AgenPress. Scritto nel 1965, Il sogno creatore è una ricerca affascinante di Maria Zambrano sul sogno e sul tempo. La filosofa ci consegna pagine che lei stessa definisce “pezzi di minerale, venuti alla luce dalle oscure gallerie di una miniera, che l’autore vorrebbe, forse per l’amenità del luogo, continuare ancora a percorrere, prima di offrire il materiale già estratto e quello che potrebbe ancora emergere”.
La posta in gioco è l’iniziazione e la legittimità del sogno, in un percorso che cuce filosofia e poesia. Sono sogni che guidano le parole e le costringono ad affrontare doveri come il tempo e la verità, mentre i sognatori prendono forma e narrano: Don Chisciotte, Calisto e Melibea, Proust e Kafka.
Lo stato di sogno è la soglia iniziale della nostra vita. La veglia avviene, non il sogno. Ma il sogno è anche la nostra esistenza più spontanea ed estranea, lo stato in cui ci troviamo più puri dalle ingerenze, nel lato più soggettivo dello spirito, dove un pensiero che è pura azione si attua in maniera aproblematica. Nei sogni, sostiene Zambrano, non ci domandiamo nulla, non pensiamo alla realtà.
Nella letteratura moderna questo cammino si vede nel Processo di Kafka e in tutte le opere di Dostoevskij, dove il protagonista non si domanda né si stupisce. Nella letteratura classica invece la situazione si risolveva in un istante: il risveglio alla realtà. Come in Edipo re di Sofocle. Edipo viene a conoscenza della sua verità e si strappa gli occhi. “Colui che sogna non si stupisce che svaniscano una figura o un avvenimento del suo sogno”, non si stupisce abbastanza da domandarsi. Cerca però di coglierne il senso. Se arriva a stupirsi abbastanza da porsi domande, allora si desta.
Per Zambrano la struttura del tempo, nel sogno, è compatta, priva di porosità. Non possiamo entrarvi; la coscienza può assistervi senza disturbare. Il mondo del sogno è il mondo di Parmenide: l’essere unico e identico a se stesso, sottratto al dolore del tempo. Nei sogni tutto è possibile e reale. Nei sogni non si può fare nulla: l’unica azione permessa è svegliarsi, o fare il possibile per svegliarsi. Ma il sogno è per Zambrano “il ritiro dove nasce il pensiero, come una parentesi, un tempo in bianco, dove il pensiero nasce”.
Pesa il sonno, e si pesa di più durante il sonno. Nel passare dalla luce all’ombra, chi dorme si materializza chiudendosi nel proprio corpo, divenendo egli stesso l’ultima terra di qualcosa di più vivente, di più vigile della sua veglia. Il sogno è il luogo dove la gravità vince il tempo. Per questo la conoscenza dei sogni è, ben prima di Freud, una finestra su una strana verità: “la verità della menzogna”, in cui la creatura umana sente la necessità di avvolgersi come si avvolgono le creature appena nate, per difenderle dall’intemperie in cui si viene scaraventati venendo al mondo.
Con la carità dei sogni si entra in un “mondo privato” come voleva l’oscuro Eraclito, dove non è necessario rispondere perché non è necessario domandare. I sogni sono frammenti assoluti. La parola vi riecheggia impersonale, non frenata dalle consuetudini. Prima ancora di venire da qualcuno, viene da un campo, da un regno: quello della storia senza fine in cui è possibile ordire ogni trama che non sia il percepire storico, in sé sempre drammatico e dilaniato da incompiuti.
È una Patria, quella dei sogni, che ci chiama anche da svegli, attraverso emissari clandestini di altre profondità che le maschere del giorno hanno reso silenti. All’uomo il proprio essere si manifesta in sogno; trasferirlo alla realtà significa svegliarlo agli inferi del tempo.
Il sogno è l’essere che chiude il trascorrere. È essere che libera. Il sogno della persona è, in linea di principio, sogno creatore che annuncia ed esige il risveglio trascendente e può perfino contenerlo al livello più alto della scala dei sogni. La Sfinge che ferma Edipo apparendogli nella valle è l’esempio dei geroglifici che racchiudono il destino di qualcuno.
Cesella Zambrano: “Sono i sogni che presiedono il destino, che lo contengono dichiarandolo e celandolo al tempo stesso, e che sono al di là del desiderio e della speranza. Racchiudono l’elemento di nemesis, più che quello di fatum della tragedia, l’ultima giustizia inappellabile”.
È ricerca del luogo dell’uomo: un passare per le sue diverse zone, un transitare nel senso di dover varcare, una dopo l’altra, infinite soglie, trasformandosi per affrontare la luce, il luogo della suprema esposizione per l’uomo.
I sogni di soglia in cui appare uno spazio vuoto e chiaro non sono tragici, perché il vuoto è il luogo della libertà. E la soglia da varcare simboleggia l’ultimo stadio dell’uscita da una situazione che è stata tragica, la sua conclusione e l’uscita nella storia personale.
Il movimento consuma la visione; si nasce sempre ciechi. Ma non fatalmente ciechi si nasce: altro non ha sognato Edipo, salvo incoronarsi, come suole fare il mendicante. “E l’uomo è il mendicante del proprio essere”. La purezza può essere acquisita, l’innocenza mai. La libertà in sogno è esonerata dalla responsabilità che la rinchiude e la fissa, che le fa dare una parola.
Il sogno va contro la passività della morte. È il tempo di dentro che oltrepassa ogni confine senza più chiedere e voler sapere se sia possibile o meno realizzarlo aprendo gli occhi. Il sogno è l’estremo dono per l’uomo che procede nel tempo senza abbeverarsi ad alcuna fonte. È memoria e profezia in tutti i piani della sua umana discontinuità. È parola che va oltre. E fascia le notti non decifrate della vita dell’anima.
Pierfranco Bruni
