riferimenti. Abbiamo sgretolato il pensiero pensante. Abbiamo scambiato la memoria con l’archivio. Gli dèi oggi tacciono. Il destino non detta più. Propone. E noi rispondiamo con indifferenza. Ma senza il tempo del ritorno restiamo dispersi. Senza Itaca restiamo naufraghi anche in porto.
L’Odissea ci richiama a una disciplina antica: uscire per vedere, tornare per abitare.
Uscire per conoscere l’altro, tornare per riconoscere se stessi. Perché il mare non separa. Unisce. E il destino non è prigione. È campo. Alla fine l’Odissea non è il racconto di un eroe. È il racconto di un uomo. Di un uomo che ha capito che la vera vittoria non è abbattere le mura di una città. È rivedere il fumo dei propri tetti e poter dire: sono arrivato. E in quel “sono arrivato” c’è tutto. C’è il destino che si compie. C’è la civiltà che si fonda. C’è il pensiero che resiste alla solitudine dell’isola. C’è l’uomo che, pur andando oltre l’umano, sceglie di restare umano. Per questo l’Odissea è centrale. Perché senza di essa noi non sapremmo cosa fare del tempo. Lo consumeremmo. Con essa invece lo abitiamo. E abitare il tempo è l’unico modo per non perderlo. È l’unico modo per morire vivendo. O morire mentre si è in vita. È la forza di sottrarsi al dubbio e lasciarsi abitare dalla Verità. Quella Verità che unisce il ritorno alla profezia ed entrambi al destino.
di Pierfranco Bruni
