AgenPress. Nel discorso pronunciato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha presentato agli altri leader mondiali una lettura della politica estera americana costruita attorno a un concetto centrale: la pace, secondo il presidente degli Stati Uniti, non si ottiene soltanto attraverso la diplomazia, ma anche attraverso la capacità di esercitare la forza.
Il messaggio è stato particolarmente netto nelle parole con cui Trump ha rivendicato il proprio operato: «Mentre altri parlavano, io ho agito. Mentre altri parlavano di pace, io l’ho realizzata. Mentre altri ignoravano le minacce, io le ho affrontate. Mentre altri parlavano di coraggio, l’America lo ha dimostrato. Mentre altri promettevano forza, io l’ho usata per rendere l’America il Paese più potente del mondo».
La formula sintetizza una concezione della leadership americana nella quale azione, deterrenza militare e capacità di imporre gli interessi nazionali diventano strumenti attraverso cui Washington sostiene di poter produrre stabilità. Il discorso di Trump alla 80ª sessione dell’Assemblea generale si è svolto il 22 settembre 2026.
Uno dei passaggi più significativi riguarda la sicurezza del continente americano. Trump ha affermato che gli Stati Uniti non permetteranno più che minacce alla sicurezza nazionale americana mettano radici in alcuna parte dell’emisfero occidentale.
Non si tratta di un’affermazione isolata. La centralità dell’emisfero occidentale è diventata uno degli elementi caratterizzanti della politica estera della seconda amministrazione Trump. La National Security Strategy del 2025 ha infatti attribuito alla regione un’importanza prioritaria, collegando la sicurezza statunitense a fenomeni quali migrazione, narcotraffico, criminalità transnazionale e presenza di potenze esterne.
La prospettiva richiama inevitabilmente la Dottrina Monroe, la storica impostazione secondo cui gli Stati Uniti considerano l’emisfero occidentale una propria area strategica. Già nel 2018 Trump, intervenendo all’Assemblea generale, aveva dichiarato che Washington era impegnata a impedire l’ingresso di potenze espansionistiche straniere nell’emisfero occidentale, richiamando esplicitamente la politica inaugurata ai tempi del presidente James Monroe.
La differenza, oggi, è rappresentata dalla maggiore enfasi posta sull’uso concreto della forza e sulla capacità americana di intervenire direttamente quando Washington ritiene che sia in gioco la propria sicurezza.
Il paradosso apparente del discorso di Trump è tutto nella parola pace. Il presidente americano continua a presentarsi come un leader interessato a fermare le guerre, ma associa questo obiettivo alla superiorità militare americana.
Nella sua ricostruzione, dunque, la pace non è necessariamente il risultato di un processo multilaterale nel quale gli Stati cercano un compromesso; può essere anche il risultato della consapevolezza, da parte degli avversari, che gli Stati Uniti dispongono della forza necessaria per reagire.
È una visione che Trump ha espresso in diverse occasioni attraverso la formula della “peace through strength”, la pace attraverso la forza. Nel 2026, questa impostazione si è accompagnata a una politica estera caratterizzata da un forte ricorso alla deterrenza e dalla disponibilità a minacciare nuove azioni militari quando la Casa Bianca ritiene che gli interessi americani siano in pericolo.
