20 anni senza Oriana Fallaci. Non una storia ma la Storia

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AgenPress. “Non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello”. Con queste parole, nel Prologo a Un uomo del 1979, Oriana Fallaci dava la sua lezione di libertà. Una lezione che oggi, vent’anni dopo la sua morte, il 15 settembre 2006, brucia ancora. Nata il 29 giugno 1929, Oriana è stata una giornalista che ha raccontato ciò che ha visto. Ciò che ha vissuto in prima persona. Ciò che ha ascoltato. Tra le sue interviste dirette è passata la storia internazionale di decenni di scontri, di conflitti, di incontri in un mondo diviso, spezzettato, lacerato, dilaniato da ideologie e da poteri che hanno visto sulla scacchiera l’Oriente e l’Occidente.

Con la civiltà occidentale nel cuore, non ha mai smesso di denunciare un Occidente troppo debole per contrastare gli odi. Non ha mai temuto giudizi secchi, come quelli su Dario Fo e Franca Rame. Una giornalista e una donna controcorrente. Su di loro disse, in un’intervista rilasciata a Riccardo Mazzoni su Panorama il 21 novembre 2002: “In loro non vedevo dignità, ecco. A un certo punto l’amico che con me li guardava alla tv ha sussurrato: Ma lo sai che lui militava nella Repubblica di Salò. Non lo sapevo, no. Come essere umano non mi ha mai interessato. Come giullare, non m’è mai piaciuto. Come autore l’ho sempre bocciato. Così sono rimasta sorpresa, io che parlo sempre di fascisti rossi e di fascisti neri. E mentre lo fissavo sorpresa ho rivisto mio padre che nel 1944 venne torturato proprio da quelli della Repubblica di Salò”.

Oriana ha sempre avuto una sua dignità. Alta lealtà, che si addice a una donna che non ha mai avuto paura di nulla. Come quando disse dei comunisti, nella stessa intervista: “Perché sa su che cosa si basa il metodo bolscevico, anzi stalinista. Nel perseguitare l’avversario attraverso la calunnia e l’oltraggio e la menzogna. Nel diffamarlo, offenderlo, ridicolizzarlo, demonizzarlo. Nell’attribuirgli cose che non ha fatto, cose che non ha detto. Cose che non ha scritto. Infine, nel mandarlo in un gulag o buttarlo dinanzi a un plotone d’esecuzione”.

Avendo coraggio si inoltrò nella realtà islamica, affermando fatti durissimi tanto da essere messa sotto processo per le sue idee. Scrisse su Saddam Hussein: “Un codardo che si nasconde nei bunker mentre il suo popolo muore”. Nel libro intervista L’Apocalisse c’è tutta Oriana con la sua schiettezza. Della sinistra scrisse: “Quando ero bambina, i comunisti volevano che i ricchi si vergognassero d’essere ricchi. Sostenevano che la proprietà è un furto. Ora, se non sei ricco, ti sputano addosso. E spesso sono più ricchi dei ricchi di allora. Adorano il lusso e dicono di volersi battere per il superfluo”.

Non lo mandava mai a dire. Lo scriveva con una lucidità estrema. Oltre che giornalista è stata una vera scrittrice. Occorre considerare i suoi libri non come opere aperte, ma come classici da far studiare nelle scuole. Come nella trilogia che raccoglie La rabbia e l’orgoglio del 2001, che amplia un suo lungo articolo apparso sul Corriere della Sera del 29 settembre dello stesso anno, La forza della ragione del 2004 e L’Apocalisse del 2004. Una occidentale che sa guardare con molta attenzione l’Oriente senza mai cadere nella trappola dell’attrazione e del fascino orientale.

Importanti sono anche i suoi libri postumi. Cito: La paura è un peccato del 2016, Sveglia Occidente. Dispacci dal fronte delle guerre dimenticate del 2021 e il recente La forza della passione. Lettere a Monsignor Fisichella del 2026. Amò profondamente la letteratura americana, tanto da introdurre nel 1975 Il richiamo della foresta di Jack London. Uno dei libri che mi ha formato è stato proprio Un uomo del 1979. Vi si racconta il suo incontro con Panagulis e la misteriosa morte che lei ha sempre detto essere stata un assassinio nella Grecia dei colonnelli. Un libro simbolo, oltre a Lettera a un bambino mai nato, che lessi immediatamente in una stanza d’albergo di Torino nel 1976, pochi mesi dopo la sua uscita.

Insomma, Oriana Fallaci non è una storia. È la Storia di circa settant’anni di vita, se si pensa che il suo primo testo venne pubblicato nel 1958, I sette peccati di Hollywood, e il suo primo articolo nel 1946 su Mattino dell’Italia centrale. Resta centrale, negli ultimi anni della sua vita, l’incontro con Benedetto XVI in forma strettamente privata a Castel Gandolfo il 27 agosto 2005. Tra i temi affrontati: la crisi dell’Occidente e il rapporto tra Ragione e Fede. Oriana considerava Benedetto XVI “un Papa col quale mi capita di essere d’accordo in molte occasioni”. Frase pronunciata a New York qualche tempo dopo l’incontro. E non solo. Disse anche di sentirsi meno sola con Benedetto XVI. Lo definì, tra l’altro, “…l’uomo politico contemporaneo più degno di ammirazione e rispetto” .

La Fallaci fu forse l’antesignana del Discorso di Ratisbona del Papa, pronunciato il 12 settembre 2006. Il frutto del loro incontro era proprio nella difesa dell’Occidente. Tre giorni dopo, Oriana ci lasciava. Una figura imponente. Una giornalista e una scrittrice che ha accompagnato costantemente i miei anni di università e quelli successivi sino a oggi, ovvero  al postumo con le missive a Monsignor Fisichella.

Pierfranco Bruni 

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