La scomparsa Enzo Bianchi. Il monaco di Bose incontrato nel 2010

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AgenPress. Un monaco. Una comunità. Senza Enzo Bianchi non ci sarebbe stata Bose. Vero. Ora  Enzo Bianchi è scomparso dalla vita terrena. La notizia ha attraversato questo primo settembre del 2026 come una lama sottile. Senza clamore. Come se ne vanno i monaci veri. Nel silenzio. E il silenzio, quando muore un monaco, diventa più denso. Bianchi era nato nel 1943. Apparteneva a quella generazione che ha creduto ancora che la parola potesse essere testimonianza.

L’ho incontrato nel 2010. Più volte. Ero dentro la scrittura del mio libro su San Paolo. Paolo di Tarso, l’apostolo delle genti, l’uomo del Mediterraneo inquieto, l’uomo della frontiera tra Ebraismo e Cristianità.  Tra Logos greco e Verbum cristiano. Enzo  Bianchi mi apparve subito come un uomo paolino. Ovvero un uomo di frontiera. Forte personalità. Cristiana oltre gli schemi. Oltre il vivere teologico come esercizio di potere. Ma dentro, fino in fondo, visceralmente dentro, il mondo monastico. Non come fuga. Come radicamento. Come permanenza.

Enzo Bianchi è stato un cristiano di confine. E il confine, nel Mediterraneo, non è mai separazione. È soglia. È luogo dell’incontro. Infatti la sua cristianità non è stata devozione. È stata pensiero. Pensiero che diventa preghiera. Preghiera che diventa pensiero. Ha saputo  guardare l’Occidente con gli occhi disincantati del saggista e l’Oriente con l’inquietudine dell’antropologo dell’anima. Ha saputo leggere le strategie dell’anima occidentale, stanca e smarrita, e le vie sapienziali degli Orienti. In questo senso è stato un erede dei Padri. Di quei Padri del deserto che sapevano che il deserto non è luogo geografico ma condizione metafisica.

Il suo rapporto difficile con il Vaticano sotto il pontificato di Papa Francesco. L’allontanamento da Bose. Quella comunità che lui aveva fondato nel 1965 in una cascina disabitata, rendendola uno dei luoghi più alti dell’ecumenismo europeo, laboratorio di cristianità vissuta. Una fase complessa, mai chiarita fino in fondo, mai compresa. Una pagina opaca. Lo dico con franchezza mediterranea. La gestione di Bergoglio ha mal gestito la questione. Non si allontana una personalità come Enzo Bianchi con un provvedimento disciplinare. Non si rimuove un fondatore come si rimuove un funzionario. La Chiesa, a volte, è anche questo. Ovvero  una istituzione che ha paura dei suoi profeti.

Cosa resta della sua cristianità? Resta una parola nuda. A leggerlo oggi ci lascia: “A noi cristiani non bastano i riti, serve l’adesione del cuore e dell’intelletto. Non basta ripetere formule di cui non si sa il significato: chi prega deve capire ciò che dice, e in questo senso la riforma liturgica del Concilio Vaticano II è stata fondamentale per una fede più pensata, che non sia solo devozione”. Fede più pensata. Non fede recitata. È qui la svolta. Enzo Bianchi ci ha ricordato che il cristianesimo non è soltanto rito  liturgico. È adesione. È cuore e intelletto tenuti insieme. È il Concilio Vaticano II inteso non come parentesi. Ma come processo da rivedere. Nel 2006, ne La differenza cristiana, aveva scritto una frase che andrebbe scolpita sulla porta delle nostre Chiese stanche: “Il vangelo, infatti, ispira sì l’agire storico dei cristiani, ma è nella stessa storia che diviene comprensibile.

L’ethos non è dato una volta per sempre, non è calato dall’alto né normativamente contenuto nei libri, ma è costantemente elaborato nella storia, nel cammino fatto accanto e assieme ad altri uomini”. Ecco il punto. Il punto nodale. L’ethos non è norma calata dall’alto. È cammino. È elaborazione. È storia vissuta accanto agli altri uomini. Non sopra. Accanto. Assieme. È la cristianità come coesistenza. Come convivialità delle differenze. In questa intuizione c’è l’uomo del dialogo. L’uomo di Bose. I suoi libri restano. Resteranno come riferimento per chi vorrà ancora pensare la fede nel tempo della dissoluzione. Gli ultimi libri sono un vero testamento spirituale.

Direi un congedo lento. L’arte di scegliere. Il discernimento del 2018 è il libro della libertà interiore. Dell’uomo che deve imparare a scegliere perché scegliere è già pregare. Cosa c’è di là. Inno alla vita del  2022 è il libro della soglia. Dove la morte non è negata, ma guardata come ultimo atto di vita. Dove va la Chiesa? del 2023 è l’interrogazione più lacerante. Dove va questa Chiesa tra sinodalità annunciata e solitudini concrete? Fino a L’arte della preghiera del  2024 che è il suo vero lascito mistico: “Comprendiamo bene noi cristiani che pregare in modo autentico non coincide con un fare, un recitare preghiere.

La preghiera coinvolge l’essere non il fare, non è un’attività tra le altre ma una dimensione, uno spazio in cui penetrare, è una relazione viva che si nutre di scoperte, nuove conoscenze, crescita dell’amore”. Non il fare. L’essere. La preghiera non è attività. È dimensione. È spazio in cui penetrare. È relazione viva. L’amore al centro e la preghiera nel cuore. È la lezione più alta del monachesimo che incontra l’inquietudine dell’uomo contemporaneo. E come non ricordare quella pagina de Le vie della felicità del 2010, dove la sua intuizione francescana si fa antropologia cristiana: “Il santo è l’uomo nuovo, quello che vive secondo il modello lasciato da Gesù Cristo; è l’uomo delle beatitudini; è l’uomo spogliatosi dal proprio egoismo, che vive per Dio e per gli altri; è l’uomo trasfigurato. È l’uomo veramente e pienamente umano”. Veramente e pienamente umano.

Umanesimo cristiano. Dunque. Umanità trasfigurata. Negli ultimi anni Bianchi aveva scelto la solitudine della meditazione. Non isolamento. Solitudine come condizione dell’ascolto. Dal suo eremo non giungeva più rumore, ma parola essenziale. Oggi ci consegna una responsabilità che resta quella di custodire una cristianità inquieta, pensata, mediterranea, capace di stare dentro la storia senza farsi mondo.

Enzo Bianchi è stato un monaco che ha creduto che il Vangelo si fa comprensibile solo camminando accanto agli uomini. Una lezione che viene da San Francesco. Ha saputo confrontarsi con la contemporaneità partendo dalla tradizione dei monaci. Tutte le polemiche contro il suo non tradizionalismo non sussistono.

di Pierfranco Bruni

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